Cuba. Legge Helms-Burton, strumento per la riconquista neocoloniale di Cuba

14/3/2026 https://italiacuba.it/

“Nel 1953 la famiglia cubana aveva un reddito di sei pesos a settimana. Dal 15 al 20% della forza lavoro era cronicamente disoccupata. Solo un terzo delle case dell’Isola avevano acqua corrente e negli ultimi anni che precedettero la Rivoluzione di Castro questo abissale livello di vita scese ancora di più al crescere della popolazione, che non partecipava della crescita economica. (…)

In un modo che antagonizzava il popolo di Cuba usammo l’influenza con il Governo per beneficiare gli interessi e aumentare i profitti delle compagnie private nordamericane che dominavano l’economia dell’Isola. All’inizio del 1959 le imprese nordamericane possedevano circa il 40% delle terre zuccheriere, quasi tutte le fattorie di bestiame, il 90% delle miniere e concessioni minerarie, l’80% dei servizi e praticamente tutta l’industria del petrolio e forniva due terzi delle importazioni di Cuba. (…) Forse il più disastroso dei nostri errori fu la decisione di innalzare e dare sostegno a una delle dittature più sanguinarie e repressive della lunga storia della repressione latinoamericana. Fulgencio Batista assassinò 20000 cubani in sette anni, una proporzione della popolazione di Cuba maggiore di quella dei nordamericani che morirono nelle due grandi guerre mondiali…Portavoce dell’Amministrazione elogiavano Batista, lo esaltavano come un alleato fidato e un buon amico, in momenti in cui Batista assassinava migliaia di cittadini, distruggeva gli ultimi vestigi di libertà e rubava centinaia di milioni di dollari al popolo cubano. [i]

Queste parole furono pronunciate dal giovane senatore democratico J.F. Kennedy, durante la campagna presidenziale del 1960. Lo stesso Kennedy che poco dopo, già sotto la logica sistemica e come presidente USA, ebbero a loro carico l’invasione mercenaria a Baia dei Porci, l’approvazione dell’Operazione Mangusta, la firma dell’ordine esecutivo che ufficializzò il blocco contro Cuba, ma anche lo stesso Kennedy che esplorava un avvicinamento segreto a Cuba, nei momenti in cui si produce il suo assassinio. Che fosse parte della demagogia elettorale o realmente sincere, le parole di Kennedy sulla Cuba degli anni ’50 riflettono una realtà inconfutabile. È proprio quella Cuba, che hanno sempre preteso di restaurare – aggiustata a un nuovo contesto – i nemici della nazione cubana che parteciparono all’elaborazione o fecero pressione a favore dell’approvazione della Legge Helms-Burton nel 1996. Sono gli stessi settori reazionari di radicata cultura plattista che ora si trovano imbaldanziti con l’appoggio incondizionato che è stato loro offerto dall’amministrazione repubblicana di Donald Trump per la loro offensiva di ostilità contro la Rivoluzione Cubana. Situazione che ha posto le relazioni bilaterali al loro punto più basso dai tempi di W. Bush; ancora con possibilità di continuare a peggiorare.

Molto si è discusso sullo smarrimento giuridico, in aperta violazione del diritto internazionale, che implica la Legge Helms-Burton, ma in prima istanza tutto ciò parte da un’aberrazione politica di gruppi di potere negli USA che rappresentano un pensiero retrogrado che resiste a scomparire e accettare una realtà molto più promettente per le relazioni tra Cuba e la nazione nordamericana.

A sua volta, molta più attenzione mediatica hanno ricevuto per il loro impatto internazionale i titoli III e IV della Legge, tuttavia, senza togliere importanza a questi ultimi, l’essenza della legge risiede nei titoli I e II, infatti, in buona misura i titoli III e IV rispondono all’interesse di raggiungere gli obiettivi postulati nei primi due titoli.

Nonostante sappiamo che è stata costruita con ritagli di numerosi progetti anticubani, la Legge Helms-Burton va vista come un tutto. Nella sua lettera e spirito tutta essa ha un carattere extraterritoriale e costituisce un affronto alla sovranità di Cuba, nel non riconoscere il diritto della nazione cubana alla sua indipendenza e autodeterminazione.

Come è noto, nel titolo I è dove si codifica il blocco, cioè, tutte le regolazioni, misure, ordini esecutivi e disposizioni che fino a quel momento facevano parte dell’impalcatura di guerra economica contro Cuba passano a diventare Legge, da qui che si produca un trasferimento di prerogative dall’esecutivo al legislativo in quanto alla possibilità di rimuovere totalmente il blocco all’Isola. Anche in questo titolo si rafforzano tutte le sanzioni internazionali contro terzi paesi che stabiliscano qualche tipo di relazione economico-commerciale con Cuba o le prestino qualche tipo di assistenza, così come si ufficializza il finanziamento e appoggio generale ai gruppuscoli controrivoluzionari nell’Isola che agiscono come quinta colonna. In questa maniera, sono potenziati e portati a livello di Legge i due componenti basici che hanno definito la politica aggressiva degli USA contro Cuba per decenni: il blocco e la sovversione. Tuttavia, il titolo II, al quale voglio riferirmi brevemente in questa relazione, supera persino i limiti di ciò che possiamo considerare irrazionale come parte delle borie imperiali che hanno caratterizzato la politica USA verso Cuba.

“Credo che non ci sia un esempio nella legislazione internazionale – espresse Ricardo Alarcón nell’anno 2000 -, non c’è un esempio di nessun Parlamento del mondo, in nessuna epoca della storia dell’umanità, che abbia fatto una cosa come quella, che abbia, apertamente legiferato su un altro Paese che non sia colonia. Forse lo abbiano fatto nei tempi imperiali alcuni imperi in relazione alle loro colonie.

Perciò, se si vuole parlare di extraterritorialità, è impossibile trovare un esempio più chiaro e più urtante, più ripudiabile di extraterritorialità di tutto questo Titolo Secondo”. [ii]

Nel leggere questo Titolo della Legge Helms-Burton risulta impossibile per qualsiasi cubano non stabilire parallelismi con l’Emendamento Platt, imposto a forza dal governo USA come appendice della Costituzione cubana del 1901. L’Emendamento Platt costituisce nell’immaginario cubano uno dei ricordi più tristi e odiati di quella che fu l’ingerenza e la dominazione USA nell’Isola durante 60 anni di Repubblica Neocoloniale Borghese. L’applicazione di questo emendamento provocò diversi interventi militari – diretti e preventivi – degli USA a Cuba, inclusa una seconda occupazione, dal 1906 al 1909. Da qui che il marchio plattista, presente nella Legge Helms-Burton, continui a provocare il più energico rifiuto del popolo cubano, anche se il fatto di pretendere di internazionalizzare il blocco e stabilire minacce a terzi coinvolti o desiderosi di commerciare e investire a Cuba, ha sollevato non poche voci di condanna nella comunità internazionale, incluso all’interno degli USA. Non a caso, diversi analisti hanno visto anche nella Legge Helms-Burton una specie di corollario dell’Emendamento Platt e della Dottrina Monroe.

Il titolo II in questione comincia con una dichiarazione cinica e contraria allo spirito stesso di tutta la legge quando segnala che la politica USA è “appoggiare l’autodeterminazione del popolo di Cuba” e più avanti esprime che “l’autodeterminazione del popolo cubano è un diritto sovrano e nazionale dei cittadini di Cuba che deve esercitarsi senza ingerenze del governo di qualsiasi altro paese”.

Tutto ciò che segue a questa impostazione è la sua negazione stessa.

Se l’Emendamento Platt costituì il pugnale nella gola del popolo cubano che Washington utilizzò per raggiungere i suoi disegni sotto la minaccia di occupazione militare permanente, nella Legge Helms-Burton, e in special modo il suo titolo II, si ratifica il blocco economico, commerciale e finanziario, come la pietra angolare della politica aggressiva USA contro Cuba, con l’obiettivo di piegare la volontà sovrana di un’intera nazione e condizionare la rimozione delle sanzioni economiche al ritorno di Cuba nella zona di influenza e dominio degli USA.

L’Emendamento Platt dava il diritto agli USA di intervenire a Cuba ogni volta che lo ritenessero conveniente, ma la Legge Helms-Burton va persino oltre nel suo carattere ingerente, nello stabilire ciò che il presidente e congresso USA intenderanno come un governo di transizione ed eletto democraticamente a Cuba, per poter rimuovere in futuro il blocco e prestare assistenza economica all’Isola.

Ma ponendoci ipoteticamente nel caso in cui i sogni di riconquista neocoloniale capitalista a Cuba fossero realizzati, la smisuratezza di questo titolo II è tale, che lascia chiaro che persino dopo instaurato un governo controrivoluzionario al potere a Cuba, realizzati i sogni dell’imperialismo, con democrazia rappresentativa borghese e multipartitismo, economia di mercato, Radio Martí e TV Martí che trasmettono senza interferenza, tra altri requisiti stabiliti dalla legge in questo titolo, continuerebbe comunque ad esistere il blocco. Prima del suo definitivo annullamento, secondo questo titolo II, nella sua sezione 205, quel governo pro-yankee dovrebbe procedere alla restituzione o indennizzo delle proprietà confiscate dal governo rivoluzionario cubano ai cittadini statunitensi il 1° gennaio o dopo.

E per lasciare costanza che questo elemento è il più rilevante di tutto quanto postulato in questo titolo si dichiara: “È il sentire del Congresso che la liquidazione soddisfacente delle rivendicazioni di proprietà da parte di un Governo cubano riconosciuto dagli Stati Uniti continua ad essere una condizione indispensabile per il pieno ristabilimento delle relazioni economiche e diplomatiche tra gli Stati Uniti e Cuba”.

La data del 1° gennaio 1959 è inclusa con tutta intenzione, poiché lì non si sta parlando solo delle “5911 rivendicazioni certificate” fino all’approvazione della Legge Helms-Burton, lì si stanno incorporando quelli che non erano cittadini statunitensi quando si produce il processo di nazionalizzazione e l’ottennero dopo, ma anche – e lì sta l’inedito e inaudito allo stesso tempo – ai batistiani e tutta la mafia che fuggì da Cuba nei primi giorni di gennaio 1959 al prodursi il trionfo rivoluzionario e ai quali non fu nazionalizzato nulla, bensì furono loro confiscate le proprietà che lasciarono abbandonate di fronte all’urgenza di sapersi in pericolo di incriminazione per malversazione, furto, assassinio e tortura. La smisuratezza di questo titolo è tale che arriva a definire uno scenario in cui, ormai sconfitta suppostamente la Rivoluzione, con un governo fantoccio e un funzionario di coordinamento – alla maniera di Leonard Wood, Enoch Crowder e Sumner Welles – designato dal presidente USA, bisognerebbe consegnare il Paese praticamente in tutta la sua estensione e ricchezze ai suoi antichi sfruttatori e proprietari spuri o alla loro discendenza, affinché possa essere rimosso una volta per tutte il blocco genocida. Cuba tornerebbe ad essere un Paese legato mani e piedi al potere straniero.

Lì si svela senza orpelli il proposito reale della Legge Helms-Burton, che spiega anche la ragion di Stato della politica USA verso Cuba e l’essenza del conflitto tra entrambi i Paesi per più di due secoli, in special modo durante le ultime sei decadi. La democrazia, i diritti umani, il multipartitismo, l’economia di mercato, la transizione pacifica verso il capitalismo e tutta quella retorica che si utilizza come parte del discorso statunitense per giustificare la sua ostilità verso la Rivoluzione Cubana, sono mezzi, non il fine in sé stesso della politica di Washington verso L’Avana. Alla maggior parte dei settori che hanno condotto la politica degli USA verso Cuba, tra essi i difensori ad oltranza della Legge Helms-Burton e i falchi che oggi predominano nel disegno della politica verso l’Isola, poco importano realmente la democrazia liberale e i diritti umani, se ciò non assicura loro al di sopra di tutto la conversione dell’Isola in un’enclave di dominazione yankee. Quest’ultimo è ciò che è veramente importante per i loro interessi, il primo può essere funzionale, ma non condizione sine qua non, sebbene si travesta nel discorso pubblico. La storia e il presente della nostra regione latinoamericana e caraibica è la mostra più evidente di questo assunto. Vediamo Paesi e governi che violano sistematicamente i diritti umani, reprimono, torturano, assassinano, fanno sparire persone, si mantengono al potere in maniera autoritaria e, tuttavia, godono del beneplacito di Washington; su di loro non pesano né blocchi, né leggi Helms-Burton, né la minima sanzione unilaterale. La Legge Helms-Burton, e il titolo II al quale ci siamo riferiti, è anche pieno di linguaggio ingannevole e cinico. Di fatto tutta la legge è sostenuta sull’idea che Cuba sia una minaccia non solo alla sicurezza nazionale USA ma persino per la sicurezza internazionale. Poche volte si è vista nella storia una legge piena di tante calunnie ridicole e infami. Sappiamo, che quando gli USA parlano di “sicurezza nazionale” e persino “sicurezza internazionale”, a ciò che realmente stanno facendo allusione è alla sicurezza imperiale della classe dominante di quel Paese, oggi più sfrenata e violenta che mai di fronte all’evidente declino della sua egemonia globale.

Per concludere potremmo aggiungere che la Legge Helms-Burton, non solo è illegale ed illegittima, ma anche politicamente inattuabile, in quanto è ancorata ad un passato ignominioso che i cubani hanno dovuto superare a forza di coraggio, sacrifici, sudore, lacrime e sangue di varie generazioni, e al quale si potrebbe solo tornare eliminando fisicamente tutto un popolo e spazzando dalle sue fondamenta la storia, tradizione e cultura della nazione cubana.

Nondimeno, ciò che è lamento è che finché esisterà questa legge sarà ben difficile il cammino per raggiungere progressi sostenibili e significativi nel tempo per le relazioni civilizzate tra entrambi i Paesi e risulterà impossibile blindare qualsiasi processo di normalizzazione dinanzi agli alti e bassi della politica domestica USA. Qualcosa che si è messo in evidenza durante l’attuale mandato presidenziale di Donald Trump. Si rende imperioso che tutti noi che propugniamo e difendiamo una relazione più civilizzata a beneficio di entrambi i governi e popoli ci mobilitiamo oggi più che mai nella condanna di questo strumento politico che con la sua pretesa di riprendere la dominazione USA su Cuba, cerca anche di perpetuare e rendere insolubile nel tempo il conflitto tra entrambi i Paesi.

Come avvertì Fidel nel 1994: “La normalizzazione delle relazioni tra entrambi i Paesi è l’unica alternativa; un blocco navale non risolverebbe nulla, una bomba atomica, per parlare in linguaggio figurato, nemmeno. Far esplodere il nostro Paese, come si è preteso e ancora si pretende, non gioverebbe in nulla gli interessi degli Stati Uniti. Lo renderebbe ingovernabile per cento anni e la lotta non finirebbe mai. Solo la Rivoluzione può rendere attuabile la marcia e il futuro di questo paese”. [iii]

(Relazione presentata alla XVIII edizione della Serie di Conversazioni di Cuba nella politica estera degli Stati Uniti, ISRI, 17 dicembre 2019)

Note

[i] Citato da Carlos Lechuga in: Itinerario de una Farsa, Editorial Pueblo y Educación, Ciudad de La Habana, 1991, pp.127-129.

[ii] Trascrizione delle parole di Ricardo Alarcón alla Mesa Redonda Istruttiva del 10 luglio 2000.

[iii] Frammento di lettera inviata dal Comandante in Capo, Fidel Castro Ruz, al presidente messicano Carlos Salinas de Gortari il 22 settembre 1994, tratta da Carlos Salinas de Gotari: Muros, Puentes y Litorales. Relación entre México, Cuba y Estados Unidos (Penguin Random House Grupo Editorial, S.A, 2017).

Fonte: CUBADEBATE

Traduzione: cubainformazione.it

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