I 5 minuti di Ernesto Che Guevara all’Onu che hanno fatto la storia
11 dicembre 1964: quando gli Usa gridarono “Terrorista Comunista”
L’11 dicembre del 1964 alle 13.47 nel grande salone dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si respirava un’aria di Guerra Fredda. Erano presenti 193 delegazioni. Tra il pubbico giornalisti di tutto il mondo con le loro macchine fotografiche puntate. Il Che salì sul podio centrale con una calma che non era calma, era controllo. Aveva 36 anni, ma la sua presenza riempiva la sala come se ne avesse avuti 100. Con la sua divisa verde oliva, la sua barba, il suo basco con la stella, impeccabile. Il suo sguardo intenso, determinato.
Dalla delegazione del blocco socialista, Unione Sovietica, Cina, Cecoslovacchia, Polonia, lo osservavano pieni di aspettative. I Paesi da poco decolonizzati dell’Africa e Asia – Algeria, Gana, Egitto, Indonesia – vedevano in lui una possibilità, l’idea che un piccolo popolo potesse sfidare un potere gigante senza soccombere.
Nella delegazione statunitense l’ostilità era palpabile, volti tesi, gesti contratti che lasciavano intendere “quest’uomo non dovrebbe essere qui”. Perché il Che non era semplicemente un minsitro cubano. Era il volto di una rivoluzione che aveva sfidato l’impero più potente del pianeta, e non solo resistendo. Aveva cambiato la narrazione. E questo nel teatro della Guerra Fredda era una provocazione inaccettabile
Si fermò davanti al microfono, si guardò intorno, lentamente, e cominciò.
– Signor Presidente, illustri delegati delle Nazioni Unite del mondo… vengo qui a nome del popolo cubano, una piccola nazione che ha avuto il coraggio di difendere il suo diritto alla indipendenza e alla sovranità contro l’impero più potente che la storia dell’umanità abbia mai conosicuto.
Il Che andò dritto al punto. Ricordò che appena un paio di anni prima Cuba era una semicolonia. Lo zucchero, la terra, le industrie erano tutte nelle mani di corporazioni straniere. Il popolo viveva nella miseria mentre pochi si arricchivano con le sue risorse. Intanto nella delegazione statunitense la tensione saliva. Ogni frase era un’accusa con nome e cognome.
– Il popolo cubano ha detto Basta. Si è ribellato e si è ripreso la sua dignità. Abbiamo cacciato dal nostro Paese gli sfruttatori. Abbiamo ridistribuito la terra tra i contadini che la coltivavano. Abbiamo nazionalizzato industrie che per decenni avevano dissanguato la nostra economia. E quando ci siamo permessi di agire come una nazione sovrana gli Stati Uniti hanno scatenato una campagna di aggressione che non ha precedenti nella storia moderna.
Il Che cominciò a elencare: l’embargo economico, la Baia dei Porci, gli attentati, i sabotaggi, la pressione diplomatica per isolare Cuba.
I delegati di Africa e Asia annuivano con una partecipazione che non aveva bisogno di spiegazioni. Anche loro conoscevano bene quella storia: cambiare bandiera non significa cambiare padrone. E il Che lo sapeva. Per questo quando disse che Cuba non aveva mai invaso Paesi lontani né possedeva basi militari in terriotri stranieri, non lo disse come atto di difesa ma come fosse uno specchio.
Fu allora che successe l’impensabile.
Dalla delegazione statunitense, si alzò una voce. Thomas Mann, sottosegretario degli affari in America latina, si alzò in piedi con il volto paonazzo per la indignazione e gridò: “Lei è un terrorista comunista”.
Nel salone dell’Onu piombò un silenzio assordante. 193 delegazioni si girarono verso quella statunitense. Insieme ai giornalisti. Anche gli interpreti si fermarono. L’atmosfera si era fatta troppo pesante per tradurre un affronto senza precedenti
Il mondo intero – collegato per radio e televisione – rimase con il fiato sospeso aspettando la reazione del Che.
Così arrivò la prima sorpresa: il Che non si alterò. Non si mise a urlare. Non abbandò il podio. Non restituì il colpo con un altro colpo. Sorrise.
Un sorriso sereno, quasi paterno, come quello di un maestro che ascolta la domanda ingenua di un alunno impaziente. Quel gesto così semplice, ridimensionò il colpo di scena. Il Che rimase in silenzio per un istante. E quando cominciò a parlare, lo fece con una calma molto più potente della potenza di un urlo.
– Grazie signor rappresentante del governo degli Stati Uniti, per questo intervento così eloquiente.
– Lei ha appena dimostrato molto meglio di quanto io avrei potuto fare, quale sia il problema fondamentale nelle relazioni tra Usa e America latina. Lei non riesce ad accettare che qualcuno che non si sottometta ai dettami di Washington possa avere voce nelle questioni che riguardano il mondo.
E senza perdere la calma trasformò il tono dell’insulto in una domanda pungente.
-Lei dice che io sono un terrorista. Mi permetta di chiederle: Chi ha lanciato più bombe nella storia? Chi possiede più basi militari in terra straniera? Chi ha rovesciato più governi democratici? Chi ha ucciso più civili innocenti in nome della libertà?
I primi applausi arrivarono timidamente dalla delegazione dell’Algeria. Poi il Gana. Poi Indonesia, Egitto. E come la fiamma che si espande con l’ossigeno l’applauso comiciò a crescere.
Ma il Che non si fermò. Non stava improvvisando per esibizionismo. Stava articolando una risposta che portava il peso di anni.
-Lei mi chiama terrorista perché ho difeso con le armi la sovranità del mio Paese di adozione. Perché abbiamo lottato contro una dittatura militare che torturava e uccideva. Perché ci siamo rifiutati di essere una colonia economica.
Mi permetta di ricordarle un po’ di storia. Come si chiamerebbero oggi George Washington, Thomas Jefferson e Benjamin Franklin se avessero perso la guerra d’indipendenza contro l’impero britannico? Si chiamerebbero terroristi. Insurrezionalisti. Traditori dell’ordine precostituito.
L’impatto fu immediato. Non era solo una equiparazione. Era uno specchio perfetto. Il Che aveva usato il mito fondativo degli Stati Uniti e lo aveva usato come arma morale. Molti delegati si alzarono in piedi per applaudire. Quella frase conteneva una scomoda verità che la diplomazia poche volte si era permessa di citare pubblicamente: il vincitore viene definito dalla storia “liberatore”, lo sconfitto “terrorista”.
-La differenza signor Mann- è che noi abbiamo vinto la nostra rivoluzione. E voi non ci potete perdonare per avere dimostrato che il gigante può essere sconfitto.
L’applauso crebbe come un’onda. Alcuni delegati erano già in piedi. La sala vibrava.
Il Che respirò profondamente e cominciò a parlare questa volta senza chiedere permesso.
-Lei dice “comunista” come se fosse un’accusa. Sì, io sono comunista. Credo che le risorse di una nazione debbano migliorare la qualità della vita del popolo di quella nazione e non arricchiere le corporazioni straniere. Credo che la educazione e la salute siano diritti umani e non privilegi. Credo che ogni essere umano meriti di vivere con dignità, senza distinzione per il colore della sua pelle o per il valore del suo conto in banca. Se questo significa essere comunista allora io sono orgoglioso di esserlo.
Chi vi ha dato licenza di essere difensori della libertà? Di appoggiare dittature come quella di Batista? Mantenere tiranni nel continente? Destituire governi democraticamente eletti? Mantenere la povertà su milioni di persone per garantirvi mano d’opera a basso costo?
Thoma Mann era sempre più rigido, il viso sempre più paonazzo. L’insulto gli si era ritorto contro. Come un boomerang.
Il Che era calmo e fermo.
-Io non sono un terrorista, signor Mann. Sono un rivoluzionario. E la differenza è fondamentale. Il terrorista semina panico e morte per perpetrare le ingiustizie. Il rivoluzionario lotta contro le ingiustizie per costruire un mondo migliore. Non lottiamo per distruggere, ma per costruire. Non lottiamo per odio, ma per amore. Amore per la giustizia, per la dignità umana, amore per la indipendenza dei popoli.
-Se questo è terrorismo allora Simon Bolivar è stato un terrorista. José de San Martin era terrorista. Benito Juarez era un terrorista. José Martì era un terrorista. Tutti coloro che hanno lottato per la indipendenza sono stati dei terroristi.
L’ovazione generale invase la sala delle Nazioni Unite. Non era più un timido applauso. Tutte le delegazioni si alzarono in piedi. Persino alcuni rappresentanti europei, che raramente si emozionano in pubblico, applaudirono. I giornalisti scrivevano in modo frenetico, sapendo che quelle parole avrrebbero fatto il giro del mondo più di qualunque altro comunicato ufficiale.
Il Che alzò la mano per chiedere il silenzio.
-La ringrazio per la sua interruzione- disse guardando verso la delegazione Usa- perché mi ha dato la possibilità di dire qualcosa di fondamentale: le vostre minacce non ci intimidiscono. Non ci piegheremo di fronte alle vostre pressioni economiche, non ci sottometteremo ai vostri dettami politici. Abbiamo imparato qualcosa che voi non potete comprendere: la dignità di un popolo vale più di tutte le comodità materiali del mondo. E’ meglio essere poveri e liberi che ricchi e schiavi. E’ meglio morire in piedi che vivere in ginocchio.
L’ovazione fu interminabile. Durò più di 10 minuti. Dieci minuti in cui un intero edificio tremò per gli applausi. Come se l’Onu per un istante ricordasse perché esiste, al di là dei protocolli.
Quando il Che terminò e abbandonò il podio, lo fece a testa alta con la serenità di chi sa che ha trasformato un attacco in un trionfo. Mann rimase seduto come una statua, vittima della sua stessa furia. Settimane più tardi fu allontanato in modo discreto. Ma il danno era ormai fatto
Quella notte, i giornali di tutto il mondo parlarono dei “cinque minuti che cambiarono la diplomazia”.
Effettivamente cambiarono qualcosa. Per la prima volta molti uomini e donne non cubane ascoltarono la rivoluzione non come uno slogan ma come una parola piena di dignità. Milioni, in Africa, in Asia, e in America latina, videro in quella risposta una prova del fatto che è possibile guardare il potente negli occhi senza abbassare la testa. Che l’insulto può diventare un’arma se il tuo carattere è più forte del tuo orgoglio ferito. Perché ci sono trionfi che non si ottengono con la forza ma con la dignità.
26/10/2026 https://www.lantidiplomatico.it/









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