Dodici buoni buoni buoni propositi per il “nuovo anno”

Ogni “nuovo anno” viene presentato come un feticcio del calendario, un’illusione aritmetica che promette un rinnovamento automatico dove c’è solo continuità delle relazioni sociali. Foto: Orologio del Big Ben, a Londra / EFE.

di Fernando Buen Abad

Dodici buoni buoni propositi per il “nuovo anno” non sono una lista morale di supermercati o un opuscolo di auto-aiuto, sono una provocazione storica che sfida la realtà con la rozzezza delle sue contraddizioni e la spinge a definirsi.

Ogni “nuovo anno” viene presentato come un feticcio del calendario, un’illusione aritmetica che promette un rinnovamento automatico dove c’è solo continuità delle relazioni sociali, e questa è la prima mena da smascherare perché il tempo che trasforma tutto non è un soggetto storico consapevole o una forza emancipatrice, ma è, dialetticamente, la fase materiale in cui le forze materiali si scontrano. Ed è per questo che è investito di poteri magici per scaricare su di lui la responsabilità che il capitalismo si rifiuta di assumersi, come se bastasse che il numero cambiasse per far cambiare le condizioni di vita della maggioranza.

Il nostro problema con il tempo è, in realtà, il problema di chi lo trasforma in un’arma di sfruttamento e per cosa, perché il capitalismo ha imparato a fetishizzare l’orologio, a frammentare la vita in turni, scadenze, scadenze e scadenze che organizzano lo sfruttamento con precisione scientifica, vendendo la fantasia che ogni “nuovo inizio” sia un’opportunità individuale, mai collettivo, per adattarsi meglio alla stessa cosa.

Così, il nuovo anno funziona come un’anestesia ideologica, una pausa rituale che permette di riciclare le promesse senza toccare le strutture, una pausa simbolica per continuare a diffondere ingiustizia per il resto dell’anno, e questa illusione di cambiamento è profondamente funzionale per l’ordine dominante perché sostituisce la trasformazione storica con l’aspettativa psicologica, la lotta per il desiderio, l’organizzazione con il brindisi; La dialettica del tempo ci ricorda che non c’è rottura senza conflitto, che tutta la vera novità nasce da una negazione concreta di ciò che esiste e non del semplice passare dei giorni, eppure insiste su un tempo lineare, vuoto, omogeneo, dove tutto passa ma nulla viene superato, dove le crisi si ripetono come stagioni e l’ineguaglianza viene riciclata con nuovi nomi.

Un nuovo anno, quindi, non inaugura nulla, maschera solo la persistenza di un sistema che deve convincerci che il futuro sta già arrivando affinché non lo costruiamo, che il cambiamento è inevitabile affinché non sia rivoluzionario, che la storia proceda da sola affinché nessuno lo spinga; In questa trappola temporale, la memoria si diluisce, perché ogni gennaio sembra cancellare le lotte precedenti, i sconfitti, le conquiste strappate con la forza dell’organizzazione, e senza memoria non c’è dialettica se non la ripetizione, non c’è negazione della negazione ma l’eterno ritorno dello sfruttamento.

Il nostro problema non è il calendario ma la coscienza storica, non è il passare del tempo ma la sua appropriazione politica, perché mentre le classi dirigenti pianificano decenni avanti, proteggono i loro privilegi e gestiscono il futuro come un’impresa, al popolo viene offerta l’illusione del “nuovo anno” come orizzonte più alto, un rinnovamento di dodici mesi che non basta mai a cambiare l’essenziale; È furiosamente dialettico affermare che il tempo diventa nuovo solo quando la relazione delle forze cambia, quando il vecchio viene sconfitto e non semplicemente inventato, quando il futuro cessa di essere una promessa astratta e diventa un progetto collettivo, e questo non avviene per decreto o per campane ma per accumulo di coscienza, organizzazione e lotta.

Tale illusione di cambiamento annuale è, alla fine, una pedagogia dell’attesa, un invito a rimandare l’indignazione, a rimandare la ribellione, a credere che domani sarà migliore senza chiedere meglio a chi, e nel frattempo il tempo continua a contattare il plus-valore, la privazione di espropriazione, la precarietà e la guerra come normalità; Rompere con quell’illusione implica politicizzare il tempo, comprendere che ogni giorno è un campo di battaglia e non una tabula rasa, che non esiste una “tabula rasa” per chi porta debiti storici, disuguaglianze strutturali e violenza sistematica.

Il nuovo anno può essere nuovo solo se viene strappato dall’inerzia, se è pieno di contenuti trasformativi, se viene trasformato in una continuità consapevole di lotte e non nella loro interruzione rituale, perché la dialettica non conosce festività e la storia non si ferma a brindare; In definitiva, il problema del tempo è il problema del potere, e l’illusione del cambiamento è una strategia per disattivare l’urgenza del vero cambiamento, quella che non aspetta il prossimo gennaio o la prossima promessa, quella che capisce che il futuro non arriva: si costruisce o soffre.

E buoni buoni propositi?

(1) Il primo di questi scopi, senza girarci intorno o eufemismi, è la giustizia sociale intesa non come elemosine o slogan elettorale, ma come una radicale riorganizzazione della vita collettiva affinché la ricchezza prodotta da tutti non venga più dirottata da pochi. La giustizia sociale come pratica materiale che sradica la fame, l’ignoranza forzata, l’insicurezza lavorativa e l’umiliazione quotidiana, una giustizia sociale che non si inginocchia davanti ai mercati o di fronte a statistiche inventate, ma si oppone allo sfruttamento e la chiama con il suo nome.

(2) Il secondo scopo è smantellare la macchina ideologica che naturalizza la disuguaglianza e ce la vende come destino, perché senza una battaglia culturale ogni conquista economica è fragile e reversibile, e perché il buon senso dominante oggi è una fabbrica di rassegnazioni che deve essere sabotata con il pensiero critico, la memoria storica e un’organizzazione consapevole.

(3) Il terzo scopo è la vera democratizzazione della comunicazione, non come concessione graziale ma come diritto strategico, affinché la parola cessi di essere un monopolio delle corporazioni e diventi uno strumento dei popoli, capace di narrare le loro lotte, i loro dolori e le loro speranze senza filtri commerciali o censura segreta.

(4) Il quarto scopo è il recupero del lavoro come attività dignitosa e creativa, libera dalla logica dello sfruttamento che lo riduce a una merce usa e getta, perché finché il lavoro continuerà a essere un campo di guerra contro chi lo svolge, non ci sarà futuro da celebrare né nuovo anno da raggiungere.

(5) Il quinto scopo è l’educazione critica, pubblica ed emancipatoria, un’educazione che non forma persone obbedienti al mercato ma soggetti capaci di comprendere e trasformare il mondo, un’educazione che insegna a dubitare, a interrogarsi, a organizzarsi e a non accettare come naturale ciò che è storico e quindi modificabile.

(6) Il sesto scopo è la sovranità in tutte le sue dimensioni: cibo, energia, culturale e tecnologica, perché un popolo dipendente è un popolo ricattabile e poiché l’indipendenza non è declamata, è costruita con decisioni economiche e politiche che danno priorità al benessere collettivo rispetto al profitto transnazionale.

(7) Il settimo scopo è l’uguaglianza sostanziale tra i generi, non come uno slogan vuoto ma come una profonda trasformazione dei rapporti di potere che attraversano lavoro, casa, politica e lingua, comprendendo che non esiste giustizia sociale possibile finché persistono violenza, esclusione e disuguaglianze normalizzate.

(8) L’ottavo scopo è la difesa attiva della natura come condizione di sopravvivenza e non come moda verde, assumendo che il modello predatorio del capitalismo sia incompatibile con la vita e che la crisi ecologica sia anche una crisi sociale, etica e politica che richiede un cambiamento nel modo in cui produciamo e consumiamo.

(9) Il nono scopo è la memoria come arma di lotta, la memoria della resistenza, dei crimini di potere, delle conquiste conquistate con il sacrificio, perché un popolo senza memoria è facilmente addomesticato e perché l’oblio programmato è una forma sofisticata di dominazione.

(10) Il decimo scopo è l’integrazione solidale dei popoli di fronte al nazionalismo esclusivo e al globalismo aziendale, un’integrazione basata sulla cooperazione, il rispetto e la complementarità, capace di affrontare collettivamente i poteri che vogliono che siamo frammentati e in competizione permanente.

(11) L’undicesimo scopo è l’etica dell’organizzazione, la costruzione paziente e collettiva di forze popolari che non dipendono da caudillos o miracoli, ma da partecipazione consapevole e disciplina solidale, perché senza organizzazione l’indignazione si dissolve e il desiderio di cambiamento si trasforma in frustrazione.

(12) E il dodicesimo scopo è la coerenza tra parola e azione, quella rara virtù rivoluzionaria che richiede di vivere come si pensa e pensare come si vive, senza doppi standard o scorciatoie opportunistiche, comprendendo che ogni gesto quotidiano è anche un campo di disputa politica.

Questi dodici propositi non stanno in un brindisi né si realizzano con un calendario, sono compiti aperti che si scontrano con un sistema progettato per prevenirle, ma proprio per questo motivo sono necessari, perché il “nuovo anno” non cambierà nulla da solo e sarà nuovo solo se lo spingiamo a essere, se facciamo di ogni giorno un atto di insubordinazione consapevole contro l’ingiustizia, Se assumiamo che la storia non proceda da sola e che la giustizia sociale, il primo desiderio e la prima condizione di tutti gli altri, non cade dal cielo o venga supplicata, è conquistata.

28/12/2025 https://www.telesurtv.net/blog

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