I controlli polizieschi sul proletariato finanziati con i tagli ai servizi

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Difficile da capire ma vero, nel Bel Paese (ormai di Bello ci sono solo i paesaggi e l’arte perché il tessuto sociale è stato permeato dal razzismo e dalla xenofobia i quali a loro volta hanno determinato, era del resto questo il vero obiettivo, la crisi del conflitto e della solidarietà di classe) alcuni cavalli di battaglia sono duri da morire. Parliamo della insicurezza percepita che sovrasta la paura reale con i dati relativi ai piccoli crimini in caduta libera nonostante Sindaci e Prefetti individuino i rari predatori come i principali problemi per la cittadinanza.

Tra i leitmotiv ricorrenti quello della revisione di spesa che poi mira direttamente alla contrazione della spesa sociale e a costruire un sistema di appalti all’insegna della riduzione dei costi del lavoro e, “per far ripartire il paese”, si distruggono gran parte dei controlli in materia di anticorruzione costruiti nel corso del tempo.

Uno storico dell’antichità Greca parlava di causa reale e di causa apparente all’origine dei conflitti bellici dei suoi tempi, lo stesso potremmo dire di oggi delle manovre economiche, degli interventi governativi, delle leggi approvate in Parlamento o nelle Regioni.

Proviamo a ragionare attorno ad alcune questioni, giusto per non farci deridere e aggirare come ormai sovente fanno con le classi sociali meno abbienti (con le quali abbiamo da tempo reciso quel filo che portava i comunisti a essere per loro un punto di riferimento, una guida, un esempio da seguire) in pasto alle quali si offrono i succulenti piatti del securitarismo o le cronache, sempre più scandalistiche, dei giornali locali e dei programmi gettonati delle Tv nazionali.

Il reddito di cittadinanza (RdC), fortemente voluto dal Movimento 5 Stelle, è stato pensato dai Grillini come il provvedimento che avrebbe messo al sicuro non solo il Governo ma anche la maggioranza relativa. Con i mesi abbiamo scoperto che sta fallendo gran parte dei suoi obiettivi perché esclude tanti, troppi, poveri (ad es. i senza fissa dimora); viene finanziato con i soldi sottratti al lavoro e al welfare; determina un sistema di controlli polizieschi sui beneficiari; rappresenta un sistema di schedatura dei poveri e delle loro famiglie; mentre doveva essere una sorta di strumento per favorire le politiche attive del lavoro.

Soffermiamoci su questo punto: le politiche attive per le quali l’Italia spende ben poco al cospetto di altri paesi europei. Ebbene, il Governo non ne ha azzeccata una perché avrebbe dovuto prima potenziare i centri per l’impiego, trovare un accordo con le imprese e la Pubblica amministrazione per favorire il collocamento, previa formazione dei disoccupati. Avrebbe, insomma, dovuto potenziare queste strutture e al contempo rimettere in piedi percorsi reali di qualificazione professionale.

Incrementare gli organici dei centri per l’impiego, accordarsi con le Regioni per i navigator, preparare con le parti sociali dei percorsi formativi, individuare docenti, cancellare la Legge Del Rio almeno per quanto riguarda lo smantellamento delle Province, questi erano i provvedimenti indispensabili per far partire i Redditi di cittadinanza, al contrario, guardando solo alle elezioni politiche e non alla sostanza del problema, la macchina infernale è partita con le continue intrusioni della Lega a tutela di interessi industriali del Nord.

Il pasticciaccio sul Rdc non ha salvato il 5 Stelle, anzi la cocente delusione su come è stato pensato e costruito potrebbe essere il cavallo di troia per il partito di Casaleggio e Grillo (perché tale è).

Altro leitmotiv è la revisione di spesa. Governo che va o venga, la spending review è sempre in agguato, anche con l’attuale esecutivo. Del resto Carlo Cottarelli, uomo del Fmi ignoto al grande pubblico, è diventato una star televisiva alla quale porre quesiti di ogni sorta. Recentemente hanno fissato a 29,9 miliardi i risparmi conseguiti nel 2014-2018, poi dovrebbero esserci 2,5 miliardi della spending prevista dalla manovra 2018. Ma la revisione di spesa, alcuni anni fa, stava per produrre risparmi negli ospedali proprio laddove risparmiare non dovremmo, ossia sulle gare di appalto per la pulizia.

In questi giorni leggiamo che 12,7 miliardi derivanti dalla riduzione di spesa sono stati destinati a “prestazioni previdenziali e assistenziali”, non è lecito sapere dove siano avvenuti i risparmi e come siano stati concretamente utilizzati ma, prendendo per buono quanto letto sulle pagine de Il Sole 24 Ore, resta un fatto ineludibile: dove stanno i costi inutili da abbattere? La revisione di spesa ove va costruita e a quale fine? È possibile che ogni Governo debba ricorrere ad una spending review per racimolare qualche risorsa per il sociale o una sanità che non riesce ad abbattere le liste di attesa? E perché si continua con il numero chiuso nelle facoltà, per esempio Medicina, quando già oggi sappiamo che con i laureati dei prossimi anni non riusciremo che a coprire una minima parte dei medici che andranno in pensione nel servizio sanitario nazionale?

Per quanto tempo ancora saremo spettatori di decisioni che dovrebbero vederci invece diretti protagonisti come le problematiche del lavoro e del welfare?

Federico Giusti

27/04/2019 www.lacittafutura.it

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