Bolla Intelligenza artificiale: i rischi di una crisi stile 2008

Mentre la finanza globale continua a scommettere sulla Ia, è iniziata la fuga dei grandi investitori.

Rendimenti in calo, debito in crescita, valutazioni sospese nel vuoto, insider che liquidano le proprie posizioni… La bolla dell’Intelligenza artificiale riproduce con inquietante precisione le dinamiche che precedettero il crac delle dot-com e dei mutui subprime. Da Burry a Thiel, da Palantir a Nvidia, gli insider segnalano la fine dell’euforia. Un ciclo speculativo che, secondo parecchi osservatori, potrebbe trasformarsi nel prossimo grande choc sistemico globale.

di Giacomo Gabellini

Terza ed ultima parte dell’inchiesta sulla bolla dell’Intelligenza artificiale. Qui i primi articoli:

IN BREVE

Rendimenti in caduta Il profitto reale generato dagli investimenti nell’Ia è destinato a crollare. Secondo molti osservatori, gran parte delle aziende fallirà perché non produce ricchezza sufficiente.

Fuga dei fondatori Mentre il largo pubblico investe, i protagonisti scappano. Da Peter Thiel ai vertici di Nvidia, gli insider stanno vendendo azioni per miliardi di dollari.

Trucchi contabili Le aziende gonfiano i bilanci spalmano i costi dei computer su molti anni, anche se i chip diventano obsoleti in 24 mesi.

Crac senza precedenti Questa bolla è 17 volte più grande di quella Internet del 2000. Un crollo oggi brucerebbe 20.000 miliardi di dollari, distruggendo il risparmio globale.

Giganti troppo fragili Società come OpenAI e Nvidia sono però «troppo grandi per fallire». Una loro minima flessione potrebbe trascinare l’intera economia mondiale nel caos.


Michael Burry è l’uomo che nel 2008 vide arrivare il crollo dei mutui subprime quando nessuno ci credeva. Il 12 gennaio, sul suo canale Substack ha suonato di nuovo l’allarme. «Il ritorno sul capitale investito (Roic) continuerà a crollare, quasi tutte le aziende Ia falliranno, e gran parte della spesa verrà svalutata» ha scritto l’investitore in un post che ha fatto il giro dei forum finanziari di tutto il mondo. «Sarà il panico del 2026? Del 2027? Non deve necessariamente succedere… ma accadrà».

Il commento ha riacceso i riflettori su un dibattito che molti vorrebbero tenere in disparte: la bolla dell’intelligenza artificiale non è solo una moda passeggera. È anche – e soprattutto – una montagna di capitale investito con rendimenti che, secondo Burry, sono destinati a crollare.

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I rilievi mossi dalla Bank of England riguardo alla crescita vertiginosa della bolla dell’Ia di cui abbiamo parlato nella seconda puntata trovano proprio in questo contesto un riscontro inquietante. L’incremento tendenziale degli interessi sulle obbligazioni societarie emesse dalle imprese integrate nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale, unito all’aumento dei Credit Default Swap sulle principali società operanti nel settore, segnala un crescente nervosismo tra gli investitori istituzionali.

Tali rilievi trovano riscontro anche in manovre come quella realizzata dal fondo Thiel Macro (guidato da Peter Thiel, cofondatore di PayPal e Palantir), che ha liquidato le azioni di Nvidia e ridotto drasticamente l’esposizione rispetto a Tesla. Alex Karp e Stephen Andrew Cohen di Palantir, invece, si sono liberati di decine di milioni di dollari di azioni della loro stessa società.

Operazioni simili sono state compiute da Fidelity, T-Rowe Price, JpMorgan Chase, SoftBank e Stanley Druckenmiller, speculatore di punta divenuto famoso per l’attacco alla sterlina condotto nel 1992 quando lavorava con George Soros. E, come abbiamo visto, si è mosso anche Michael Burry. A suo avviso, i profitti da capogiro realizzati dalle società operanti nel comparto si fondano su «una delle frodi più comuni dell’era moderna», ovvero la manipolazione artificiosa delle tempistiche di ammortamento.

Burry è convinto che le aziende spalmino gli investimenti in hardware in orizzonti temporali di lunga durata, a fronte di una «vita» media dei chip pari a circa due anni. In altri termini, «per giustificare gli attuali multipli di prezzo in alcuni casi ormai sospesi nel vuoto servirebbero ricavi dieci volte superiori a quelli generati oggi dall’intelligenza artificiale. E servirebbero in tempi rapidissimi, perché il ciclo di ammortamento di data center e chip è brevissimo: tre, forse cinque anni».

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Jamie Dimon di JpMorgan Chase sostiene invece che il rischio di una pesante correzione dei mercati azionari entro il 2028 sia dell’ordine del 30%a causa dell’incertezza geopolitica ed economica e di un eccesso di liquidità che ha gonfiato il valore degli asset molto oltre i fondamentali. A suo avvisola combinazione di intelligenza artificiale, high frequency trading – con gli algoritmi di investimento che amplificano a dismisura le oscillazioni del mercato – e sovrabbondanza di liquiditàsta portando i listini su una traiettoria molto pericolosa.

«Sono convinto – ha dichiarato Dimon – che l’intelligenza artificiale sia reale e, nel complesso, darà i suoi frutti. Anche le auto e i televisori hanno dato i loro frutti, ma la maggior parte delle persone coinvolte non ha avuto successo […]. Parte del denaro investito nell’intelligenza artificiale andrà probabilmente perduto», ma produrrà secondo l’amministratore delegato di JpMorgan Chase una salutare «cura dimagrante» di settore da cui emergeranno i super-colossi del futuro.

Per Gary Marcus della New York University, «alla fine sono sempre i ritorni sugli investimenti a guidare i mercati e le attuali start-up del settore dell’intelligenza artificiale non stanno generando profitti sufficienti a giustificare le loro altissime valutazioni. Nessuno sa quando esploderà la bolla, ma alla fine succederà e allora potrebbe scatenarsi una sorta di corsa agli sportelli bancari».

Secondo l’economista ed ex capoeconomista del Fondo monetario internazionale Gita Gopinath, allo stato attuale «una correzione di mercato della stessa entità del crollo delle dot-com potrebbe spazzare via oltre 20.000 miliardi di dollari di ricchezza per le famiglie americane, equivalenti a circa il 70% del Pil statunitense nel 2024. Questa cifra è di gran lunga superiore alle perdite subite durante il crollo dei primi anni 2000».

Le implicazioni si rivelerebbero particolarmente pesanti per il consumo, la cui «crescita è già più debole rispetto a prima del crollo delle dot-com. Uno choc di questa portata potrebbe ridurla di 3,5 punti percentuali, traducendosi in un calo di due punti della crescita complessiva del Pil, anche senza considerare il calo degli investimenti. Le ricadute globali sarebbero altrettanto gravi».

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Gopinath prosegue spiegando che «gli investitori stranieri potrebbero subire perdite di ricchezza superiori a 15.000 miliardi di dollari, pari a circa il 20% del Pil del resto del mondo. A titolo di confronto, il crollo delle dot-com ha causato perdite per gli investitori esteri pari a circa 2.000 miliardi di dollari, circa 4.000 miliardi di dollari in valuta attuale e meno del 10% del Pil del resto del mondo all’epoca. Questo netto aumento degli spillover sottolinea quanto la domanda globale sia vulnerabile agli shock provenienti dagli Stati Uniti».

Secondo le stime formulate dalla società di ricerca indipendente MacroStrategy Partnership, che fornisce consulenza a 220 clienti istituzionali, quella relativa all’intelligenza artificiale è una bolla 17 volte più grande di quella della New economy e quattro volte maggiore rispetto a quella dei mutui subprime da cui è scaturito il crac del 2008.

Le dimensioni e la complessità della bolla dell’intelligenza artificiale hanno indotto Stacy Rasgon, analista di Bernstein Research, ad affermare che Sam Altman di OpenAI «ha il potere di far crollare l’economia globale per un decennio o di portarci tutti nella terra promessa».

Sarah Friar, direttrice finanziaria di OpenAI, è sembrata propendere per la prima ipotesi nel momento in cui ha posto esplicitamente l’accento sulla necessità di un «paracadute pubblico» per gli investimenti colossali effettuati da OpenAI in chip, data center e infrastrutture collegate, al fine di mitigare i rischi finanziari derivanti dai rapidi cambiamenti tecnologici.

L’uscita della Friar tradisce inquietudine, e anche consapevolezza del fatto che OpenAI, così come Nvidia e altri giganti dell’alta tecnologia, sono diventati troppo grandi per fallire (too big too fail) al pari delle banche di Wall Street salvate nel 2008.

Stesso discorso vale per le valutazioni espresse da Jensen Huang di Nvidia nel corso di una riunione di lavoro privata il cui contenuto è trapelato alla stampa, secondo cui Nvidia si troverebbe in una situazione senza sbocco («no-win situation») per effetto delle mirabolanti aspettative riposte sul comparto dell’intelligenza artificiale. 

Per Huang, nel contesto di euforia incontrollata venutosi a creare, una deviazione anche minima rispetto alle previsioni ultra-ottimistiche potrebbe innescare un crollo rovinoso di Nvidia in grado di trascinare nella sua caduta l’intero listino azionario statunitense e, a ricasco, gran parte del sistema economico.

L'insegna di Nvidia fuori dal suo quartier generale a Santa Clara, in California. Foto Will Buckner, da Flickr. Wikimedia Commons. Licenza CC BY 2.0. Licenza: Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0). Autore: Will Buckner, da Flickr. Fonte: Wikimedia Commons
L’insegna di Nvidia fuori dal suo quartier generale a Santa Clara, in California. Foto Will Buckner, da Flickr. Wikimedia Commons. Licenza CC BY 2.0.

Specialmente perché il ciclo del credito a favore del comparto dell’Intelligenza artificiale tende a presentare molti dei tratti distintivi, costituiti da un incremento del debito a ritmi maggiori rispetto a quelli seguiti dal reddito, da crescente propensione al rischio e da interessi in aumento, che hanno contrassegnato i due cicli precedenti (1995-2000 e 2003-2007) e ne hanno preannunciato l’esaurimen­to.

In entrambi i casi, così come durante la «febbre delle ferrovie» verificatasi negli ultimi decenni del XIX secolo, la concentrazione del credito nei settori-guida della crescita economica (tecnologia nel primo, immobiliare nel secondo) si era legata alla speculazione al rialzo sospingendo verso l’alto il valore di mercato dei collaterali. E analogamente a tutte le fasi consimili, anche i boom della New economy e del real estatefurono alimentati dall’afflusso vigoroso dei fondi riversati dai privati e dalle aziende, con conseguente al­largamento dell’offerta complessiva di moneta da riutilizzare a fini eminentemente speculativi.

Senonché, nel momento in cui, sia nel 2001 che nel 2007, i più avveduti operatori e insider convertirono le proprie attività gonfiate in liquidità o in investimenti di alta qualità nella convinzione che le rispettive bolle avessero ormai raggiunto la piena maturazione, gli intermediari reagirono liquidando in massa le proprie posizioni affossando così il valore dei collaterali, al punto tale da far scattare il micidiale meccanismo del margin call.

Il risultato fu quello di tra­sferire le crisi dei settori leader al resto dell’economia, spingendo gli operatori del credito (banche e fondi d’investimento) a esigere soglie di remunerazione più elevate a protezione dei rischi collegati ai prestiti in via di deterioramento.

Lo scenario verificatosi alla vigilia del crac di Lehman Brothers tende quindi a riprodursi con sinistra precisione, ma su scala di gran lunga più ampia. Lo testimoniano l’aumento vertiginoso del margin debte il disallineamento di molte valutazioni rispetto ai valori reali di mercato – alcuni fondi immobiliari hanno accusato crolli compresi tra il 50% e il 60%, mentre veicoli hi-tech e private equity hanno perso oltre il 70% dai picchi del 2022. Stesso discorso vale per i buyback, a cui le aziende fanno crescente ricorso per conseguire obiettivi di redditività non più raggiungibili me­diante i normali profitti operativi.

Il monito sulle aziende Ia che «falliranno», lanciato il 12 gennaio dall’investitore Michael Burry, riecheggia dunque come un cupo avvertimento. Non a caso, il suo canale Substack si chiama Cassandra Unchained. Cassandra senza freni.

14/1/2026 https://krisis.info/it/

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