Da Napoli riparte la lotta contro la secessione

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di Giovanni Russo Spena

Come previsto, la nostra lotta contro l’Autonomia Differenziata non si è affatto conclusa. Anzi, il governo rilancia, anche dopo la decisione , su molti punti, della Corte Costituzionale. Il governo non ha affatto recepito le radicali correzioni preordinate dalla Consulta. E il ministro Calderoli, coperto dalla Meloni, addirittura procede alle cosiddette “preintese” con le quattro regioni del Nord su materie importanti, applicando, nei fatti, segmenti dell’Autonomia Differenziata.

I Comitati, diffusi su tutto il territorio nazionale, con la cultura istituzionale acquisita, denunziano scientificamente la incostituzionalità e lanciano una possente campagna di massa permanente, che si articolerà in mille iniziative, per giungere alla manifestazione nazionale del 6 giugno a Napoli. I gruppi parlamentari di opposizione , le regioni di centrosinistra dovranno accompagnare la mobilitazione popolare, nelle forme anche di ricorsi costituzionali che verranno decise.

Dopo la vittoria del NO nel referendum, sulla quale i voti delle ragazze e dei giovani meridionali hanno avuto una massiccia influenza, la Lega, con una accentuazione della cultura secessionista, con un ritorno alle radici politiche di Bossi e a quelle ideologiche di Miglio, ha ricalibrato la sua identità nordista/imprenditoriale. Parla ,ora, addirittura, di regioni del Nord come unico traino del paese, del Mezzogiorno come palla al piede dello sviluppo.

Il Sud è descritto come un bacino inferiore sul piano valoriale. Appare qui il pericolo di un teorema secessionista che il centrosinistra ha sempre rimosso e sottovalutato: la crisi della globalizzazione liberista , la nuova identità riarmista dell’UE ridisegnano uno scenario strutturale di connessione tra segmenti delle borghesie settentrionali e la Baviera, la Carinzia, la Slovenia ecc. E’ un lucido progetto di disgregazione dello Stato italiano e di disarticolazione del proletariato e delle masse popolari, La Costituzione Repubblicana, religione fondamentale della unità del popolo, viene smembrata dal puzzle di venti staterelli differenziati da condizioni geopolitiche, politiche, sociali. Una condizione ingovernabile , avulsa da ogni equilibrio dei poteri, che allude, non a caso, alla delega assoluta al “capo” ( alla “capa”). La secessione richiama il presidenzialismo plebiscitario. Verrebbe abbattuta la ricca concezione della statualità , della autonomia inclusiva dell’articolo 5 della Costituzione. La legalità costituzionale non sopporta il secessionismo mercantile , un mercimonio di interessi economici e posizioni di potere dei “cacicchi” regionali. Quando combattiamo l’Autonomia Differenziata , è bene saperlo, non parliamo di questioni tecnico/giuridiche, ma di impianto istituzionale e, insieme, di vita delle persone, del quotidiano Stato sociale, dei contratti di lavoro , delle gabbie salariali, della formazione, della scuola, dell’ambiente; e, in primo luogo, della sanità pubblica.

Il progetto governativo è funzionale ai processi di privatizzazione ed esternalizzazione dei servizi pubblici essenziali , dando una pessima interpretazione ultronea al principio di sussidiarietà orizzontale dell’art. 118 della Costituzione. Il Sud, di conseguenza, sarebbe sempre più a Sud di un Nord mera appendice subalterna dei processi produttivi mitteleuropei, delle nuove catene del valore che si stanno ricostruendo in questa “tormentata” Europa.

Dovremo rilanciare la centralità del Parlamento, minata dall’egemonismo del governo. Dal progetto Calderoli il Parlamento viene tagliato fuori; svolge un ruolo ancillare, di fastidioso orpello, scisso all’interno della devastante dialettica tra liberisti e sovranisti suprematisti e razzisti. Mentre il grande tema della crisi della rappresentanza affonda nei meandri del politicismo. I Comitati stanno ponendo il grande tema: : dovremo ripartire dai fondamentali, sul piano sociale, ma anche sul piano normativo. Guardiamo anche solo un primo aspetto. I Livelli Essenziali di Prestazione non devono essere declinati al ribasso; il legislatore statale deve garantire il “mantenimento di una adeguata uniformità di trattamento sul piano dei diritti di tutti i soggetti, pur in un sistema caratterizzato da un livello di autonomia regionale e locale decisamente accresciuto” ( sentenza 88 del 2003 della Corte Costituzionale).

Mi pare anche che sia urgente riprendere il tema fondativo già sollevato da Marina Boscaino e Franco Russo in un documento del 13 novembre 2019, più che mai da attuare oggi:” la questione dei LEP solleva non solo una questione relativa alla fruizione dei diritti sociali e civili, ma quella della questione della democrazia. Non sono gli esperti che possono giudicare dei bisogni delle persone; sono le persone , direttamente, che devono avere la possibilità di manifestare le proprie esigenze in relazione alla tipologia, quantità, qualità e modalità di erogazione dei servizi pubblici”.

Quale è la proposta? Strutturiamo un dibattito pubblico sui LEP , funzionale al godimento dei diritti fondamentali “incomprimibili ed indivisibili”. Peer superare la faglia, la scissione che si sta accentuando tra movimenti ed istituzioni , dovremo riassaporare l’azzardo di rimettere a tema forme di “democrazia deliberativa”, che fanno parte della tradizione migliore del movimento operaio, nel rapporto tra masse e potere.

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