Dossier Statistico Immigrazione 2024
Chiara Milani
“Volevamo braccia, sono arrivate persone. E così, tranciato un braccio, abbiamo restituito sul pianerottolo il resto e una scatola. Col braccio dentro. Aveva 31 anni e si chiamava, la persona, Satnam Singh. Vogliamo manodopera qualificata, sbarchi selettivi. I taxi del mare, invece, continuano a portarci carichi residuali”.
Inizia così l’introduzione del Dossier Statistico Immigrazione 2024 dal titolo “Fino a quando?” di Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS. Si tratta di un rapporto realizzato annualmente che contiene un’analisi dettagliata delle dinamiche migratorie a livello globale e nazionale. È curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in collaborazione con l’Istituto di Studi Politici “San Pio V” e con il sostegno di vari enti, tra cui UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali). L’edizione del 2024 è suddivisa in diverse sezioni: contesto internazionale ed europeo, flussi e presenze in Italia, integrazioni e apri diritti, lavoro ed economia e contesti regionali. Il presente post ne ricorda alcuni elementi, soffermandosi sui primi due capitoli e approfondendo l’origine e alcuni effetti delle politiche restrittive.
Esternalizzazioni e detenzioni: misure cardine delle politiche europee
L’esternalizzazione – intesa come cooperazione con paesi terzi e detenzione sistematica dei migranti alle frontiere, e talvolta delega dell’esame delle richieste d’asilo – è uno degli elementi caratterizzanti le politiche europee in materia di immigrazione e asilo (1). Dal 2000, ispirandosi ai modelli adottati da Australia e USA, gli Stati europei hanno iniziato a delegare a Paesi terzi, spesso governi instabili o autoritari, il controllo delle partenze e le procedure d’asilo, senza sufficienti garanzie sui diritti umani. Si è associata una limitazione progressiva dei canali legali di accesso per chi fugge da guerre o migra per motivi familiari o lavorativi. L’Unione Europea (UE) aveva formalmente inquadrato questa cooperazione già dal Vertice di Tampere (1999), inizialmente con un linguaggio orientato allo sviluppo umano e alla mobilità sicura. Il successivo “Global approach to migration” (Gam) del 2005, poi ribattezzato, nel 2011, “Global approach to migration and mobility” (Gamm) confermava l’approccio centrato sulla persona includendo anche “azioni volte a favorire viaggi legali e sicuri e la mobilità per lo sviluppo”.
Tuttavia, dopo la cosiddetta “crisi dei rifugiati” del 2015 – con l’arrivo di quasi due milioni di persone, soprattutto da Siria, Afghanistan e Iraq -, la cooperazione si è trasformata nell’esternalizzazione del controllo migratorio. L’UE ha adottato, infatti, l’Agenda europea su immigrazione e asilo, puntando sul rafforzamento della cooperazione con i Paesi terzi per impedire le partenze. La strategia è stata poi definita meglio nel Vertice de La Valletta (2015) e nel Nuovo quadro di cooperazione con i Paesi terzi dell’UE del 2016, e si è concretizzata con la Dichiarazione UE-Turchia del marzo 2016: chi arrivava sulle coste delle isole greche poteva essere rimandato in Turchia, che in cambio otteneva il reinsediamento in Europa di migranti di origine siriana. L’accordo è stato ampiamente criticato: la Turchia non garantiva accoglienza ai non siriani e offriva solo protezione temporanea ai siriani, con abusi, detenzioni e espulsioni arbitrarie. In seguito, le esternalizzazioni si concretizzano soprattutto attraverso accordi bilaterali tra singoli Stati e Paesi terzi, come il Memorandum Italia-Libia (2017), che ha previsto il finanziamento di centri di detenzione – sede di violenze, abusi, stupri, estorsioni e uccisioni, e il successivo Memorandum UE-Tunisia del luglio 2023, che segue le orme del precedente.
Alle esternalizzazioni, si associano poi le detenzioni, che ad oggi rappresentano, come ricordato, l’altro pilastro di gestione europea. Infatti, il metodo hotspot, introdotto con l’Agenda europea del 2015, istituiva “punti di crisi” dove effettuare rapidamente le procedure di identificazione, registrazione e rilevamento delle impronte digitali delle persone all’arrivo, e si è invece tradotto nella sistematica privazione della libertà dei migranti in arrivo in Grecia e Italia, senza garanzie giuridiche chiare. Più recentemente, l’Italia ha stipulato un Protocollo con l’Albania (novembre 2023), reso operativo con la legge 14/2024, che prevede centri in Albania per accogliere persone migranti soccorse in mare (2). Qualche giorno fa è stata approvata alla Camera l’estensione dell’uso delle strutture ai migranti irregolari – il Decreto diventerà legge dopo il passaggio in Senato, rendendoli quindi centri per i rimpatri fuori dai confini UE. “Il Tavolo Immigrazione e Asilo ritiene che l’intera operazione Albania rappresenti una sospensione della legalità, oltre che una violazione dei diritti fondamentali […]. Le numerose criticità più volte evidenziate sottolineano ancora una volta che non c’è alternativa alla totale dismissione del progetto”, scrive Amnesty (3). Si è aggiunta ora l’apertura da parte della Commissione Europea alle deportazioni di richiedenti asilo in Paesi terzi con cui non hanno alcun legame (4).
Sia l’esternalizzazione, sia la detenzione ai confini sono state ulteriormente rafforzate con l’attuazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, approvato nella primavera 2024. Tale Patto, che arriva dopo anni di negoziati, riafferma la priorità di bloccare i flussi migratori, anche servendosi di regimi autoritari (come Tunisia e Libia): l’esternalizzazione delle frontiere è contrattata offrendo in cambio finanziamenti, sostegno politico e promesse di partenariato. I punti principali del patto sono i seguenti: il superamento parziale del Regolamento di Dublino, prevedendo una redistribuzione obbligatoria dei richiedenti asilo tra stati europei; la possibilità per i Paesi che non vogliono accogliere richiedenti asilo di pagare 20.000 euro per ciascuno non accolto – assegnando un “prezzo” alla vita umana; il passaggio del trattenimento dei migranti nei Paesi di primo arrivo da 12 a 20 mesi (eccetto per i soccorsi in mare da ONG). È anche inclusa una Procedura accelerata per chi arriva da Paesi ritenuti “sicuri”: esame della domanda entro 12 settimane e, in caso di rifiuto, possibile detenzione fino a tre mesi per il rimpatrio – parola che rappresenta quasi un’ossessione nel patto, citata oltre 90 volte. L’ASGI ha definito questa misura un sistema “non solo repressivo, ma anche discriminatorio sulla base della nazionalità”. Un recentissimo position paper firmato Società Italiana di Medicina delle Migrazioni e Società Italiana di Epidemiologia analizza e commenta gli effetti del patto europeo sulla salute dei migranti (5).
Cosa osserviamo: effetti della retorica dei rimpatri
Quelli ricordati di seguito sono solo alcuni esempi tra gli innumerevoli.
Partiamo dalla rotta sub-sahariana. L’UNHCR ha documentato almeno 1.180 morti nel Sahara tra il 2020 e il 2024 – pur se il dato potrebbe essere molto più alto, tra violenze, torture, respingimenti, detenzioni arbitrarie e “orrori inimmaginabili” (6). Si associa un calo degli sbarchi in Italia: 31.689 a 25 luglio 2024, contro 87.286 di un anno fa, poco più di un terzo. Le rotte, infatti, si adattano, aprendosi percorsi più lunghi, costosi e pericolosi. La Rotta Atlantica ne è un esempio e rappresenta la più letale al mondo. Il 2023 ha registrato una crescita degli sbarchi sulle coste dell’Arcipelago della Canarie del 154.5% rispetto al 2022, e un ulteriore aumento del 152.4% nei primi 7 mesi del 2024 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si associa un numero mai registrato di morti: 6.618 morti, una media di 18 vittime al giorno, nel 2023 e 4808 nel periodo gennaio-maggio 2024 (7).
Spostandoci nei Balcani, ad agosto 2024 è stata sospesa la libera circolazione tra Italia e Slovenia per presunte minacce terroristiche, con oltre 1.400 respingimenti da ottobre a marzo, spesso simbolici e inefficaci. Inoltre, il confinamento dei migranti si sta diffondendo prevedendo centri di accoglienza che possono trasformarsi in centri di detenzione. Un esempio emblematico è il centro di Lipa (Bosnia-Erzegovina), dove l’UE ha finanziato la costruzione di un’area per trattenere persone da rimpatriare. In altri paesi della regione, come la Serbia, a partire dal Covid-19, sono stati oltre 8.000 i migranti detenuti arbitrariamente (8).
E ancora, l’Ong Aegean Boat Report scrive che episodi di persone abbandonate su zattere dopo essere state respinte dalle autorità greche sono all’ordine del giorno negli ultimi quattro anni “ben 27mila persone sono state ritrovate alla deriva su 1.600 zattere abbandonate al largo dalla guardia costiera ellenica” (9). Parallelamente, si è intensificata la detenzione amministrativa dei migranti: la Grecia è all’avanguardia con i nuovi centri chiusi di accoglienza (Closed controlled access centre of islands – Ccaci), isolati e lontani dalle città, a segnare la piena attuazione della nuova “sperimentazione politica” della reclusione e privazione della libertà dei migranti, come riporta la rete RiVolti ai Balcani nel volume “Chiusi dentro. I campi di confinamento nell’Europa del XXI secolo (10).
Questo breve elenco al di là dei nostri confini potrebbe essere lungamente arricchito.
Conclusioni
Il dossier lancia un messaggio chiaro. La gestione delle migrazioni è sempre più segnata da una contraddizione evidente. Da un lato le politiche tendono a chiudere le frontiere e di conseguenza a limitare i diritti di chi migra con respingimenti, muri e fili spinati, strategie di deterrenza e criminalizzazione e in cui gli spazi detentivi, che si moltiplicano in tutta Europa, rappresentano una “normalizzazione” della privazione della libertà per chi attraversa i confini in modo irregolare. La tendenza securitaria non è solo europea: l’approccio sta accomunando, tra gli altri, USA, Tunisia, Sudafrica, India, Cile, Pakistan. Dall’altro il fenomeno migratorio è strutturale, la proporzione di persone che si muovono nel mondo rispetto al totale della popolazione globale si attesta intorno al 3% dal 1990 (11). Inoltre, le tendenze socio-demografiche attuali mostrano che nei paesi ad alto reddito – come quelli europei – si prevede che, senza migrazioni, si avrà un calo demografico (stimato attorno a −360 milioni tra 2020 e 2050), mentre negli altri paesi si registrerà una forte crescita (stimata nel +1,3 miliardi) (12).
Ecco che si mostra il fallimento delle istituzioni internazionali e delle società democratiche quando i diritti dei migranti non vengono tutelati. La morte di richiedenti asilo, come nel caso di Satnam Singh, e di altri “carichi residuali” è sintomo della “necropolitica”, termine coniato dal filosofo politico camerunense Achille Mbembe ad indicare “il potere e la capacità di decidere chi può vivere e chi deve morire”.
Chiara Milani, Dipartimento Scienze della Salute, Università di Firenze
Riferimenti
1 “Externalisation/Mobility and agency in protracted displacement”, in Forced Migration Review, 68, 2021
2. https://www.saluteinternazionale.info/2024/05/esportare-i-migranti-il-caso-albania/
3. https://www.amnesty.it/il-decreto-albania-fuori-dalla-legalita/
4. https://www.eunews.it/2025/05/20/revisione-paesi-terzi-sicuri-asilo-ue/
7. https://caminandofronteras.org/wp-content/uploads/2024/06/Report-DALV-5-months-2024-EN_ok-1.pdf.
10. https://altreconomia.it/prodotto/chiusi-dentro/
11. United Nations Department of Economic and Social Affairs, Population Division, International Migration 2020 Highlights, New York, 2021.
12. Bruni, A. Ricci, “Il futuro dei flussi migratori: una proposta per una gestione razionale e umana”, in IDOS-Confronti-Istituto “S. Pio V”, Dossier Statistico Immigrazione 2022, IDOS, Roma, 2022, pp. 21-29
16/6/2025 https://www.saluteinternazionale.info/










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