Il “Che fare” della Cgil dopo il voto
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Quorum non raggiunto sui referendum, ha funzionato il boicottaggio dei mezzi di informazione. E’ anche evidente che, come temevamo, il PD non ha mobilitato, come invece fa nelle elezioni politiche, i suoi elettori. Avrebbe potuto farlo in ragione di una sua feroce autocritica sui periodi dei suoi governi.
E se i referendum, avessero vinto? La battaglia non sarebbe finita perchè negli ultimi 15 anni, altri referendum vinti: contro al nucleare, contro la svendita dell’acqua pubblica, contro le trivelle, contro la riforma costituzionale del PD di Renzi, hanno visto il menefreghismo istituzionale di centrodestra e centrosinistra che hanno calpestato la volontà popolare.
Ora cosa cambierà in peggio per le condizioni di lavoro?
Ora, chiarendo che la rivolta sociale non si costruisce solo con un voto, che affronta, da un punto solo legislativo, la precarietà contrattuale, il reintegro in caso di licenziamento illegittimo, la limitazione dei contratti a termine e “atipici”, norme che escludono la responsabilità solidale negli appalti, c’è da riflettere su una realtà sempre più opprimente e devastante per i diritti del lavoro, a partire soprattutto dagli anni Novanta, che ha smantellato di fatto i punti più avanzati dello Statuto dei lavoratori, con errori strategici della CGIL come unico grande sindacato ancora rimasto ancorato all’idea dei diritti insopprimibili delle lavoratrici e dei lavoratori.
Questi referendum avrebbero messo fine alle ricadute delle politiche di distruzione del diritto al lavoro? Si se avesse prevalso nei milioni di lavoratori, a prescindere dalla loro opinione politica, che si sono astenuti la consapevolezza che i diritti si vanno riconquistati con la lotta organizzata, per fermare, nei luoghi di lavoro, stabili e precari, che il lungo periodo di guerra unilaterale dei poteri politici e imprenditoriali.
E per quanto riguarda i Servizi pubblici (il welfare) solo rimettendo i piedi nei territori desertificati dai servizi pubblici locali, si può ritornare ad intervenire nelle scelte delle amministrazioni, politiche e aziendali.
Comunque, seppur indebolita dalle sue timide scelte di questi ultimi due decenni, la Cgil rappresenta ancora la maggiore forza sindacale capace, quando si muove, di impedire ulteriori smottamenti dei diritti del lavoro, del residuo Stato Sociale, come della stessa democrazia debilitata da decenni di politiche anticostituzionali.
Oggi assistiamo, inibiti e impotenti, alla lotta fratricida tra poveri, tra “garantiti” e “non garantiti” che il sindacalismo deconflittualizzato riproduce di fatto effetti cogestivi (spesso consapevoli con la motivazione che “sarebbe perdente costruire lotte potenzialmente perdenti con questi rapporti di forza” ) della ristrutturazione ancora in atto, su dettatura della Confindustria.
La lotta tra poveri diventa strutturale e le disuguaglianze formali e sostanziali si intensificano tra i più vulnerabili e fragili, i più emarginati. Diventa precarietà anche giuridica facendo venir meno la piena cittadinanza nei diritti, del lavoro come in quella alloggiativa e di salute.
Un quadro sociale sempre più degradato e fautore, anche nella popolazione più sofferente, di opzioni politiche rancorose e autodistruttive.
Una cultura radicata in tutte le fasce d’età, categorie sociali e settori lavorativi, una subcultura che ha estirpato ogni concetto propedeutico alla ribellione prefigurando una società d’inermi dove il disonesto, politico al potere e imprenditore, gioca come vuole vincendo facile, e addirittura, con il consenso degli sconfitti.
Ci siamo abbruttiti dentro una società di falsi, ma non siamo stupidi e cerchiamo di capire come uscirne, per lo meno sognando come uscirne. E i lavoratori cosa sognano per uscire dagli incubi di un lavoro che toglie salute, stipendio, diritti e professionalità? E i disoccupati cosa sognano per aggrapparsi a uno scoglio di speranza sempre più lontana?
Il rapporto tra sindacati e lavoratori ha le stesse regole della convivenza matrimoniale: o c’è il reciproco ascolto e soddisfacimento delle esigenze di entrambi o salta il rapporto.
Le lavoratrici e i lavoratori chiedono, seppur in silenzio di sfiducia, un altro fare del sindacato, non vedono più quasi nessuno accanto nel loro sempre più problematico rapporto con un’organizzazione del lavoro sempre più distante dalla loro professionalità e dalla loro concezione umanizzante del servizio prestato ai cittadini.
Nessuno, o quasi, ci provi meglio la Cgil, che sappia interpretare il disagio e il loro linguaggio frastagliato dal pessimismo e dagli arretramenti normativi e stipendiali. Questa è la realtà che viviamo, nel lavoro e da lavoratrici e lavoratori in pensione.
Franco Cilenti
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