Ebrei, di sinistra e antisionisti
Negli Stati uniti alcune organizzazioni ebraiche partecipano alle lotte contro il genocidio di Gaza. È l’esito di lunga storia di vicinanza della diaspora con le comunità che si battono contro l’oppressione. Un libro la ricostruisce
Quando i manifestanti ebrei hanno occupato gli androni dei palazzi del Campidoglio, bloccato le strade in tutto il paese e organizzato una protesta senza precedenti alla Grand Central Station di New York, i giornalisti hanno cercato il modo di definire questo fenomeno «nuovo». Alcuni esponenti delle organizzazioni dell’establishment ebraico hanno condannato questi dissidenti, definendoli utili idioti del terrorismo, traditori della loro comunità o addirittura non ebrei. Altri vi hanno scorto una rivendicazione completamente nuova dell’identità ebraica, la costruzione di un modo di essere ebrei in rottura con il consenso ebraico dominante. Sebbene si tratti della rinascita di organizzazioni ebraiche alternative e di una vita religiosa e culturale lontana dal sionismo maggioritario nelle istituzioni dell’ebraismo americano, in realtà non c’è nulla di nuovo in tutto ciò.
Come lo studioso Benjamin Balthaser ricostruisce nel suo nuovo libro, Citizens of the Whole World: Anti-Zionism and the Cultures of the American Jewish Left, la visione dell’identità ebraica emersa nelle manifestazioni di solidarietà con la Palestina guidate dagli ebrei e organizzate da gruppi come Jewish Voice for Peace, IfNotNow e Jewish Anti-Zionism Network rappresenta l’ultima fase di una lunga storia che vede l’identità ebraica connessa a tutte le comunità che affrontano l’oppressione e su un modello diasporico di internazionalismo.
Shane Burley ha parlato con Balthaser di come gli ebrei sia della Vecchia che della Nuova sinistra abbiano elaborato il loro senso di identità ebraica, di come abbiano compreso e reagito all’emergere del sionismo, che in seguito ha dominato la vita ebraica negli Usa, e di come questo modello di ebraismo abbia trovato continuità nell’attivismo ebraico radicale che ha tentato di fermare il genocidio a Gaza.
Come concepivano gli ebrei che popolavano la sinistra ebraica americana la propria identità ebraica, indipendentemente dall’ebraismo? Soprattutto considerando che non erano prevalentemente religiosi.
Il libro inizia negli anni Trenta, il periodo d’oro della sinistra ebraica americana, con il Partito Comunista, il Socialist Workers Party e un enorme movimento operaio ebraico, in particolare a New York City con l’International Ladies’ Garment Workers’ Union (Ilgwu), che contava centinaia di migliaia di iscritti ebrei americani.
La sinistra ebraica precede di gran lunga gli anni Trenta. Lo storico Tony Michels sottolinea che la sinistra ebraica inizia in realtà alla fine del diciannovesimo secolo e precede di fatto la sinistra ebraica europea.
Sebbene il Jewish Labour Bund non abbia mai avuto una presenza massiccia negli Stati uniti, l’ala ebraica del Partito comunista era in realtà molto bundista nella sua celebrazione dell’identità ebraica. C’era una sorta di Bundishkeit nella sinistra ebraica americana che adottava molti dei tratti distintivi culturali del Bund – diasporismo, orgoglio culturale, internazionalismo, yiddishkeit – pur non condividendo la richiesta di autonomia ebraica del Bund. Lo si poteva vedere nel Jewish People’s Fraternal Order (Jpfo), che era una scissione del Workmen’s Circle, in riviste come Jewish Life e Morgen Freiheit, così come in artisti come Ben Shahn, Victor Arnautoff, Hugo Gellert e scrittori come Mike Gold e Muriel Rukeyser.
Cos’era dunque la cultura ebraica negli anni Trenta e Quaranta? Spesso era filo-yiddish e si basava su quelli che venivano definiti «valori ebraici progressisti».
Questa componente della sinistra ebraica come si è relazionata al sionismo?
L’antisionismo della sinistra ebraica negli anni Trenta era un po’ diverso da quello odierno. Per certi versi, probabilmente erano più critici nei confronti dell’idea di uno Stato ebraico. Ma il loro antisionismo emerse organicamente dal loro umanesimo diasporico, ebraico, yiddish e laico. Non diventarono antisionisti e poi di sinistra: erano di sinistra, umanisti, internazionalisti. Quindi, quando il movimento sionista iniziò a prendere piede negli anni Quaranta, lo considerarono l’antitesi di tutto ciò che la cultura ebraica progressista avrebbe dovuto essere.
La loro analisi vedeva il sionismo come una forma di fascismo, l’opposto del loro internazionalismo progressista, ed era allineato con l’imperialismo. Numerosi saggi pubblicati negli anni Trenta sostenevano questa tesi. William Zukerman, noto giornalista ebreo socialista che poi negli anni Cinquanta diede vita a un bollettino, definì il sionismo come «giudaismo mitragliatore». Disse apertamente che i sionisti erano «fascisti». Robert Gessner definì il sionismo revisionista di [Ze’ev] Jabotinsky «un piccolo Führer sul Mar Rosso». Mike Gold – probabilmente il più importante comunista ebreo degli anni Trenta e Quaranta – descrive essenzialmente il cattivo sionista del suo romanzo, Baruch Goldfarb, come un losco politico di destra newyorkese, una spia sindacale e uno scaccia-voti.
Per loro era chiaro: i sionisti erano i Roy Cohn del mondo.
Qual è l’origine di questa concezione dell’ebraismo? Dove vede potenziali influenze?
Il primo fatto controintuitivo da comprendere è che la sinistra ebraica americana è stata in un certo senso uno sviluppo autoctono; non un’importazione da lidi stranieri. Anzi, potrei ribaltare un po’ la domanda e chiedere: perché è emersa una sinistra ebraica negli Stati uniti? Può sembrare improbabile, dato che gli Stati uniti non sono noti per il loro progressismo.
Ma è anche importante ricordare che il Primo Maggio inizia negli Stati uniti. Karl Marx, ad esempio, scrisse in modo molto toccante sul movimento operaio americano; gli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento negli Stati uniti videro alcuni degli scioperi e delle iniziative più radicali al mondo. I martiri di Haymarket e il movimento per la giornata lavorativa di otto ore ebbero un’enorme influenza sulla sinistra globale.
Era anche il momento in cui c’era un enorme afflusso di ebrei, per lo più appartenenti alla classe operaia, in fuga dalla Zona di Residenza nell’Europa orientale e giunti in mezzo a questo vortice di attività sindacali. Questi ebrei erano consapevoli del legame tra l’emancipazione ebraica e le rivoluzioni democratiche europee: arrivano negli Stati uniti e incontrano attivisti sindacali immigrati tedeschi, messicani e di altre origini. Questi immigrati ebrei di lingua yiddish giungono in America e si uniscono alle fila del proletariato, incontrando socialisti immigrati tedeschi e di altre origini. Molti di loro diventano socialisti non in Europa, ma una volta arrivati negli Stati uniti.
La domanda interessante non è: «Perché gli ebrei si schieravano sinistra?». Molti gruppi etnici in Europa hanno avuto una presenza di sinistra sproporzionata per un certo periodo. I tedeschi nel diciannovesimo secolo e, all’inizio del ventesimo secolo, i finlandesi costituivano una parte enorme del Partito comunista. La domanda è invece come e perché la sinistra ebraica statunitense abbia preso quella forma.
Gli ebrei erano in realtà molto simili ad altri gruppi etnici che portarono con sé il radicalismo o si radicalizzarono una volta entrati a far parte del movimento sindacale. Ma perché il radicalismo persisteva?
Per i finlandesi e i tedeschi durò praticamente una generazione, forse due. Ma per gli ebrei, durò a lungo. Anzi, fino agli anni Cinquanta, gli ebrei che facevano parte del movimento socialista diventarono più radicali man mano che rimanevano in America.
La narrazione che sentirete da molti storici ebrei è questa fandonia secondo cui i radicali provenivano dall’Europa, ma non appena si assimilarono, divennero veri e propri liberaldemocratici. In realtà non è quello che è successo. Invece, questi milioni di immigrati ebrei diventarono socialisti al loro arrivo. Più a lungo rimanevano, più fiducia avevano nell’esprimere le loro idee politiche radicali.
Mike Gold era un immigrato di seconda generazione. La maggior parte del Partito comunista, come chiarisce lo storico Michael Denning in The Cultural Front, era composta da americani di seconda e terza generazione, e una gran parte di questi era ebraica. La sinistra ebraica costituiva una parte importante di etnia bianca nel Fronte popolare.
Uno dei motivi per cui gli ebrei rimasero più a lungo nella sinistra è che, a differenza della sinistra europea, la sinistra negli Usa dovette imparare il linguaggio dell’antirazzismo. L’America non è solo una società diversificata, è un paese fondato sulla schiavitù e sul genocidio indigeno. Gli afroamericani costituivano una parte importante del movimento operaio, soprattutto nelle città del nord. Tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, gli organizzatori sindacali si resero conto che i padroni usavano il razzismo per dividere il movimento operaio. Le fazioni più progressiste e lungimiranti del movimento operaio – come i Wobblies, alcune parti del Partito socialista e il Partito comunista – capirono che non solo dovevano essere antirazziste, ma dovevano anche abbracciare attivamente la classe operaia nera. Era l’unico modo per costruire un movimento di sinistra forte.
Per gli ebrei americani, era la prima volta che l’appartenenza a una minoranza etnica non era in contrasto con la politica di sinistra. In Europa, come Enzo Traverso discute in I marxisti e la questione ebraica, la sinistra europea si è spesso chiesta cosa fare con i movimenti ebraici autonomi. Il Bund, ad esempio, si scontrava spesso con altre organizzazioni di sinistra. Ma negli Stati uniti, la sinistra divenne il primo spazio politico in cui si sviluppò veramente un movimento multietnico di sinistra in cui la politica etnica ebraica non era anti-sinistra; era parte integrante della cultura americana di sinistra. Come osservò Stuart Hall a proposito di un altro paese colonizzato, «la razza era la modalità attraverso cui si viveva la classe», e per generazioni di ebrei che ancora ricordavano l’esperienza della cittadinanza di seconda classe in Europa, questa modalità parlava al loro buon senso.
Un altro fattore importante fu che molti ebrei di sinistra si identificavano con gli afroamericani come un modo per affrontare ed elaborare le proprie esperienze con l’antisemitismo. Gli ebrei che arrivarono in America poterono vedere immediatamente il collegamento, in particolare gli ebrei immigrati dall’Europa orientale che si unirono ai nascenti movimenti socialisti e comunisti. Quando gli immigrati ebrei negli Stati uniti videro gli afroamericani linciati, bruciati vivi e sottoposti a ogni tipo di violenza fisica, molti lo riconobbero immediatamente. Molti ebrei americani si allontanarono dalla solidarietà interrazziale; ma molti che si unirono alla sinistra considerarono la solidarietà interrazziale non solo il principio fondamentale del socialismo negli Stati uniti, ma anche l’identità ebraica diasporica.
Si potrebbe dire che si trattasse di una forma di assimilazione di sinistra. Cercavano di tradurre la loro esperienza ebraica in quello che consideravano un idioma americano. E all’interno della sinistra laburista, quell’idioma era l’antirazzismo, proprio come altri ebrei, cercando di assimilarsi alla cultura bianca americana dominante, interpretavano l’idioma americano come razzismo.
Nel bene o nel male, gli ebrei hanno da tempo sperimentato l’idea di considerarsi una comunità – una comunità diasporica – ovunque vadano. C’è un’aspettativa condivisa che, ovunque si stabiliscano, gli ebrei si riuniscano, si organizzino e mantengano una vita comunitaria. Quel senso di identità collettiva e di costruzione della comunità non è scomparso negli Stati uniti. Gli ebrei di sinistra hanno fatto lo stesso. C’erano festività, rituali, eventi comunitari e la sensazione che, ovunque si vada, ci si riunisca come ebrei. Non era sempre così per altri gruppi etnici bianchi della diaspora.
Una narrazione sostiene che gli ebrei si sono spostati verso destra in prossimità dell’assimilazione e del sionismo, forse a partire dalla fine dell’Olocausto e dalla fondazione dello Stato di Israele, nonché dal sionismo consensuale dopo il 1967 e la Guerra dei Sei Giorni. Lei complica questa analisi sottolineando anche l’enorme influenza che la Paura rossa ha avuto in questo processo. In che modo la Paura rossa e il maccartismo degli anni Cinquanta hanno influenzato l’autoconcezione e la politica degli ebrei statunitensi?
La Paura rossa è un fattore incredibilmente sottovalutato della vita ebraica americana. Non si può sottovalutare l’antisemitismo della Paura rossa e la disgregazione della vecchia sinistra ebraica.
Due terzi di coloro che vennero portati davanti alla Commissione per le Attività Antiamericane della Camera (Huac) nel 1952 erano ebrei, in un’epoca in cui gli ebrei rappresentavano meno del 2% della popolazione degli Stati uniti. John E. Rankin, leader della Huac al Senato, ideò un gioco per «smascherare» i nomi ebraici delle persone sotto inchiesta, comportandosi come se questo le «svelasse» come comuniste.
Il Jpfo, la più grande organizzazione ebraica di sinistra, fu dichiarata illegale dal governo. Anche il Civil Rights Congress, la più grande organizzazione per i diritti civili associata al Partito comunista e la cui leadership era composta per metà da neri e per metà da ebrei, fu messa al bando. Quindi, quando si parla dell’assimilazione della sinistra ebraica al liberalismo, si deve anche considerare il fatto che la sinistra ebraica degli Usa fu di fatto annientata. Lo stesso Partito comunista, al suo apice, contava circa 100.000 membri, circa la metà dei quali ebrei. Ciò che costituiva la spina dorsale militante del movimento sindacale progressista e il Congress of Industrial Organizations (Cio) – la dozzina di sindacati militanti affiliati al Partito comunista – furono tutti smantellati.
Quindi lo spostamento degli ebrei verso il liberalismo americano fu, in parte, il risultato della violenta repressione della sinistra ebraica.
La Nuova sinistra ha imparato questa lezione. Nel libro racconto diverse storie di attivisti degli Students for a Democratic Society (Sds) che, da bambini con i pannolini rossi, hanno imparato dai familiari che, se si voleva che ci fosse un serio movimento di sinistra negli Stati uniti, doveva essere anti-anticomunista. Questa, direi, è stata una delle vere innovazioni della Sds.
Lei parla di quelle che definisce organizzazioni «neo-bundiste», alcune delle quali sono ancora guide riconosciute del movimento, come Jews for Racial and Economic Justice [Jfej] e altre che hanno contribuito a preparare il terreno per gruppi come Jewish Voice for Peace [Jvp], che ancora oggi guidano gran parte del nostro immaginario ebraico radicale. Ma osserva anche che il Jewish Labour Bund stesso non ha mai avuto una solida base negli Stati uniti. Quindi, come hanno fatto le idee del Bund, la coscienza e il particolarismo rivoluzionari ebrei ad affermarsi nella New Left e oltre?
La mia impressione è che il Bund stesso, come organizzazione, fosse molto poco presente. C’erano dei bundisti e c’era un circuito in cui i bundisti andavano negli Stati Uniti e tornavano nell’Europa orientale, portando avanti e indietro la buona parola. Il Bund aprì persino una sede a New York nel 1946. Quindi c’era una certa presenza del Bund, ma non fu mai l’evento principale.
Uno dei motivi per cui non dominava la sinistra ebraica era che negli Stati uniti esisteva già un movimento socialista, e poi un movimento comunista che era già in qualche modo bundista. Il nazionalismo culturale ebraico era nell’aria in molti modi, non solo direttamente dal Bund. In quest’epoca anticoloniale, si articolavano molte versioni di sinistra dell’autonomia nazionale. C’erano il nazionalismo anticoloniale, il nazionalismo irlandese e poi, negli anni Venti, l’Unione Sovietica formulò questa idea di essere un «mosaico di nazioni».
L’ideologia ufficiale sovietica era che non si trattasse semplicemente di un proletariato o di una classe contadina indifferenziata, ma di un mosaico di culture nazionali – ciò che lo studioso Steven S. Lee definisce l’«avanguardia etnica» dell’internazionalismo socialista, almeno prima dell’ascesa di Stalin. Si poteva avere il proprio giornale in lingua yiddish, la propria sezione del Partito comunista che si riuniva per conto proprio e partecipava anche a riunioni più ampie con tutti gli altri, e tuttavia far parte di un ambiente più ampio, multietnico e multiculturale come quello statunitense.
Il multiculturalismo statunitense, in altre parole. Come sostenne una volta lo storico Paul Mishler, il multiculturalismo nasce dalla sinistra multietnica degli anni Venti e Trenta. L’idea dell’America come mosaico – una nazione composta da molte nazioni – era un’idea popolare nella sinistra all’epoca. Era una confutazione sia della tesi del melting pot del liberalismo americano, sia dell’essenzialismo di classe del Partito socialista.
Quindi, l’appartenenza ebraica al Partito comunista ha forti radici nel multiculturalismo americano, di cui la sinistra ebraica era una parte importante. Quando una sorta di politica identitaria ebraica riemerge nella New Left, negli anni Settanta, lo fa in un contesto in cui la New Left sta nuovamente esplorando il nazionalismo rivoluzionario. Molti di quei nazionalisti rivoluzionari guardavano al Partito comunista degli anni Trenta e Quaranta e lo consideravano un antecedente diretto.
Hanno esaminato temi come l’appello We Charge Genocide, lanciato dal Congresso per i diritti civili. Hanno preso in considerazione figure come Claudia Jones, una marxista caraibica, o CLR James: intellettuali neri, caraibici e marxisti negli Stati uniti. Questa nozione di nazionalismo rivoluzionario si riarticolò, e gli ebrei di sinistra reagirono in direzioni diverse.
Alcuni dicevano: «Siamo rivoluzionari; non vogliamo avere niente a che fare con la politica ebraica». Ma altri la pensavano diversamente, dicendo: «Sì, vogliamo far parte di questo nuovo nazionalismo rivoluzionario degli anni Settanta e contribuire come ebrei». Si potrebbe dire che l’emergere di gruppi come Jvp e Jfrej sia nato dall’ala sinistra della identity politics degli anni Settanta.
Questa politica identitaria di sinistra era anche un modo per rispondere all’ascesa di quello che la gente considerava un sionismo forzato. Non era necessario essere sionisti per essere un ebreo radicale di sinistra, e tuttavia esprimere un’identità ebraica o un senso di appartenenza comunitaria. Il neo-bundismo degli anni Settanta – con la rivista Chutzpah, il Brooklyn Bridge Collective e la comunità ebraica radicale J – nacque da questo contesto. Figure come la fondatrice di Jfrej, Melanie Kaye/Kantrowitz, facevano parte integrante di quella tradizione.
Quale modello di ebraismo offre la sinistra ebraica odierna, oltre al semplice antisionismo? Come concepisce l’identità ebraica e come ha ereditato tale concezione da un’epoca precedente della sinistra ebraica?
C’è un punto di tensione nella sinistra ebraica riguardo alla centralità dell’antisionismo. C’era un articolo su Jewish Currents di un mio compagno, Jon Danforth-Appell, che affronta questo dibattito. Credo che sia una frustrazione tra alcuni ebrei di sinistra il fatto che la sinistra ebraica sia così concentrata sul sionismo, a scapito della costruzione di organizzazioni ebraiche progressiste che servano e parlino alle proprie comunità. Fa anche sembrare che il sionismo sia un problema ebraico negli Stati uniti, quando in realtà è un problema altrettanto grave dell’imperialismo americano.
Detto questo, non c’è altra via d’uscita che attraversarla. Il mondo ebraico è stato assorbito dal sionismo. Ogni importante istituzione ebraica oggi è aggressivamente sionista. Non si può avere un’organizzazione ebraica che non affronti il fatto che l’intero apparato istituzionale del mondo ebraico liberal americano sta sostenendo Israele in un periodo di genocidio, in cui il governo israeliano è stato catturato da fascisti apocalittici.
La sinistra ebraica deve affrontare il sionismo e organizzarsi in solidarietà con i palestinesi. L’altro aspetto è questa strumentalizzazione e mobilitazione dell’identità ebraica, non solo per mettere a tacere le organizzazioni pro-Palestina, ma anche come espressione della supremazia bianca. Essere un ebreo di sinistra significa vedere la propria identità mobilitata, che lo si voglia o no.
Ma penso anche che il compito della sinistra ebraica sia immaginare che ci sarà un mondo dopo questa crisi, e che ci sarà bisogno di organizzazioni e comunità che durino oltre qualsiasi momento immediato di bruciante intensità che stiamo vivendo e morendo.
Nel bene o nel male, gli ebrei sono una comunità organizzata. Abbiamo migliaia di anni di esperienza nell’organizzarci come popolo diasporico, e questa è una risorsa e un modo di pensare su come continuare a esistere anche dopo ogni crisi del momento. Nella misura in cui gli ebrei avranno organizzazioni istituzionali negli Stati uniti – e a quanto pare lo faranno – allora dovremo organizzare delle contro-istituzioni.
Jvp viene spesso tacciata di opportunismo ebreo, o di solipsismo ebreo. Non è né l’uno né l’altro. È una vera comunità. Jvp Chicago si è formata oltre un decennio fa da organizzazioni precedenti, e se andate a un incontro oggi, incontrerete molte delle stesse persone.
Il Jvp presenta ovviamente alcune differenze rispetto alla sinistra ebraica del passato. È spesso derisa perché troppo laics, ma ha molti membri profondamente religiosi. La gente osserva le festività, prega durante le riunioni. Ha un Consiglio rabbinico. Non c’erano rabbini nella sezione ebraica del Partito comunista. Il Jvp esprime la stessa visione internazionalista per la comunità ebraica che il Partito comunista o altre organizzazioni ebraiche di sinistra avevano in passato, e contribuisce a costruire quel senso di comunità.
Benjamin Balthaser è professore associato di lettertura statunitense multietnica all’Indiana University, South Bend. Hha scritto, tra le altre cose, Anti-Imperialist Modernism and Dedication (University of Michigan Press, 2015).
Shane Burley è autrice di Fascism Today: What it Is and How to Stop It (Ak Press, 2017). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.
16/6/2025 https://jacobinitalia.it










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