Cuba. Momenti della storia

100 ANNI CON FIDEL

Noi siamo la generazione (al singolare, perché tutte le età rientrano in questa definizione) del centenario di Fidel. Siamo i figli di Fidel, di quel 26 luglio, delle imprese impossibili compiute, dei sogni realizzati e di quelli ancora da realizzare.

La geografia acquista un significato morale quando la storia irrompe nei suoi luoghi: una battaglia, uno sbarco, una sconfitta, un patto traditore, una protesta, un grido rimasto per molti anni anonimo – «qui nessuno si arrende» – ma che alla fine ha trovato corpo e voce, un abbraccio di «ora sì che vinciamo la guerra» quando erano rimasti solo pochi fucili. Cintio Vitier ci ha insegnato a comprendere quel misterioso rapporto tra poesia e azioni, tra natura e storia, che pervade ogni angolo del territorio che abitiamo e lo trasforma in Patria. Nel suo libro *Ese sol del mundo moral* (Quel sole del mondo morale) egli svela il momento culminante di tale rapporto nel racconto di una ragazza che fu protagonista e testimone della storia la notte del 25 luglio 1953, alla Granjita Siboney:

«Quella notte fu la notte della vita – ricordava Haydée Santamaría – perché volevamo vedere, sentire, osservare tutto ciò che forse non avremmo mai più potuto osservare, né sentire, né vedere. Tutto diventa più bello quando si pensa che dopo non lo si avrà più. Uscivamo nel cortile, e la luna era più grande e più luminosa; le stelle erano più grandi, più scintillanti; le palme, più alte e più verdi».

Haydée non smetteva di guardare Abel, Fidel, e sapeva che alcuni, forse lei stessa, avrebbero dovuto morire. Cintio conclude allora: «La natura e l’uomo, la bellezza e il bene, si fondevano in quello sguardo (…) su quella soglia del pericolo e della morte».

Ma non fu l’unica volta. Non esistono foto di quel momento. Solo parole che, leggendole, scorrono come immagini in movimento. Le foto arriveranno dopo, e sono terribili. Uomini caduti, o feriti e poi uccisi, come José Luis Tassende, eretto in un angolo dell’Ospedale Civile, che guarda senza paura verso la macchina fotografica, lo stesso sguardo che vedremo anni dopo nel Che ferito a La Higuera. Dal tiranno sarebbe arrivato l’ordine: per ogni soldato caduto in combattimento, uccidere dieci prigionieri. I codardi sbagliano sempre, le idee non si uccidono.

Ma quella ragazza che la prima notte si era estasiata davanti alla bellezza della natura, che era anche quella dei suoi compagni d’armi, ricevette nella cella che condivideva con Melba la punizione più crudele: lì portarono lo sguardo di Abel, suo fratello, perché guardare in faccia la verità e la bellezza era un delitto, e i resti dei genitali mutilati del suo fidanzato Boris Luis Santa Coloma. Ma lei non parlò. La storia di Cuba è ricca di esempi straordinari. Céspedes non acconsentì a deporre le armi quando in cambio gli offrivano la vita di suo figlio prigioniero: «Oscar non è il mio unico figlio, lo sono tutti i cubani che muoiono per le nostre libertà patriottiche», rispose. E divenne il Padre della Patria. Come quella donna che dedicò alla causa indipendentista, uno dopo l’altro, tutti i suoi figli, e quando le dissero che il maggiore era morto, esortò il più piccolo a prendere il suo posto. Ecco perché Mariana è oggi la Madre di tutti i cubani. Martí, che portava l’anello di fidanzamento con la Patria, fuso con il ferro delle catene che gli lacerarono per sempre la caviglia da adolescente nelle cave di San Lázaro, con il suo abito povero e le scarpe scucite, fu l’Apostolo dell’indipendenza, l’ideatore dell’attacco alla caserma di Moncada. Non permisero a Fidel di tenere con sé in prigione le sue opere, ma non importava. Lo disse lui stesso: «Porto nel mio cuore le dottrine del Maestro e nel pensiero le nobili idee di tutti gli uomini che hanno difeso la libertà dei popoli». E ancora una volta lo sguardo in una foto iconica, questa volta doppia: Fidel eretto, provocatorio, con gli occhi fissi sulla Rivoluzione che allora molti ritenevano impossibile, e sulla parete, dietro di lui, leggermente inclinato, come per vedere meglio, un disegno di Martí. Essi difendevano la sua eredità, la sua attualità, nell’anno del suo centenario.

Melba e Haydée sono ritratte insieme dietro le sbarre della prigione: sono le donne del Moncada. Sull’isola che volevano strapparci con l’Emendamento Platt e che in seguito i ribelli avrebbero riempito di scuole e di studenti cubani, latinoamericani, arabi e africani, chiamandola «dell’Gioventù», furono imprigionati i sopravvissuti. Ci sono delle foto. In una di esse, un ragazzo molto magro, con un maglione bianco, fissa la macchina fotografica. I suoi occhi socchiusi, più che guardare, sognano. È Raúl, il fratello minore di Fidel, lo stesso che nel 1952 sventolò la bandiera cubana durante la sepoltura simbolica della Costituzione del ’40, e che nel gennaio 1953 scese la scalinata dell’Università, nella prima marcia delle torce in onore di Martí. Alcuni di loro, mesi dopo, avrebbero assaltato la caserma del Moncada. Era un gruppo di giovani che si era preparato in segreto, come direbbe Cintio Vitier, «per compiere l’atto – l’unica cosa “grande” che si potesse fare “qui” – che avrebbe spazzato via il circolo vizioso delle parole e degli “atteggiamenti”, per aprire, attraverso la breccia della dignità, del coraggio e del sacrificio, la possibilità della lotta rivoluzionaria definitiva». Come disse Fidel: «Era necessario sventolare di nuovo le bandiere di Baire, di Baraguá».

La dialettica tra il possibile e l’impossibile aveva attraversato la storia di Cuba: i riformisti, diffidenti nei confronti del popolo, credevano che l’unica via fosse l’autonomia o, in alternativa, l’annessione, mentre la storia dimostrò che l’unica strada possibile era l’indipendenza; i neocolonizzati della Repubblica troncata pensavano che non fosse possibile affrontare l’esercito e gli statunitensi, e la generazione del Centenario dimostrò che ciò che era giusto e possibile era proprio sfidare l’impossibile. Dove non ci sono impossibili da superare non ci sono rivoluzionari. Il Che lo avrebbe spiegato così, in modo conciso, nel Diario de Bolivia: il 26 luglio fu «una ribellione contro le oligarchie e contro i dogmi rivoluzionari».

Dal carcere, amnistiati grazie alla pressione popolare, partirono alla volta del Messico, dove i combattenti si sarebbero riorganizzati, alcuni nuovi, come quell’argentino asmatico di nome Ernesto Guevara de la Serna, che Raúl e Ñico López avrebbero presentato a Fidel. In Messico si sarebbero riuniti alcuni dei combattenti più importanti della lotta che sarebbe seguita, tra cui Juan Almeida, Ramiro Valdés, Jesús Montané, Pedro Miret, Julio Díaz, Armando Mestre, uomini del Moncada e del Granma. «Se parto, arrivo; se arrivo, entro; se entro, trionfo», dirà Fidel. Anni dopo, partendo verso «altre terre del mondo», il Che Guevara scriverà queste parole ormai ben note:

«In questo momento mi tornano in mente molte cose: quando ti ho conosciuto a casa di María Antonia, quando mi hai proposto di venire, tutta la tensione dei preparativi. Un giorno passarono a chiedere a chi si dovesse avvisare in caso di morte e la reale possibilità di quell’evento ci colpì tutti. In seguito capimmo che era vero, che in una rivoluzione si trionfa o si muore (se è vera). Molti compagni sono rimasti lungo il cammino verso la vittoria».

La morte, non come fine, ma come possibilità nel duro ed eroico compito di salvare la vita, la patria; la patria o la morte, come avrebbe poi detto Fidel, sempre con la convinzione della vittoria. Durante la traversata, un uomo cadde in mare. Fidel ordinò di spegnere i motori e di avviare le ricerche, nonostante il rischio che ciò comportasse. Da quel momento fu chiaro: la vita di un uomo valeva quanto quella di tutti gli uomini. Ad Alegría del Pío, traditi e colti di sorpresa dall’esercito, fu versato il primo sangue. E Almeida sigillò con il suo grido il destino di quegli uomini, del popolo cubano, che non si sarebbe mai arreso. Gli spedizionari si dispersero, finché Raúl e Fidel non si ritrovarono a Cinco Palmas. Dopo l’abbraccio, il dialogo tra i fratelli è entrato nella storia:

  • Quanti fucili hai portato? – chiese Fidel
  • Cinque – rispose Raúl
  • E con i due che ho io, sono sette! Ora sì che vinceremo la guerra!

Molti anni dopo Raúl disse: «Pensavo che mio fratello fosse pazzo». Ed era vero, quegli uomini e quelle donne erano affetti dalla follia assertiva dei rivoluzionari, di coloro che cambiano il mondo. L’avevano ereditata da Mella, da Guiteras, da Martí, da Maceo, da Céspedes. Era la generazione del Centenario di Martí, che non lasciarono morire. Noi siamo la generazione (al singolare, perché tutte le età rientrano in questa definizione) del centenario di Fidel. Siamo i figli di Fidel, di quel 26 luglio, delle vittorie e delle sconfitte di una Rivoluzione iniziata nel 1868 e che non si è mai arresa, degli impossibili vinti, dei sogni realizzati e di quelli ancora da realizzare. Non ci fermeremo.

Fonte: Granma

Traduzione: italiacuba.it

2/8/2026 https://italiacuba.it/

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *