Schiavitù sul lavoro. I braccianti indiani nel Lazio

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Intervista a Marco Omizzolo
a cura di Marco Gabbas

Nella prima parte, il sociologo-attivista Marco Omizzolo ha spiegato come ha iniziato a occuparsi dei braccianti indiani della provincia di Latina, come vengono reclutati e sfruttati. Ha iniziato poi a raccontare come in particolare vengono molestate le donne.

Il rifiuto di soddisfare richieste sessuali può avere delle conseguenze?

Il rifiuto significa non essere reclutati il giorno dopo, non essere retribuiti. Gli arretrati hanno una funzione sociale, perché sono l’occasione per amplificare il ricatto. Il lavoratore non pagato tende a restare dentro l’azienda, poiché sviluppa l’aspettativa di recuperare quel denaro. In altri casi c’è uno spostamento. La donna che non rispetta le allusioni può essere spostata. Non svolgi l’attività del lavaggio dell’ortaggio, ma vai a lavorare nelle campagne: livelli di subordinazione più elevati. Nel caso del padrone si generano due situazioni. La prima è la fuga della donna.

Sotto padrone non c’è la contestazione, è la donna stessa che decide di non andare più a lavorare. «Non torno più lì perché c’è un inferno che consuma la mia dignità». In altri casi c’è una forma di pressione, in una prima fase la sopportazione. «Sopporto quegli inviti anche se non li pratico». Questo però arriva al racconto alle persone di estrema fiducia. Il marito non arriva a sapere. Io ho seguito alcuni casi di donne indiane e rumene che raccontavano prima a me che in famiglia perché questo avrebbe significato sopportare colpevolizzazione, rotture familiari ingestibili.

Questo genere di attività criminale colpisce in particolar modo le donne giovani e le madri. L’essere madre espone di più allo sfruttamento e alla violenza sessuale. Il ricatto più pesante, duplice: non solo non vieni più a lavorare, ma metto in giro attraverso il caporale la voce che tu sei una poco di buono. In ragione del fatto che non hai accettato quelle avances ti punisco, dicendo che tu le hai accettate. Questo genera uno stigma sociale devastante che colpisce te in quanto donna indiana appartenente a una comunità, dove il costume ha ancora rilievo. E anche in quanto madre perché anche tuo figlio è il figlio di una donna che pratica questo costume: che non esiste, ma che genera una pressione.

Il figlio di p… insomma?

Il figlio di p…! Esatto.

Hai accennato che tutte queste tue ricerche che sono iniziate da un tuo interesse, poi ti sei reso conto di una certa situazione. Mi hai accennato che è iniziata prima una attività di denuncia pubblica e poi anche mobilitazione. Come è iniziato?

Ho fatto passi cauti, perché la mia era una ricerca. Non ero semplicemente un attivista e non ho mai pensato che l’attivismo fosse sufficiente per indagare, approfondire. Bisognava avere una metodologia, una solidità teorica, e questo mi ha portato ad essere cauto. In secondo luogo, il fenomeno segue una stratificazione complicata. Anche quando si entra dentro una comunità non si ha davanti un libro aperto. Il fenomeno va analizzato. Serve del tempo, serve una rete di fiducia. Ciò che immediatamente si rappresenta è una stratificazione superficiale, che può portarti fuori strada. Io stesso nei primi mesi non ho parlato di caporalato.

Il caporalato è un’attività criminale di intermediazione illecita che è emersa successivamente. Cioè, solo nel momento in cui io ho iniziato a lavorare nelle campagne ho capito il ruolo di quei certi soggetti. È stato un lento percorso di approfondimento, riflessione anche sulla base delle storie che raccoglievo attraverso documentazione scritta. Appuntavo sul mio taccuino qualunque cosa. A volte audio, ma io usavo poco la tecnologia, perché in quella fase rischiava di essere invasiva. Ho adottato anche tecniche della sociologia visuale, ma soprattutto in India, quando ho seguito un trafficante di esseri umani. Ho pochissime foto di quando ho lavorato come bracciante infiltrato. Perché già solo scattare una foto poteva essere un LED che si accendeva rispetto all’attività di controllo del caporale… del padrone!

Tutto questo mi ha portato lentamente ad approfondire. E dinanzi a tutto questo, io ritengo fondamentale associare alla ricerca l’azione. Ho immaginato di applicare alcune esperienze sviluppate da Freire, La pedagogia degli oppressi. Gli insegnamenti di Camus, l’idea di rivoltarsi. Camus scrisse un libro: Mi rivolto, dunque siamo. È l’idea di ribellione. La metodologia dell’accoglienza, prima ancora che della ribellione, il che ha significato organizzare dei corsi di italiano insieme alla Cooperativa In Migrazione. d un certo punto io fondo assieme ad altri amici la Cooperativa

In Migrazione, e ci impegniamo su questo tema. Abbiamo un progetto che si chiamava Bella Farnia, dal nome del residence dove ha residenza gran parte della comunità indiana. Che apre una serie di sportelli, di servizi. Per la prima volta noi organizziamo questo dentro i luoghi di residenza dei braccianti indiani. Non fuori, non nelle periferie. Organizziamo questi corsi di italiano, di mediazione culturale, di orientamento al lavoro. Di assistenza legale con dei professionisti, quindi con un volontariato bello ma non sempre all’altezza. Lo organizziamo sapendo qual è la giornata della bracciante. Non imponiamo i nostri orari di lavoro istituzionali. Non apriamo sportello dalle tre alle cinque del pomeriggio, come era già organizzato a Sabaudia. Lo organizziamo la sera, dalle sei alle otto. Il sabato mattina, la domenica pomeriggio. A volte la notte. Facciamo i gruppi misti: uomo, donna, bambini. Facciamo un insegnamento che non prevede la cattedra, la divisione. Rompendo lo schema del dominio, del docente e del discente.

Costruiamo relazioni orizzontali continue, insegniamo diritto del lavoro, diritto costituzionale, storia costituzionale. Traduciamo per la prima volta mediante mediatori culturali indiani che avevano avuto l’esperienza del bracciantato. Quindi capaci di comprendere, tradurre anche i silenzi e i non verbali della persona loro connazionale che stava parlando della sua esperienza di vita. Attraverso questi traduciamo i contratti di lavoro in punjabi. Per la prima volta, il contratto di lavoro diventa un documento accessibile. E ogni parola non viene semplicemente tradotta, ma diventa una via di analisi. E quindi studiamo con loro, e approfondiamo il tema del diritto alla salute, del diritto alla sicurezza sul lavoro, il diritto alla denuncia, del diritto alla parola. Tutti elementi che erano compresi nel contratto. La semplice traduzione avrebbe portato a non comprendere il senso di tutto quello.
Insegniamo a leggere correttamente le buste paga, quindi a comprendere il meccanismo attraverso i quali lo sfruttamento diventa formale. Il meccanismo attraverso il quale venivano imbrogliati. E tutto questo, nel corso del tempo, ha costruito coscienze, ha costruito quel processo contrario rispetto a quello che loro avevano vissuto.

Noi abbiamo riumanizzato, cioè gli abbiamo detto: siamo persone, abbiamo diritti, stabiliti dalle nostre norme. Questo percorso si è fondato tutto su questa pedagogia, metodologia: agire con gli altri, costruendo dei percorsi in cui la volontà altrui è pari sin dall’inizio alla volontà tua. Rompere anche lo schema, che ha anche elementi neocolonialisti, dell’italiano che insegna al bracciante al migrante che cosa fare. Lo decidiamo insieme, ci confrontiamo, riflettiamo insieme. Anche lì dove sbagli, purché quello sbaglio non produca un disastro.

Questo ha costruito perimetri di libertà crescenti, intorno a quelle persone. Prima c’era un livello di costrizione che arrivava a considerare loro stessi dei servi. Con noi sono diventati uomini, cittadini, soggetti di diritto, di personalità. Fino al momento in cui sono stati loro a dirci: facciamo uno sciopero. Non sono stato io a dire: andiamo a scioperare. Sono stati loro che hanno seguito questo percorso, e ad un certo punto hanno detto: dobbiamo scendere in piazza: sono scesi in piazza in quattromila, non in quattrocento! Se fossi stato io a “trascinarli” sarebbero venuti in quaranta. Sono arrivati in quattromila perché la metodologia messa in campo era di relazione. Con una pedagogia che ha coinvolto e non obbligato. Che ha aumentato i livelli di consapevolezza, che non ha agito semplicemente per ottenere un vantaggio.

Durante quella manifestazione i braccianti dissero: siamo qui non per reclamare più soldi, ma per reclamare libertà, dignità e giustizia. È un altro paragrafo della nostra lotta: il riconoscimento della soggettività parte dal riconoscimento del soggetto, e quindi delle sue libertà fondamentali. Poi dei livelli economici. Quelli chiaramente sono arrivati subito dopo con le vertenze. Da quel punto noi abbiamo presentato, grazie alla volontà dei lavoratori, oltre 150 denunce. Negli anni precedenti, forse due o tre. In alcuni casi dentro questi processi si sono costituiti con noi parte civile. A volte, dietro il banco degli imputati c’erano i padroni ma anche i padrini. I braccianti hanno iniziato a comprendere anche che cos’è l’organizzazione mafiosa, quali sono gli effetti che questo determina.

Hanno iniziato ad apprendere qual è il rapporto tra sfruttamento e questione ambientale, che la democrazia è un comportamento quotidiano, non approccio formale scritto su una carta distante. Questo ha portato alla promulgazione della nuova legge contro il caporalato alla quale io ebbi la fortuna di contribuire. Prima che io portassi il mio contributo, quella legge la discussi, in alcune assemblee, con i braccianti indiani. Per chiedere loro non solo: «Siete d’accordo o siete contro questa legge?», ma proprio qual è il vostro contributo, che cosa chiedete? Molti per esempio chiedevano l’arresto del padrone. E cioè, il padrone – per il caporale era già prevista la responsabilità penale, per il padrone no – deve pagare. La 199 non a caso prevede la responsabilità penale del padrone. Per dire uno degli elementi, ma ce ne sono diversi.

Interessante, perché questa tua opera di mobilitazione non è stata, ispirata a semplice volontarismo per quanto ben intenzionato, ma da una scientificità della tua opera.

Assolutamente.

Quindi tu hai agito come sociologo che sapeva quello che stava facendo.

Sì, che sapeva, che pensava di agire, chiaramente, tra le molte possibilità e tra i molti scenari che si potevano aprire. Cioè, non era in ingegneria sociale. Io non ho costruito questo percorso sapendo di arrivare ad un certo punto. Ho agito includendo, coordinando gli aspetti etici con quelli sociologici. Mi sono trovato dinanzi a braccianti di quarant’anni a cui avevano dato fuoco per strada. Ad altri che erano stati investiti con un’attività punitiva perché si erano permessi di chiedere un mese di retribuzione, a fronte dei tre-quattro in cui avevano lavorato, ottenendo appena 100-150 euro al nero.

Dei braccianti a cui avevano rotto la testa con delle mazze. Erano chiusi dall’esterno in una baracca quattro metri per quattro, con un lucchetto che veniva aperto dal padrone per portare quella persona a lavorare nelle campagne. E dinanzi a questo io mi sono posto una domanda: che fare? Bisogna mettere in campo un progetto. Partecipato, aperto, collettivo. Quell’uomo che veniva picchiato perché si ribellava, veniva picchiato in primo luogo perché soggetto solo, non appartenente ad una collettività o ad una classe. La prima cosa era costruire un percorso partecipato sin dall’inizio, ma collettivo. Non Marco Omizzolo che mobilita, ma noi, una classe di persone che si riconoscevano dentro un certo sistema, come soggetti violati in alcuni diritti, dentro un sistema di interessi specifico che iniziava a prendere coscienza. Questo poi mi ha portato a un altro tipo di coltivazione. Questi ragazzi coltivavano con il padrone gli ortaggi. Con me, coltivavano la coscienza quando non era più il tempo del lavoro.

Ogni cosa che dici mi fa venire in mente poi altre cose. Nella puntata precedente hai accennato a degli episodi non di semplice sfruttamento ma di vera e propria violenza contro queste persone. Si sono sempre trovato soltanto vittime, o ci sono stati dei casi di resistenza dove hanno reagito?

No, ci sono stati dei casi di resistenza. La resistenza prima di quell’iniziativa era individuale. E quindi il bracciante chiedeva, o magari si arrabbiava con il padrone. E subiva spesso la risposta del padrone, che poteva essere il licenziamento, il mancata richiamo al lavoro, un patto tra le parti per cui ti dovevo 3.000 euro, te ne do 500 e non rompi più le scatole. Oppure, la semplice fuga. Il bracciante non riusciva più a reggere questo livello di dominio, di sfruttamento, magari chiedeva di lavorare ad un’altra azienda o migrava. Si spostava in un’altra parte della provincia di Latina o in un’altra provincia. Non c’era un’attività di rivendicazione di carattere sociale-sindacale. Certamente non di gruppo. Tutto ciò che si muoveva sotto quella dimensione del dominio era espressione di una volontà individuale, improvvisata, estemporanea, a volte istintiva. Anche perché mancavano gli elementi sociologici e sindacali fondamentali.

Molti di loro non avevano e non conoscevano il contratto di lavoro. Quindi ti arrabbi sulla base di una percezione o di un’esperienza di violenza, ma non sai su cosa aggrapparti, non conoscendo che cosa è il contratto di lavoro. Una delle nostre attività durante quei corsi è stato di riflettere insieme, più che insegnare, sul ruolo delle forze dell’ordine. Che fino ad allora erano viste come coloro che ti portano in questura, e poi se non hai il documento ti espellono, ti cacciano dall’Italia. E noi abbiamo spiegato che c’è anche un’altra funzione, positiva. Qual è la funzione di un ispettore del lavoro? Dinanzi ad un ispettore del lavoro non devi scappare come ti ordina il padrone, hai la possibilità di parlare con lui, al quale puoi raccontare ciò che accade dentro quelle aziende.

La sto facendo banale, ma tutto chiaramente era finalizzato a costruire prima il gruppo. Oppure non sapevano leggere la busta paga. Lo strumento della lettura autonoma della busta paga è stato eccezionale, perché ad un certo punto non portavano più la busta paga da noi, e noi glie la traducevamo. Facendogli comprendere per esempio che quel 4 scritto in busta paga erano le quattro giornate registrate al mese dal padrone, a fronte però di 26, 28 0 30 effettivamente lavorate. E ad un certo punto, avendo appreso questa modalità di lettura, che se vuoi è anche leggermente tecnica, a un certo punto la facevano in autonomia. Appena il padrone gli consegnava la busta paga, la vedevano e mettevano in campo una sorta di reazione. Che partiva dalla capacità di lettura del fenomeno. Questo è stato fondamentale, perché ha avvicinato il conflitto alla dimensione del padrone, quasi alla dimensione geografica del padrone. Cioè lui ti dava la busta paga, tu la vedi subito, e quando è ancora a un metro di distanza hai la possibilità di dirgli: caro padrone, qui c’è un problema. Non devi arrivare da me che sto in un altro luogo nel tardo pomeriggio. L’avvicinamento, non solo la costruzione del percorso che porta al conflitto – per me il conflitto è fondamentale – ma anche l’avvicinamento del conflitto dentro il perimetro di colui che domina, sino ad allora.

Una domanda semiseria: nessuno ti ha mai accusato di essere un pericoloso, acritico sostenitore dei principi di lotta di classe?

Comprendo i principi della lotta di classe, grandemente. Non mi nascondo dietro questo. Subito dopo gli scioperi io ho parlato di una classe sociale, che non è esattamente quella marxiana, nel modo più specifico e tradizionale del termine – soprattutto secondo alcuni epigoni, avendo un trascorso anche di studioso di Marx – ma ho parlato di passaggio dalla classe in sé alla classe per sé in questo caso specifico. È stato un elemento presente, ad intermittenza. Difficile mantenere un livello di tensione tale da mantenere l’approccio del lavoratore volto ad agire come soggetto di classe per sé. Quindi per la propria classe di appartenenza. Ma questo c’è stato. Basta ascoltare i linguaggi delle interviste. C’è un bel servizio, si chiama “I nuovo schiavi” di Laura Buonasera. Porta la telecamera dentro una serra. Intervista un lavoratore che dice: «Padrone bravo. Padrone buono, nessun problema. Vengo pagato cinque euro, lavoro otto ore». Poi però durante lo sciopero, quei ragazzi raccontano la verità. Questo passaggio non è semplicemente l’espressione di un linguaggio, ma di un livello di conoscenza che esplodeva, e aveva finalmente costruito un elemento di classe. Il problema è mantenere quel livello di consapevolezza di classe nel tempo. Ma questo è un’altra questione.

In termini gramsciani o ancora prima hegeliani direi che queste persone sono passate dalla coscienza all’autocoscienza.

Rispetto a questo, il mio impegno, da qualche anno, è quello di uscire dal loro perimetro. Cioè a dire: «Io sono entrato, e abbiamo fatto un percorso. Questo percorso ha permesso il passaggio all’autocoscienza. Dentro questo percorso io ho il dovere, la necessità di uscire. Perché quell’autocoscienza deve prevedere autonomia anche rispetto alla mia presenza. Mi devono riconoscere sempre meno».

Sempre in termini marxiani, oserei dire: tu quando hai incontrato queste persone erano il “sacco di patate” marxiano che non riusciva a stare in piedi da solo, che non riusciva a rappresentarsi da solo. E invece adesso ci riescono.

Assolutamente sì. Oggi parlano. Sono sempre meno quelli che dicono: padrone bravo. Sono sempre meno quelli che non sanno che cos’è un contratto. Attraverso un percorso di educazione che non mi prevede più come centrale. Queste informazioni si diffondono dentro la comunità a prescindere. E questa è una vera conquista! Chiaramente c’è un tema di aggiornamento, di riflessione più approfondita. Ma è un passaggio straordinario: non sono più patate dentro un sacco, ma sono soggetti che camminano. Hai detto niente! E durante l’epoca salviniana molti di questo hanno preso coscienza anche politica. Hanno iniziato a dire, ascoltando Salvini, non indirizzati da me: questo ce l’ha con noi. E iniziavano a parlare in maniera molto critica nei confronti di Salvini.

È estremamente interessante se immaginiamo che parliamo della provincia di Latina, le politiche salviniane attecchivano facilmente, perché erano quelle con le quali il padrone si identificava. Salvini è: fuori gli italiani. È l’espressione del fascismo tipico. E gli imprenditori dell’Agro Pontino sono neofascisti piuttosto avanzati. Io ho lavorato come ufficiale giudiziario per alcuni anni, prima di iscrivermi all’università.

Entrando nelle abitazioni di molti imprenditori c’era il busto di Mussolini. Lo sfruttamento dei braccianti indiani è giustificato anche dalla retorica fascista che porta loro a pensare che quelle terre gli siano state date per concessione da Mussolini durante l’epoca della bonifica. E quindi, chiunque attenti a quella proprietà, soprattutto quando proviene da un altro paese, o dev’essere abbattuto, smilitarizzato della sua potenza rivoluzionaria. Repubblica.tv domandò a un importante imprenditore di Latina (dinanzi a me che già iniziavo ad uscire allo scoperto): «Ma perché lei tratta in questo modo i suoi lavoratori?». Non solo gravemente sfruttati, ma obbligati a vivere in container, senza luce, acqua, gas, in condizioni molto difficili; a pagare 150 euro a posto letto, e tra quei lavoratori c’erano anche donne, bambini; con il bagno chimico fuori. Disse: in primis io sono il padrone. E quindi questa è casa mia, qui comando io. E in secondo luogo mi disse in maniera tipicamente razzista: quando sono venuti questi bevevano dal naso, noi abbiamo insegnato loro a bere dalla bocca. Che è l’idea per cui si è non solo padroni, ma portatori di civiltà, che è l’espressione tipica dell’epoca coloniale. Andiamo in Africa e portiamo il progresso. Civilizzazione per il padrone è: «Sei mio subordinato, accetti quello che io ti ordino di fare. Se lo fai vieni pagato 200 euro, se non lo fai trovi lavoro altrove».

Terza parte nel numero 12 di dicembre 2023 –

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