Il labirinto di Trump e la resistenza di Cuba: un’isola che non si arrende all’impero
Un’isola che non si arrende all’impero.
La politica estera degli Stati Uniti nei confronti di Cuba ha messo nuovamente in luce, negli ultimi giorni, la sua classica contraddizione: la retorica dello schiacciamento totale si scontra con la realtà di un paese che, per quanto soffoca, si rifiuta di piegarsi. L’arrivo della petroliera russa Anatoly Kolodkin al porto di Matanzas, con 730.000 barili di greggio, non è solo una boccata d’ossigeno per un’isola immersa in una crisi energetica senza precedenti. È, soprattutto, un sintomo del labirinto in cui Donald Trump si è cacciato cercando di interpretare contemporaneamente il ruolo del falco implacabile e quello del negoziatore pragmatico.
Mentre la Casa Bianca insiste che «non c’è un cambiamento di politica», la realtà smentisce la finzione. Il governo di Trump ha imposto a gennaio un blocco navale de facto, ha sequestrato il presidente del Venezuela – principale fornitore storico di carburante a Cuba – e ha minacciato di dazi doganali qualsiasi paese che osasse inviare petrolio all’isola. L’obiettivo era chiaro: far crollare l’economia cubana, provocare un’implosione del sistema politico e forzare una transizione su misura per Washington. Ma il risultato è stato un altro: l’assedio non è riuscito a far capitolare Cuba, ma ha messo a nudo le contraddizioni del regime imperiale.
Trump nel suo stesso labirinto
Il presidente statunitense è passato, nel giro di poche settimane, dall’affermare che «Cuba è finita» e che «sarà la prossima» – alludendo al rapimento di Nicolás Maduro – all’autorizzare, con la sua esplicita approvazione, che una nave russa soggetta a sanzioni violasse il proprio blocco. «Se un paese vuole inviare del petrolio a Cuba adesso, non ho alcun problema al riguardo, che si tratti della Russia o meno», ha detto Trump il 29 marzo, in una di quelle frasi che mettono in evidenza la distanza tra il discorso di massima pressione e le decisioni reali.
Cosa spiega questa svolta? La risposta non sta in un improvviso interesse umanitario – anche se Trump ha invocato «i bisogni della gente» – ma nel calcolo geopolitico più elementare. La politica di asfissia totale stava portando Cuba sull’orlo di una crisi umanitaria di proporzioni catastrofiche. E quella crisi, invece di indebolire il governo cubano, minacciava di diventare un problema diretto per gli Stati Uniti: un’ondata migratoria incontrollata, un’isola ingovernabile a novanta miglia dalla Florida e, soprattutto, uno scenario ideale affinché la Russia e altri attori avversari riempissero il vuoto lasciato da Washington. Di fronte a questo scenario, Trump ha optato per ciò che sa fare meglio: una ritirata tattica mascherata da pragmatismo.
La stessa struttura giuridica della sua amministrazione tradisce l’improvvisazione. La Licenza Generale 134, emessa dall’OFAC il 12 marzo, autorizza temporaneamente l’ingresso di petrolio russo caricato prima di quella data. È un alibi giuridico per evitare che la nave venisse intercettata, senza dover ammettere che la politica di blocco energetico ha fallito nel suo intento di costringere Cuba alla resa.
Cuba: resistenza senza compromessi
Mentre Trump naviga tra le proprie contraddizioni, Cuba mantiene una posizione che non ammette ambiguità: resistere senza rinunciare ai propri principi. Il Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha messo in atto una strategia su due fronti. All’interno, con l’avvio del Programma economico e sociale per il 2026, che riorganizza l’economia a partire dalle basi territoriali per affrontare la carenza di carburante e l’inasprimento dell’embargo. All’esterno, con un’offerta di dialogo e cooperazione economica agli Stati Uniti che, tuttavia, parte da una premessa non negoziabile: la sovranità, l’indipendenza e il sistema politico cubano non sono in discussione.
Il ministero degli Esteri cubano ha presentato una “tabella di marcia” per la cooperazione bilaterale, ma lo ha fatto senza il minimo gesto di sottomissione. La proposta è chiara: se Washington è disposta a riconoscere la realtà di Cuba e a rispettarne l’autodeterminazione, ci sono spazi per la cooperazione. Se ciò che cerca è un cambio di regime, come ha lasciato intendere Trump nelle sue dichiarazioni più aggressive, allora la risposta sarà la stessa che l’isola ha dato per oltre sei decenni: resistenza.
Questo atteggiamento non è una posa retorica. Cuba sa, per amara esperienza, che le concessioni sotto pressione non garantiscono stabilità, ma aprono la porta a nuove pretese. La storia delle relazioni con gli Stati Uniti è piena di promesse non mantenute e di tentativi di utilizzare l’asfissia economica per strappare concessioni politiche. Per questo la posizione dell’Avana è stata, e continua ad essere, quella di non negoziare sotto minaccia.
Il paradosso dell’isola di fronte all’impero
Il contrasto non potrebbe essere più sbilanciato. Gli Stati Uniti sono la più grande potenza militare ed economica del mondo, con risorse quasi illimitate per esercitare pressioni su un paese piccolo, sottoposto a un embargo e alle prese con enormi difficoltà materiali. Tuttavia, questo apparente vantaggio si trasforma nella loro stessa trappola. La politica di massima pressione non è riuscita a far abbandonare a Cuba i propri principi, ma ha messo Washington in una posizione scomoda: o permette l’ingresso di carburante russo (con il conseguente trionfo propagandistico per Mosca) oppure si trova ad affrontare una crisi umanitaria che la screditerebbe a livello internazionale e alimenterebbe il flusso migratorio.
Cuba, invece, ha dimostrato ancora una volta la propria capacità di resistere senza rinunciare alla propria identità. Non è la prima volta che l’isola affronta una situazione estrema. Il cosiddetto Periodo Speciale degli anni Novanta è stato molto più duro in termini materiali rispetto alla crisi attuale, eppure il Paese ne è uscito senza cedere un briciolo della propria sovranità. Oggi, il governo cubano conta su alleati come la Russia, il Messico e altre nazioni che hanno chiarito che non accetteranno un blocco unilaterale imposto da Washington.
La stessa presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, ha difeso il diritto del suo paese di fornire carburante a Cuba, sottolineando che nessun governo esterno può dettare con chi il Messico deve commerciare. E nel frattempo, l’arrivo della petroliera russa è un messaggio diretto alla Casa Bianca: l’isola non è sola.
Al di là della situazione contingente: un modello che si ripete
Quello a cui stiamo assistendo in queste settimane non è un episodio isolato, bensì l’ennesimo capitolo di un modello ricorrente. La politica degli Stati Uniti nei confronti di Cuba oscilla storicamente tra il tentativo di annientamento e la tentazione di una negoziazione controllata. Dalla rottura delle relazioni nel 1961, passando per il più lungo blocco economico, commerciale e finanziario della storia, fino alle limitate aperture dell’era Obama e al ritorno allo scontro con Trump, tutte le amministrazioni hanno condiviso un obiettivo: cambiare il sistema politico cubano.
Ciò che non sono mai riusciti a ottenere è che Cuba rinunci all’essenziale. L’indipendenza, la sovranità e il diritto di costruire un proprio progetto sociale continuano a essere l’ancora che sostiene la politica estera e interna dell’isola. Né l’embargo, né le minacce, né la pressione mediatica sono riusciti a far inginocchiare L’Avana.
Il futuro: collasso, negoziazione o stallo?
Nel breve termine, è molto probabile che si consolidi uno scenario di stallo prolungato. Trump manterrà la retorica della massima pressione per accontentare la frangia più intransigente della sua base elettorale, ma continuerà a concedere eccezioni tattiche che evitino una crisi incontrollabile. Cuba, dal canto suo, riceverà aiuti intermittenti dai suoi alleati, sufficienti per sopravvivere ma non per prosperare. L’impero continuerà a credere che il tempo giochi a suo favore; l’isola continuerà a dimostrare che la resistenza è una questione di principi, non di scadenze.
L’offerta di dialogo avanzata da Cuba rappresenta un’opportunità che Washington potrebbe cogliere se fosse disposta ad abbandonare la sua ossessione per il cambio di regime. Ma la storia insegna che, per gli Stati Uniti, riconoscere la legittimità del sistema cubano rimane un passo che sembra impossibile da compiere. Nel frattempo, Cuba porta avanti il proprio programma economico, con la sua apertura agli investimenti stranieri senza rinunciare al controllo statale, e con una diplomazia che moltiplica le alleanze per rompere l’accerchiamento.
Una lezione di dignità
In un mondo in cui le grandi potenze tendono a imporre la propria legge con la forza bruta delle sanzioni o della minaccia militare, la resistenza di Cuba assume un significato che va oltre i suoi confini. Non si tratta solo della sopravvivenza di un piccolo paese insulare; è la dimostrazione che la dignità e la coerenza politica possono prevalere sull’arsenale di un impero.
Trump si trova in un labirinto che lui stesso ha contribuito a costruire: vuole il crollo di Cuba, ma teme le conseguenze del proprio blocco; desidera mostrare fermezza, ma è costretto a cedere di fronte alla realtà. Cuba, invece, ha chiaro il proprio percorso: resistere, negoziare senza arrendersi e difendere i propri principi fino alle ultime conseguenze. Mentre la Casa Bianca è combattuta tra spavalderia e pragmatismo, l’isola continua a essere ciò che è sempre stata: un esempio del fatto che la sovranità non si arrende né si vende, per quanto soffocante possa essere l’assedio.
Questa non è una battaglia qualsiasi. È la conferma che, per Cuba, l’indipendenza non è una carta negoziale, ma la base stessa della sua esistenza. E finché ciò rimarrà così, per quanti labirinti l’impero possa costruire, l’isola continuerà a trovare la sua strada.
Fonte: Razones de Cuba
Traduzione: italiacuba.it
3/4/2026 https://italiacuba.it/










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