Il DATA CENTER DI CASELLE TORINESE CONSUMEREBBE TANTA ENERGIA QUANTA L’INTERA CITTÀ DI TORINO

di Francesco Cappello

Dietro la facciata della transizione digitale, il vero impatto ambientale del colosso da 250 Megawatt, le ombre del “dual-use” militare e la difficile battaglia democratica per difendere il territorio e fermarne l’esproprio

A Caselle Torinese si sta consumando una trasformazione urbanistica con pesanti ricadute territoriali. Dietro la narrazione patinata della trasformazione digitale, della “smart city” e del progresso tecnologico, sul comune di Caselle sta per abbattersi una delle più imponenti operazioni di servitù industriale, energetica e ambientale della storia del Canavese e dell’intera provincia di Torino.

Con l’adozione del Progetto Preliminare del Piano Particolareggiato (PP, uno strumento urbanistico di dettaglio che attua le previsioni generali) di iniziativa pubblica e della contestuale ai sensi dell’art. 40 della L.R. 56/77 e della Variante Strutturale n. 3 al P.R.G.C. (Piano Regolatore Generale Comunale, il documento che disciplina l’uso del territorio e cosa si può costruire in un comune), approvata con la delibera n. 66 del 16 dicembre 2024, il futuro delle cosiddette aree “ATA” (Ambito Terziario Aeroportuale) è stato radicalmente stravolto.

Dalla padella alla brace. Quello che ci viene presentato come un passo indietro rispetto al vecchio e giustamente contestato progetto di un gigantesco polo commerciale, si rivela in realtà l’apertura delle porte a un hub tecnologico dalle proporzioni e dagli impatti altrettanto allarmanti. La destinazione d’uso dell’ex area commerciale è stata infatti modificata in zona produttiva “IN ATA” per far posto a un enorme “centro conservazione ed elaborazione dati”, ovvero un Data Center, affiancato da un polo produttivo ad alta tecnologia.

Il progetto promosso da Hines sui terreni di SATAC

SATAC è l’acronimo di Sviluppo Area Terziaria Aeroporto di Caselle S.p.A.. Si tratta della società proprietaria di un vasto appezzamento di circa 450.000 metri quadrati (le cosiddette “Aree ATA”) situato attorno all’aeroporto “Sandro Pertini” di Caselle Torinese.

Hines è un colosso americano e un potente fondo di investimento immobiliare internazionale (una società che raccoglie ingenti capitali per acquistare, sviluppare e gestire grandi progetti immobiliari). Hines interviene in questa partita con il ruolo di sviluppatore e principale proponente del nuovo progetto. Avendo individuato nella vicinanza all’aeroporto “Sandro Pertini” una posizione strategica, il gruppo statunitense si è fatto promotore della radicale riconversione di quell’area per insediarvi il suo campus tecnologico.

La sinergia tra queste due entità si traduce quindi in un patto di sviluppo: SATAC mette sul piatto l’enorme disponibilità di suolo, mentre Hines funge da regista finanziario e operativo dell’operazione, spingendo per la variante urbanistica necessaria a costruire un Data Center “Hyperscale” (un centro dati di proporzioni colossali, progettato per offrire un’infrastruttura di calcolo ed elaborazione dati su scala globale), esteso su un’area di ben 450 mila metri quadrati, i cui altissimi costi ambientali rischiano di ricadere interamente sulle spalle della comunità locale.

Per comprendere la reale portata di questo genere di operazioni, dobbiamo alzare lo sguardo e analizzare cosa rappresentano oggi queste infrastrutture. Non si tratta di semplici archivi, ma di enormi impianti di supercalcolo per l’intelligenza artificiale, infrastrutture di immensa rilevanza geopolitica che rispondono a dinamiche globali, incluse le sempre più evidenti implicazioni del dual-use, ovvero lo sviluppo di tecnologie di calcolo con applicazioni inscindibilmente civili e strategico-militari. Come tali, queste strutture sono sempre più nel mirino come obiettivi militari.

Si tratta di complessi che concentrano un potere assoluto nelle mani di pochi oligopoli, ma scaricano i loro formidabili costi ecologici, idrici, energetici e di sicurezza, interamente sulle comunità locali, espropriandone di fatto le risorse vitali.

Non ci viene risparmiato un solo metro quadro di potenziale cementificazione: la SUL (Superficie Utile Lorda, ovvero la somma delle superfici dei pavimenti calpestabili degli edifici) massima consentita rimane un’enormità, ben 153.000 metri quadrati, confermando le spaventose volumetrie previste per il vecchio centro commerciale. Su questa immensa spianata sorgeranno sette edifici mastodontici: sei destinati ai server (quattro a tre piani e due a due piani) e uno di cinque piani riservato all’industria tecnologica.

Il progetto divide l’area in specifiche UI (Unità di Intervento, i lotti in cui viene suddivisa l’opera): il settore ovest ospiterà 102.400 metri quadrati di server, quello sud-est altri 14.000 metri quadrati e quello nord-est 36.600 metri quadrati di laboratori. I fabbricati, che per legge potranno toccare il limite massimo di 30 metri (siamo nei pressi dell’aeroporto), si ergeranno concretamente come muri tra i 20 e i 25 metri, a causa di piani alti ben 7 o 8 metri l’uno, indispensabili per ospitare i giganteschi sistemi di raffreddamento; a questa quota andranno aggiunti altri 6 metri di tralicci e impianti tecnologici piazzati direttamente sui tetti.

Di fronte al rischio di un simile ecomostro verticale, la Regione ha persino provato a suggerire la costruzione di piani sotterranei per limitare il devastante impatto sul paesaggio, ma l’amministrazione ha dovuto ammettere la totale impossibilità tecnica: la falda freatica (il livello delle acque sotterranee) è troppo alta per permettere scavi in profondità.

L’aspetto più critico e insostenibile di questa operazione, tuttavia, riguarda la voracità energetica di queste infrastrutture, progettate per fagocitare elettricità 24 ore su 24 senza la minima interruzione. Inizialmente, nell’ottobre del 2023, la rete elettrica nazionale gestita da Terna aveva accordato una potenza già immensa di 170 MWe (Megawatt elettrici, l’unità di misura della potenza di un impianto) attraverso una nuova stazione collegata alla linea ad altissima tensione (380 chilovolt) tra Leinì e Piossasco. Ma la fame di questi impianti sembra inesauribile: con la giustificazione dell’evoluzione tecnologica verso sistemi sempre più densi ed energivori, nell’ottobre 2024 le società proponenti hanno preteso un drammatico aumento della fornitura fino a 250 MWe, che arriveranno tramite una doppia linea di alimentazione di sicurezza. Parliamo di una Potenza IT (la potenza assorbita esclusivamente dall’infrastruttura informatica) di 168 Megawatt complessivi.

Per comprendere cosa significhi una simile potenza, basti pensare che un impianto da 250 Megawatt operativo 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno assorbe oltre 2,1 Terawattora di elettricità all’anno, una quantità pari al consumo annuale di più di un milione di famiglie (considerando pari a 2000 kWh il consumo medio di una famiglia).

Il nuovo Data Center Hyperscale richiede a Terna un allaccio per 250 MW a ciclo continuo che comporta un consumo annuale di 2,19 TWh infrastruttura da paragonare con il consumo annuo di energia elettrica del solo Comune di Torino (l’area urbana che conta circa 840.000 abitanti) che si attesta tra i 2,5 e i 3 Terawattora (TWh).

Questo significa che il singolo Data Center di Caselle arriverebbe a consumare, da solo, quasi la stessa identica quantità di energia elettrica necessaria a far funzionare l’intera città di Torino per un anno intero (inclusi gli ospedali, l’illuminazione pubblica, i trasporti urbani e i consumi domestici di tutti i suoi cittadini).

Terna ha rilasciato – o sta definendo – una Soluzione Tecnica Minima Generale (STMG). Questo documento certifica la fattibilità dell’allaccio e definisce le infrastrutture necessarie (ad esempio, la costruzione di nuove stazioni elettriche ad alta tensione a carico del proponente) per permettere un prelievo così energivoro senza causare disservizi. Terna garantisce l’infrastruttura e la capacità di trasporto, non la fonte primaria dell’energia.

Quello di Caselle non è tuttavia un episodio isolato, ma si inserisce in una corsa speculativa incontrollata che sta premendo in modo abnorme sulla provincia di Torino. I dati ufficiali di Terna registrano per la sola provincia di Torino ben 43 pratiche di prenotazione energetica per oltre 8 Gigawatt complessivi, con progetti mostruosi come i 576 Megawatt dell’ex ILTE di Moncalieri, gli oltre 1,2 Gigawatt richiesti nell’area di Grugliasco, le 8 manifestazioni d’interesse a Settimo Torinese, i progetti di Lucento, None, Volvera e Chivasso, e l’accaparramento delle storiche centrali idroelettriche delle Valli di Lanzo come Cafasse, Balangero e Lanzo da parte di colossi come Aruba.

Qualcuno sta valutando l’impatto cumulativo di questa marea di cemento e cavi sui consumi elettrici, sulla salute, sull’aria che respiriamo e sull’acqua che beviamo? È fondamentale che la Comunità di Caselle e in generale, i cittadini di Torino chiedano conto alle rispettive amministrazioni di ogni singola firma apposta sui piani attuativi e pretendano una moratoria immediata sui progetti di insediamento.

Le multinazionali del web promettono che useranno energia pulita stipulando contratti d’acquisto di energia verde, ma la realtà fisica è che le fonti rinnovabili come il solare e l’eolico sono intermittenti, mentre i server necessitano di un carico continuo e ininterrotto. Questo significa che il Data Center monopolizzerà l’energia pulita prodotta nella regione, costringendo la rete pubblica a far funzionare le centrali a gas per soddisfare i bisogni civili dei cittadini, spingendo al contempo per la costruzione di sterminati parchi fotovoltaici a terra nel Canavese e di enormi impianti di accumulo a batterie al litio come quello da 250 Megawatt di Rondissone, i cui costi di adeguamento della rete verranno scaricati direttamente nelle nostre bollette elettriche.

L’altra ipotesi che è stata suggerita in altri contesti è quella di utilizzare i reattori nucleari SMR.

La garanzia d’uso di energia green avviene tramite i PPA (Power Purchase Agreement): contratti a lungo termine con cui i gestori dei Data Center si impegnano ad acquistare energia da grandi parchi eolici o fotovoltaici (spesso costruiti altrove) oppure acquistando certificati di Garanzia di Origine (GO).

Assorbire 250 MW di capacità verde significa, infatti, dirottare una fetta enorme della produzione rinnovabile regionale esclusivamente per alimentare l’infrastruttura dei server, sollevando il dubbio se i nuovi grandi parchi solari ed eolici (con il relativo consumo di suolo agricolo) servano a decarbonizzare il Paese o semplicemente a sostenere l’espansione dei poli tecnologici, mantenendo in funzione le centrali a gas per il resto della rete.

Per evitare che questi cervelloni elettronici si fondano per il calore, verranno installati la bellezza di 187 gruppi frigoriferi e 84 “tank cooling” (serbatoi per il raffreddamento a immersione liquida). Questi impianti si comportano come vere e proprie idrovore. Il raffreddamento ininterrotto di una simile concentrazione di macchinari richiede un enorme dispendio di acqua. Tuttavia, nel documento “241210_Lineediindirizzoattuazioneopereprivate_3.pdf”, si afferma che il livello avanzato della progettazione ha permesso di calibrare le dimensioni e le attrezzature per ottenere “dati certi” in merito al “Consumo di acqua”, ma le cifre esatte di tale consumo non vengono poi riportate nel testo. Nella delibera del 2026 la Commissione Consiliare ha stabilito che le future autorizzazioni saranno subordinate all’adozione di sistemi di raffreddamento a circuito chiuso o a ridotto consumo idrico, vietando categoricamente qualsiasi alterazione diretta o indiretta della falda acquifera sottostante. Viene formalizzata la richiesta di valutare sistemi per il recupero del calore di scarto dei server, destinandolo al teleriscaldamento o ad altri usi produttivi locali da individuare insieme al Comune.
L’ultima delibera introduce una nuova prescrizione ambientale che obbliga alla verifica e al monitoraggio dei campi elettromagnetici (CEM) nelle aree accessibili al pubblico, al fine di garantire il rispetto dei limiti di esposizione dettati dalla normativa nazionale. A tutela del microclima è stato richiesto l’uso delle migliori tecnologie disponibili (BAT) per la riduzione degli inquinanti e il monitoraggio continuo delle emissioni in atmosfera, con l’obiettivo esplicito di scongiurare il rischio di alterazioni del microclima locale a causa dell’infrastruttura.

Per garantirsi l’assoluta immunità da eventuali blackout della rete nazionale, l’intero complesso sarà circondato da un esercito di 116 gruppi elettrogeni alimentati a diesel, inquinanti generatori di emergenza da 2.0-3.0 chilowatt elettrici ciascuno. L’amministrazione ci rassicura dicendo che entreranno in funzione per meno di 500 ore all’anno, limitandosi a brevi test di manutenzione, ma il rischio di emissioni nocive dietro l’angolo rimane inaccettabile. A fronte di questo scempio, i tentativi di abbellimento ecologico appaiono come vere e proprie operazioni di facciata: promettono di recuperare il “calore di ricaduta” (l’aria calda di scarto espulsa dai server) per ipotetiche reti di teleriscaldamento locali e di piazzare pannelli fotovoltaici sui tetti, i cui spazi sono in realtà già asfissiati dai macchinari di raffreddamento e pesantemente limitati dai severi vincoli del vicino aeroporto.

A livello di infrastruttura digitale, per non correre alcun rischio, l’hub si blinderà con tre percorsi ridondanti (separati e paralleli) in fibra ottica che correranno scavando lungo le Strade Provinciali SP2, SP13 e SP14.

Il costo ambientale e territoriale che la collettività dovrà pagare per tutto questo è gravissimo, a cominciare dalla condanna a morte di ben 46 ettari di suolo agricolo. Questo “consumo di suolo” (la trasformazione irreversibile di terreno naturale in superficie artificiale) cancellerà per sempre terreni classificati in Classe II e III, ovvero aree fertili e naturalmente vocate allo sviluppo e alla produttività dell’agricoltura.

L’ARPA (l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) e la Regione hanno imposto “misure compensative omologhe”, suggerendo di attuare la deimpermeabilizzazione (cioè la rimozione dell’asfalto o del cemento per restituire porosità al terreno) e di riportare la natura in altre aree degradate, magari vicino al Parco della Mandria o lungo gli argini del fiume Stura, ma restano rattoppi che non riporteranno in vita l’ecosistema agricolo perduto.

Anche la gestione delle acque piovane solleva forti criticità: per tentare di rispettare la legge sull’invarianza idraulica (il principio secondo cui non si deve scaricare nei fiumi più acqua piovana di quanta ne defluisse prima della cementificazione), dovranno scavare dei “bioswale” (canali vegetati o radure verdi ribassate progettate per raccogliere, trattenere e far assorbire lentamente le piogge), nel disperato tentativo di limitare i danni al drenaggio del territorio. Il rischio è di cancellare decenni di virtuosa gestione del reticolo irriguo a scorrimento garantita dal Consorzio sulla Riva Sinistra della Stura. La morfologia stessa del sito nasconde inoltre un’insidia che i proponenti faticano a gestire: la presenza della falda freatica estremamente superficiale. Questa condizione rende pericolosamente instabile il sistema progettato per lo smaltimento delle acque meteoriche. I previsti bacini di laminazione rischiano di collassare al primo evento meteorologico estremo, esponendo il territorio ad allagamenti di superficie e sollevando lo spettro di un inquinamento sistemico delle fragili acque sotterranee.

Sul fronte della qualità dell’aria, la situazione di partenza è già drammatica: il cantiere si trova nel cuore dell’”Agglomerato di Torino”, un’area già sottoposta a procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea perché l’aria è cronicamente inquinata da esuberi di PM10 (le pericolose polveri sottili) e biossido di azoto. Anche se si prevede meno traffico veicolare rispetto al centro commerciale, le autorità esigono significativamente calcoli preventivi per capire quanto inquineranno i 116 generatori diesel di emergenza.

Nemmeno l’inquinamento acustico può essere tralasciato, al punto che l’ARPA consiglia di classificare la zona direttamente in Classe VI, il livello di rumore massimo riservato alle aree esclusivamente industriali.

Nel documento “ii-seduta_i-conf_11-04-2025_verbale-pdf_4.pdf” viene esplicitato che, all’interno dell’Elaborato 7.0 del Piano Particolareggiato, le informazioni di natura acustica legate al progetto non sono attualmente sufficienti per procedere con una valutazione previsionale di impatto acustico secondo i termini normativi.

La valutazione dell’impatto acustico dovrà essere aggiornata considerando tutte le attività previste e tutte le sorgenti di rumore, inclusi i flussi di traffico interno ed esterno e le fasi di costruzione (cantiere) e dismissione. Il documento “241210_Lineediindirizzoattuazioneopereprivate_4.pdf” specifica che, su suggerimento dell’Amministrazione, è stato avviato un approfondimento progettuale avanzato. Questo permetterà di tarare le dimensioni e le attrezzature esterne per ottenere dati certi sull’emissione di rumore.

Nell’ultima delibera, la n.20 del 26 giugno 2026, a differenza dei precedenti verbali che indicavano l’insufficienza dei dati previsionali sul rumore, l’elenco degli elaborati del progetto definitivo include ora formalmente la “Valutazione preliminare di impatto acustico” (elaborato 7.0), lo “Studio impatto del rumore” (elaborato 4.0.2) e la “Verifica di compatibilità con la Zonizzazione Acustica vigente” (elaborato A1). Il Comune ha inoltre imposto al proponente un piano di monitoraggio acustico periodico per verificare i limiti di immissione ed emissione sia in fase di cantiere che durante l’esercizio del Data Center.

A rendere il quadro ancora più fosco c’è la stringente questione del Rischio Industriale: questa imponente trasformazione costringe infatti il Comune ad aggiornare le mappe generali in base alla “Direttiva Seveso” (la rigida normativa europea sulla prevenzione dei grandi incidenti connessi a sostanze pericolose), costringendo a ricalcolare tutte le distanze di sicurezza tra questi nuovi mostri produttivi e gli elementi vulnerabili del territorio abitato circostante.

Si teme che la vicinanza alle aree residenziali comporterà un impatto acustico logorante, causato dal ronzio incessante dei server, dal ruggito delle mega-ventole e dall’attivazione dei generatori diesel, unito a un degrado ambientale che stringerà in una morsa perenne le case isolate circostanti e i quartieri cittadini più esposti, condannando i residenti a una convivenza forzata e perenne con una rumorosa e inquinante fabbrica di dati.

Infine, le ricadute sulla rete stradale e l’inquietante disordine delle procedure amministrative gettano un’altra grave ombra sull’operazione. È certamente vero che l’abbandono del mega-centro commerciale eviterà il collasso del traffico privato, permettendo di rimpicciolire le nuove arterie previste in origine, ma gli interventi viabilistici sul suolo pubblico rimangono comunque invadenti.

Assisteremo al potenziamento forzato di Via alle Fabbriche e alla creazione di due rotonde fin troppo ravvicinate e problematiche sulla Provinciale SP2, un’anomalia progettuale che ci viene imposta da vincoli tecnici dichiarati ineliminabili. Per contro, il tanto discusso cavalcaferrovia (un ponte stradale sopraelevato per superare i binari) è stato stralciato dai piani perché giudicato incompatibile con le rigide prescrizioni di sviluppo dell’aeroporto.

La realizzazione della nuova viabilità SP13 dovrà essere interamente finanziata ed eseguita proprio dai costruttori privati dei Data Center (il comparto IN-ATA), vincolati tramite un’apposita convenzione urbanistica (un accordo legale vincolante tra privati e Comune per stabilire diritti e doveri sulle opere pubbliche).

Sul piano burocratico, i tecnici della Direzione Regionale hanno sollevato un’allarmante sovrapposizione: il Comune sta portando avanti in modo pasticciato e contemporaneo due varianti urbanistiche (questa sui Data Center e la Variante Strutturale n. 2 sul centro storico) che finiscono per accavallarsi e interferire sulle stesse infrastrutture stradali e sugli stessi calcoli demografici di base. Per evitare che l’intero iter crolli (come ci auguriamo) sotto il peso dei conflitti normativi, la Regione è stata costretta a imporre al Comune la consegna di una formale “asseverazione” (una dichiarazione giurata e certificata da un tecnico con valore legale) per dimostrare al di là di ogni dubbio che i due piani non si ostacolino a vicenda, minacciando in caso contrario di bloccare tutto, accorpare le pratiche e costringere la giunta a ricominciare daccapo.

Ritornando alla funzionalità dual-use dei grandi Data Center Hyperscale non si può non osservare come a Caselle Torinese esista una radicata e strategica presenza militare, strutturata non come base operativa di squadriglie, ma come fulcro logistico, direzionale e industriale per l’Aeronautica e la Difesa italiana. Passiamoli in rassegna. L’Ufficio Tecnico Territoriale Armamenti Aeronautici (UTT) con sede in Strada San Maurizio 32, è un ente diretto di SEGREDIFESA (Direzione Generale degli Armamenti Aeronautici). Questo dipartimento gestisce il controllo tecnico, i collaudi e l’assicurazione di conformità e qualità sui contratti di acquisizione di mezzi e materiali aeronautici militari. Le Infrastrutture dell’Aeronautica Militare. L’aeroporto civile “Sandro Pertini” è sorto storicamente su un ex campo di volo militare. Ancora oggi, integrata nell’infrastruttura aeroportuale, è mantenuta un’area demaniale del Ministero della Difesa classificata come “Aliquota ex Distaccamento Aeronautica Militare”, situata anch’essa lungo l’asse di Strada San Maurizio. Il Polo Industriale-Militare Aerospaziale (Leonardo) La componente militare di gran lunga più impattante sul territorio di Caselle è quella legata all’industria della Difesa. Sull’asse della pista aeroportuale opera il quartier generale della Divisione Velivoli di Leonardo (complesso derivato storicamente da FIAT Aviazione e poi Alenia, da cui origina proprio la sigla urbanistica “ex-ATA”, ovvero Alenia Turin Aviation). Caselle Nord e Caselle Sud: In questi stabilimenti (situati tra l’aeroporto e Strada del Malanghero) avviene la progettazione, la produzione e l’assemblaggio finale dei jet da combattimento Eurofighter Typhoon per le forze aeree italiane e internazionali. Storicamente, da queste linee di volo sono usciti i caccia Tornado, AMX e i trasporti tattici militari. I Sistemi d’Arma e Intelligenza Artificiale: Gli stabilimenti di Caselle sono attualmente il centro nevralgico italiano per lo sviluppo del GCAP (Global Combat Air Programme), il caccia militare di sesta generazione che integrerà reti neurali, intelligenza artificiale e la gestione di sciami di droni gregari.
La contiguità geografica, infrastrutturale e storica tra la linea di sviluppo dei sistemi d’arma di Leonardo e i terreni ex-ATA opzionati per il nuovo campus Data Center Hyperscale costituisce un elemento logistico oggettivo per la valutazione dei rischi di convergenza tecnologica e delle potenziali architetture “dual-use” (civile e militare) delle grandi potenze di calcolo sul territorio.

La costruzione del Data Center non è stata ancora definitivamente autorizzata. La delibera di giugno scorso approva l’impianto urbanistico generale (il Progetto Definitivo del Piano Particolareggiato e la relativa Variante Strutturale al PRGC), ma rimanda a step successivi l’effettivo via libera ai cantieri edilizi. L’iter autorizzativo prevede infatti ulteriori fasi:
Rilascio delle autorizzazioni finali. Il Consiglio Comunale ha formulato specifiche raccomandazioni ambientali (relative a clima, uso delle acque, contenimento acustico e campi elettromagnetici) di cui il proponente dovrà obbligatoriamente tenere conto “nell’ambito dei procedimenti amministrativi obbligatori finalizzati al rilascio delle autorizzazioni”. Questo passaggio indica chiaramente che i titoli abilitativi edilizi e ambientali necessari per iniziare i lavori e avviare l’esercizio dell’impianto devono ancora essere richiesti ed emessi.
Firma della Convenzione Attuativa. Tra gli elaborati del Piano Particolareggiato approvati figura esclusivamente una “Bozza di schema di convenzione attuativa” (elaborato 13.1.0). Prima che la trasformazione privata possa procedere, l’Amministrazione e il proponente dovranno stipulare materialmente questo contratto definitivo, che regola le tempistiche, le garanzie finanziarie e la realizzazione delle opere pubbliche.
Proseguimento dell’iter urbanistico. La delibera è stata resa immediatamente esecutiva con lo scopo specifico di “consentire, con celerità, il proseguimento dell’iter della Variante Generale al P.R.G.C.”. Il voto favorevole del Consiglio ha chiuso la fase di progettazione e concertazione sui volumi e le destinazioni d’uso dei terreni, ma non esaurisce i procedimenti burocratici complessivi.
In altre parole, i cantieri non possono ancora partire. Con l’approvazione di questo documento il Comune ha essenzialmente stabilito che l’idea generale del Data Center è accettabile, andando quindi a cambiare ufficialmente la destinazione urbanistica di quei terreni per permettere di costruirlo, ma dettando precise condizioni. È come voler costruire un condominio dove prima c’era un campo agricolo: l’amministrazione ha appena dato l’ok per far diventare il terreno edificabile, ma questo non significa che le ruspe potranno iniziare a operare da domani. Per iniziare davvero i lavori mancano ancora diversi passaggi pratici, a cominciare dai permessi di costruzione veri e propri. L’azienda non ha ancora in mano i titoli per aprire il cantiere e, per ottenerli, dovrà presentare dei progetti esecutivi che dimostrino di rispettare le regole appena imposte dal Consiglio Comunale. Dovrà dimostrare come farà a non sprecare l’acqua per raffreddare i server, a non inquinare l’aria, a contenere il rumore e a tenere sotto controllo le onde elettromagnetiche. Teoricamente se i futuri progetti non dovessero soddisfare queste condizioni, i permessi finali per costruire e accendere l’impianto dovrebbero essere negati.
Inoltre, manca ancora la firma del vero e proprio contratto con l’ente pubblico. Tra i documenti approvati, infatti, figura solo una “bozza di convenzione attuativa”. Questo significa che il Comune e l’azienda costruttrice dovranno sedersi a un tavolo e firmare l’accordo finale, passaggio fondamentale perché mette nero su bianco gli impegni economici e pratici; in cambio del diritto di costruire, il privato si impegna formalmente e a sue spese a realizzare opere pubbliche e compensazioni per la città come strade, fognature, parcheggi e parchi. In pratica, il Comune ha autorizzato la “cornice” del progetto e ha stabilito le regole del gioco, ma i permessi per avviare fisicamente la costruzione degli edifici e delle infrastrutture devono ancora essere richiesti, verificati e firmati.

Ricordiamo infine che sebbene l’amministrazione comunale abbia approvato la variante urbanistica per le aree ex-ATA, la partita per la realizzazione del Data Center non è affatto chiusa e la cittadinanza ha a disposizione diversi strumenti istituzionali, legali e partecipativi per opporsi o bloccare l’opera. Il primissimo passo operativo e strategico consiste solitamente nella costituzione di un Comitato Cittadino formalmente registrato. Questo passaggio non è puramente simbolico, ma conferisce alla cittadinanza la cosiddetta “legittimazione ad agire”, un requisito giuridico indispensabile per dimostrare che l’opposizione non è mossa da singoli interessi privati, ma dalla tutela di un interesse diffuso come la salvaguardia della salute pubblica, delle risorse idriche e del consumo di suolo agricolo.

Dal punto di vista legale, lo strumento più incisivo a disposizione del territorio è il ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale, il TAR. I cittadini, tramite il proprio comitato o appoggiandosi ad associazioni ambientaliste riconosciute a livello nazionale, possono impugnare gli atti del Comune, compresa la delibera appena approvata o i futuri permessi di costruzione. Affinché un ricorso abbia successo e porti alla sospensiva dei lavori, non può però basarsi unicamente sul dissenso politico. Deve invece evidenziare vizi di forma, errori procedurali o la mancata valutazione di impatti critici, come le garanzie sull’effettivo contenimento del rumore, le conseguenze dell’enorme prelievo energetico sulla rete locale o i rischi legati all’interferenza con le attività aeroportuali e militari limitrofe, eccetera. Va tenuto presente che i ricorsi al TAR hanno tempistiche molto rigide e devono essere presentati solitamente entro sessanta giorni dalla pubblicazione degli atti ufficiali.

Sul piano della democrazia diretta, lo strumento più forte è il Referendum Comunale. Consultando lo Statuto del Comune è possibile verificare il numero esatto di firme necessarie per richiedere l’indizione di una consultazione popolare. Sebbene i referendum locali su temi urbanistici siano spesso di natura consultiva e non abbiano un potere giuridico immediatamente abrogativo, una vittoria schiacciante e certificata del dissenso potrebbe assumere un peso politico importante, rendendo molto difficile per la giunta procedere ignorando una larga maggioranza contraria. A questo si affiancano strumenti più rapidi come le petizioni ufficiali e le istanze cittadine, che obbligano formalmente il Sindaco e la Giunta a inserire l’argomento all’ordine del giorno del Consiglio Comunale e a rispondere pubblicamente ai dubbi sollevati.

Un’altra linea di intervento cruciale riguarda la partecipazione attiva ai procedimenti autorizzativi che devono ancora aprirsi. Come abbiamo visto in precedenza, l’azienda dovrà ancora richiedere i permessi definitivi legati all’impatto ambientale, alle emissioni e al prelievo delle acque di falda per il raffreddamento dei server. Durante queste procedure, la normativa impone che i progetti vengano resi pubblici e offre a chiunque la possibilità di presentare delle formali “osservazioni”. Un comitato civico supportato da periti, geologi o ingegneri indipendenti può produrre contro-dossier tecnici volti a smontare le rassicurazioni dell’azienda. L’obiettivo di queste osservazioni è costringere gli enti preposti a richiedere prescrizioni così severe o modifiche strutturali talmente onerose da rendere il progetto non più economicamente vantaggioso o tecnicamente infattibile.

Infine, l’azione di contrasto non deve limitarsi alle stanze del municipio locale, ma può allargarsi agli enti sovracomunali. La pressione informativa e civica può essere indirizzata verso l’ARPA regionale, la Città Metropolitana, le Soprintendenze paesaggistiche o persino i Ministeri competenti, che sono chiamati a rilasciare pareri e nulla osta vincolanti. Segnalare in modo documentato le criticità sulle immense richieste energetiche, sull’impermeabilizzazione del suolo o sulle possibili alterazioni del microclima locale può spingere queste istituzioni a negare le autorizzazioni di loro competenza. Nella pratica, l’unione coordinata tra pressione democratica di massa, minaccia costante di ricorsi legali e un minuzioso presidio tecnico durante ogni singola conferenza dei servizi rappresenta la strategia istituzionale più efficace per arginare e fermare grandi infrastrutture calate dall’alto.

A cose normali il percorso appena delineato potrebbe avere facilmente successo se non fosse che le grandi infrastrutture digitali, come i data center hyperscale necessari per il cloud e l’intelligenza artificiale, godono oggi di normative speciali che le inquadrano come opere strategiche per la transizione digitale del Paese e, in molti casi, come asset legati alla sicurezza nazionale. Anche a livello puramente locale, leggendo i documenti ufficiali della variante urbanistica di Caselle Torinese, emerge chiaramente che le opere infrastrutturali collegate al piano sono formalmente sottoposte alle procedure di espropriazione per pubblica utilità. Questo speciale inquadramento giuridico, che sia “pubblica utilità” o “opera di preminente interesse nazionale“, cambia radicalmente le regole del gioco e comprime di molto i margini di manovra dell’opposizione cittadina.

Il primo enorme ostacolo che la cittadinanza si trova ad affrontare riguarda la compressione dei tempi democratici. Quando un progetto beneficia di iter autorizzativi accelerati, le tempistiche a disposizione per la consultazione pubblica vengono drasticamente tagliate. Invece di avere mesi per studiare migliaia di pagine di delicati rapporti ambientali, geologici o acustici, un comitato civico potrebbe avere pochissime settimane per presentare le proprie osservazioni formali. Per gruppi di cittadini volontari, riuscire in così poco tempo a raccogliere fondi, assumere periti tecnici indipendenti e produrre contro-dossier capaci di fermare il progetto diventa una vera e propria missione impossibile.

Il secondo limite invalicabile è legato proprio alla dichiarazione di pubblica utilità e al meccanismo degli espropri. Una delle tattiche storiche dei movimenti di protesta è quella di convincere i proprietari dei terreni a non vendere le loro proprietà, impedendo così la costruzione delle opere accessorie, come ad esempio i tracciati dove dovranno passare gli enormi cavi elettrici necessari per i 250 MW di Terna. Se però scatta la procedura di esproprio per pubblica utilità, questa forma di resistenza pacifica viene annullata per legge: i proprietari vengono costretti a cedere le aree e possono unicamente fare ricorso per ottenere un indennizzo economico maggiore, senza però poter fermare le ruspe.

L’impatto più severo di questa legislazione speciale si fa sentire nelle aule di tribunale. Se i cittadini decidono di fare un ricorso al TAR chiedendo di bloccare i cantieri (la cosiddetta “sospensiva”), i giudici amministrativi devono soppesare i diversi interessi in gioco. Di fronte a un’infrastruttura classificata come strategica per la nazione, la giurisprudenza tende sistematicamente a far prevalere l’interesse superiore dello Stato rispetto al disagio ambientale locale. Di conseguenza, i tribunali raramente fermano i lavori in attesa del giudizio finale, permettendo ai cantieri di procedere; e quando le cause si concludono, spesso dopo anni, l’opera è ormai irrimediabilmente costruita.

Infine, l’interesse nazionale disarma anche le istituzioni locali. Un referendum cittadino, persino se dovesse bocciare l’opera con il 90% dei voti contrari, verrebbe considerato privo di efficacia vincolante contro un progetto voluto dallo Stato centrale. Lo stesso Sindaco, pur volendo appoggiare le proteste dei suoi cittadini, si ritroverebbe sostanzialmente privato del suo potere di veto. Un Comune non può infatti bloccare pretestuosamente un’opera di rilevanza nazionale o di pubblica utilità: se provasse a farlo, il Governo centrale avrebbe il potere di attivare i poteri sostitutivi, nominando un Commissario Straordinario che si sostituirebbe al Sindaco per firmare tutte le autorizzazioni mancanti, scavalcando del tutto la volontà del territorio.

Diventa estremamente importante il coordinamento di un’opposizione su scala contemporaneamente locale, regionale e nazionale.

Fonti

6/10/20226 https://www.francescocappello.com/

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