Gli USA ora vanno all’assalto dell’Iran. L’attacco al Rial per fare crollare Teheran mentre pianificano aggressione militare di concerto con Israele
Iniziato l’attacco americano all’Iran con la svalutazione del rial per scatenare una rivoluzione arancione
Durante l’incontro del 30 dicembre con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo team, il presidente Donald Trump ha pronunciato minacce contro la Jomhuriye Eslâmiye Irân che hanno lasciato poco spazio all’ambiguità.
Alla domanda se intendesse colpire l’Iran nel caso in cui Teheran proseguisse con il programma missilistico balistico, Trump ha risposto: “Sì”. E sul programma nucleare ha aggiunto: “Immediatamente”. Poi, con il suo tono consueto, ha concluso: “Li faremo uscire di testa.”
Le dichiarazioni del presidente americano e del ricercato israeliano dalla CPI per crimini contro l’umanità vanno lette aldilà del nodo del programma nucleare iraniano che è un semplice specchietto per le allodole.
Nel riassetto globale nell’era del mondo multipolare Washington e Tel Aviv necessitano di attuare un cambiamento di regime in Iran per avere il controllo del Medio Oriente dopo l’eliminazione del governo Assad in Siria e del popolo Palestinese.
Un altro fattore riguarda il controllo degli immensi giacimenti di petrolio e gas, motivo comune al tentativo di Washington di attuare un regime change in Venezuela.
Le dichiarazioni mascherano un’offensiva già in corso da settimane, non militare ma finanziaria, avviata con precisione dagli apparati economici statunitensi in coordinamento con Tel Aviv.
Secondo diverse fonti economiche e diplomatiche regionali, l’attacco all’Iran è iniziato quindici giorni fa, quando una complessa operazione di manipolazione valutaria attuata dai circoli finanziari americani e israeliani, ha provocato il crollo del rial.
Questa svalutazione improvvisa — pari a quasi il 40% in due settimane — ha trascinato il Paese in una spirale inflazionistica connessa all’aumento del prezzo del dollaro e dei beni essenziali.
L’obiettivo è minare la stabilità interna e innescare una nuova “rivoluzione colorata” con caratteristiche simili alle proteste orchestrate in Iran e in altri contesti mediorientali negli ultimi due decenni.
L’impatto sociale non si è fatto attendere. Lunedì 29 dicembre, le prime manifestazioni sono esplose a Teheran, Mashhad, Hamadan. Le autorità iraniane riportano la presenza di agenti provocatori stranieri e di ONG illegali, accusate di agire sotto copertura e con fondi provenienti da Stati Uniti e Israele. Le proteste, inizialmente pacifiche, si sono poi estese a diverse città: Isfahan, Shiraz, Arak, Urmia e Shahr-e Kord.
Secondo i dati resi noti dal ministero dell’Interno iraniano, circa duemila persone avrebbero partecipato alle dimostrazioni, ma senza costituire una minaccia diretta per la stabilità politica generale. Il numero dei partecipanti è volutamente sottovalutato. Fonti indipendenti valutano a 100.000 il numero dei partecipanti che rappresenta, tuttavia solo il 0,17% della popolazione adulta iraniana.
L’onda di malcontento ha permesso il risveglio di cellule terroriste coordinate da servizi di intelligence stranieri, inclusi CIA e Mossad, con il chiaro intento di destabilizzare il Paese. Gli episodi più violenti si sono verificati nella provincia del Fars, dove gruppi armati hanno attaccato l’edificio dell’amministrazione locale nella città di Lordegan.
Tre gruppi di circa cinquanta terroristi ciascuno con armi pesanti di guerra hanno tentato di occupare gli uffici del governatore e della magistratura, ferendo tre agenti di sicurezza. Le unità speciali della polizia e unità di
Pasdaran sono state mobilitate rapidamente, ristabilendo il controllo e uccidendo due aggressori.
Il ministero dell’Intelligence iraniano ha annunciato l’arresto di sette persone legate a reti ostili con base negli Stati Uniti e in Europa.
Ai confini si registrano tentativi di offensive militari del gruppo terroristico “Fronte dei combattenti popolari” creato dalla CIA e Mossad. Tentativi al momento neutralizzati dalla pronta risposta dell’esercito iraniano.
Nonostante le tensioni, la situazione interna rimane al momento sotto controllo. Le proteste, pur estese geograficamente e alimentate dal deterioramento economico, restano frammentate, prive di una leadership unitaria e di un appoggio popolare di massa. Non ci sono ancora i numeri necessari per una rivolta su larga scala. Nelle piazze mancano sia la massa critica sia un chiaro progetto politico alternativo.
Il governo iraniano sta gestendo le manifestazioni con estrema prudenza applicando la forza solo in caso di attacchi terroristici. Ha inoltre riconosciuto la legittimità delle richieste dei manifestanti promettendo alcune riforme.
All’interno del governo è in atto una seria autocritica che individua anche alcune politiche economiche interne difettose come causa delle manifestazioni oltre all’attacco finanziario al rial e alle sanzioni internazionali paralizzanti.
Parallelamente, la guerra dell’informazione si è intensificata. I media di opposizione in esilio finanziati da Soros e dall’Unione Europea e i principali media occidentali stanno amplificando artificialmente le manifestazioni, presentandole come il segnale di un regime ormai al collasso, distorcendo la realtà.
Personaggi legati alla famiglia dello Scia Pahlavi senza alcuna base popolare nel loro paese parlano già del crollo del regime promettendo la “democrazia occidentale” quando saliranno al potere in Iran.
Queste manifestazioni vengono, ovviamente, sfruttate dai sostenitori dello Scià in Iran, dal gruppo terrorista: Organizzazione dei Mujahidin del Popolo dell’Iran (MEK), e dalle agenzie di intelligence occidentali e israeliane per infiammare la situazione. Si sta cercando di trasformare le richieste economiche in appelli per il rovesciamento del regime iraniano.
I loro infiltrati in Iran cercano di orientare le proteste verso un aperto sostegno alla monarchia deposta dal referendum del 1° aprile 1979 che sancì formalmente l’abolizione della monarchia e la creazione della Repubblica Islamica dell’Iran, a seguito dei motti rivoluzionari del 1977 – 1978.
Gli infiltrati inviati dalla famiglia Pahlavi scandiscono slogan a favore del ritorno alla monarchia sfidando apertamente il regime attuale. Questa mossa è considerata un boomerang politico all’origine del mancato sostegno popolare in quanto gli iraniani (compresi le decine di migliaia di dissidenti presenti nel Paese) non desiderano ritornare alla brutale tirannia dello Scia e alla umiliante e degradante sudditanza alle multinazionali americane.
Trump, da parte sua, ha lodato pubblicamente i manifestanti, promettendo “nuove misure” economiche e diplomatiche contro Teheran.
È un linguaggio che rientra pienamente nella dottrina americana della Full Spectrum Dominance, la strategia globale che prevede l’uso coordinato di strumenti militari, finanziari e mediatici per ottenere il controllo politico di un Paese bersaglio.
Secondo fonti diplomatiche arabe l’attacco contro il rial risponde proprio a questa logica: disintegrare l’economia iraniana per generare caos sociale e spingere verso un cambio di regime, evitando per ora un conflitto militare diretto.
Sul fronte europeo, emergono segnali di sostegno a questa linea. Charlie Weimers, vicepresidente dei Conservatori e Riformisti Europei, ha dichiarato che è “giunto il momento per l’Unione Europea di sostenere apertamente le proteste anti-regime in Iran”. Tra le proposte: interrompere le relazioni diplomatiche con Teheran ed espellere gli ambasciatori iraniani dai Paesi membri.
È un posizionamento che rischia di trascinare Bruxelles in un confronto strategico dettato da Washington e Tel Aviv che dovrà essere gestito in contemporanea con la guerra ad oltranza in Ucraina.
La risposta di Mosca non si è fatta attendere. Il Cremlino ha definito “necessario mantenere il dialogo con Teheran” e ha invitato “tutte le parti a evitare l’escalation”. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha accusato gli Stati Uniti di “intimidazione militare contro un membro delle Nazioni Unite” e ha avvertito che qualsiasi attacco all’Iran “minerebbe la stabilità regionale e il sistema di non proliferazione”.
Mosca mantiene una posizione bilanciata: difende il diritto iraniano all’uso pacifico della tecnologia nucleare, ma evita di appoggiare esplicitamente il programma missilistico.
Anche la Cina ha reagito con toni fermi ma pragmatici. Gli organi ufficiali — Xinhua, China Daily, China.org.cn — hanno descritto le parole di Trump come “una minaccia diretta e priva di logica”, sottolineando che la linea americana sembra rispondere più alle richieste israeliane che a una valutazione strategica autonoma.
Pechino insiste sulla necessità di una soluzione diplomatica, nel rispetto del JCPOA (l’accordo sul nucleare) e del diritto internazionale.
Al tempo stesso, il governo cinese sta valutando misure finanziarie di emergenza per arginare la svalutazione del rial, nel tentativo di preservare la stabilità di un partner economico importante nella regione.
Nel complesso, la crisi attuale mostra un Iran stretto in una morsa: da una parte la pressione economica esterna, dall’altra l’esasperazione interna legata al caro vita. Tuttavia, la capacità del governo di mantenere il controllo del territorio, unita al sostegno diplomatico di Russia e Cina, lascia intendere che un vero collasso politico non sia imminente.
Gli Stati Uniti, come più volte in passato, cercano di usare la leva finanziaria come strumento di guerra. Ma la società iraniana, pur ferita e provata, resta ancora lontana da una rivoluzione. E il “fronte della destabilizzazione” orchestrato dall’Occidente, almeno per ora, non è riuscito a trasformare la crisi economica in consenso politico capace di attuare il tanto agognato “Regime Change”.
Jalel Lahbib
2/1/2025 https://www.farodiroma.it/










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