Il modello cinese: quando lo Stato governa il mercato
L’ascesa della Cina non può essere spiegata solo con l’apertura dei mercati. Nella terza puntata della serie sulla globalizzazione, il professor Pompeo Della Posta, economista italiano che insegna in un’università cinese, esamina le leve strategiche che hanno guidato la crescita industriale e tecnologica del Paese. Mettendo a confronto il modello cinese con i dogmi economici occidentali, analizza il ruolo dello Stato nello sviluppo e le contraddizioni di un sistema internazionale che oggi riscopre le politiche industriali a lungo considerate superate.
Ascolta l’articolo, narrato da Maria Pappini:
Terza puntata della serie sui cambiamenti globali dell’economia
Primo articolo: https://krisis.info/it/2026/08/temi/globalizzazione/quando-e-iniziata-davvero-la-globalizzazione/
Secondo articolo: https://krisis.info/it/2026/09/temi/globalizzazione/chi-ha-guadagnato-dalla-globalizzazione/
Regia statale Il successo di Pechino si fonda sulla direzione pubblica dell’economia e sul controllo dei capitali, non sul dogma del mercato privo di regole.
Precedenti illustri Sussidi e protezionismo cinesi ricalcano i metodi usati da tutte le nazioni occidentali durante la propria industrializzazione.
Acquisizione tecnologica L’obbligo di joint venture, previsto in alcuni settori per i partner stranieri in Cina, ha favorito trasferimento di competenze e sviluppo di capacità produttive nazionali.
Regole globali Il principio del rules-based order, invocato dall’Occidente, riflette spesso interessi strategici unilaterali, non sempre coincidenti con il diritto internazionale.
La Cina viene spesso descritta come la grande vincitrice della globalizzazione economica: un Paese che avrebbe sfruttato l’apertura dei mercati internazionali per costruire una «macchina da guerra economica» e avvicinarsi al primato statunitense, secondo una lettura che attribuisce alla sua ascesa anche una strategia deliberata di sostituzione degli Stati Uniti come prima potenza mondiale[1].
La portata della crescita cinese è ampiamente documentata[2]. Meno spazio viene però riservato a un altro risultato di dimensioni storiche: per stessa ammissione della Banca mondiale, in 40 anni lo sviluppo della Cina ha contribuito a sottrarre alla povertà estrema 800 milioni di persone, la popolazione di Stati Uniti ed Unione europea messi insieme[3]. È un risultato che non può essere ignorato quando si valutano gli effetti della globalizzazione e le politiche economiche che hanno accompagnato la trasformazione del Paese.
Un momento decisivo di questa trasformazione è stato l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), l’11 dicembre 2001, al termine di 15 anni di negoziati. Alcuni osservatori hanno interpretato questa adesione come il risultato della benevolenza, se non dell’ingenuità, degli Stati Uniti, che avrebbero così favorito l’ascesa di un futuro concorrente strategico [4]. Una lettura simile, tuttavia, segnala anzitutto l’anomalo ruolo egemonico svolto dagli Stati Uniti in una istituzione all’interno della quale le decisioni dovrebbero essere prese dall’intera comunità commerciale internazionale.
L’adesione al WTO ha certamente accelerato l’integrazione cinese nei mercati mondiali, ma non basta, da sola, a spiegare né la traiettoria dello sviluppo del Paese né la distribuzione dei suoi benefici. Anche le frequenti accuse secondo cui la Cina starebbe invadendo i mercati internazionali con i propri prodotti richiedono una valutazione più articolata.
Le dimensioni dell’economia e della popolazione cinese — circa 1,4 miliardi di abitanti — hanno inevitabilmente un impatto rilevante sulla produzione e sugli scambi globali. La scala demografica, tuttavia, non spiega da sola perché la Cina sia riuscita a trasformarsi in una potenza industriale e tecnologica.
Per comprendere questa trasformazione occorre dunque andare oltre la globalizzazione e interrogarsi sulle scelte che hanno guidato lo sviluppo cinese. Non conta soltanto l’apertura ai mercati internazionali, ma anche il modo in cui Pechino ha governato la globalizzazione, mantenendo allo Stato un ruolo centrale.
Il fattore chiave per capire il successo del modello cinese è proprio lo Stato. Dalla gestione del credito agli investimenti industriali, dal controllo dei movimenti di capitale al sostegno dei settori strategici, le autorità pubbliche hanno orientato lo sviluppo economico senza affidarlo interamente alle dinamiche del mercato.
Stato motore dello sviluppo
Il successo cinese non deriva soltanto dal basso costo del lavoro o dall’ingresso nel WTO. Molti altri Paesi avevano e hanno salari bassi o sono entrati nell’Organizzazione mondiale del commercio, ma non sono stati capaci di seguire una traiettoria paragonabile a quella cinese. Il successo della Cina deriva anche, e soprattutto, dalla strategia di sviluppo che ha seguito, resa possibile dal fatto che lo Stato ha mantenuto un ruolo centrale.
Gli strumenti di questa strategia sono stati diversi: il controllo selettivo dei flussi di capitale, attraverso il quale la Cina ha potuto limitare l’esposizione ai movimenti finanziari a breve termine; una politica industriale attiva, mentre l’ideologia neoliberista sosteneva che gli investimenti dovessero essere lasciati esclusivamente al mercato; l’orientamento del credito verso gli investimenti ritenuti necessari allo sviluppo del Paese; il gradualismo nelle aperture e la capacità di imporre priorità settoriali, anche attraverso le imprese di proprietà statale (State-owned Enterprises).
La Cina ha certamente beneficiato dell’opportunità offerta dal mercato globale, ma non ha per questo abdicato alla direzione pubblica dell’economia, come abbiamo invece fatto nei decenni centrali della globalizzazione noi occidentali. In questo senso, il suo percorso smentisce l’idea secondo cui il successo internazionale richieda necessariamente una ritirata dello Stato, perché il mercato da solo non basta. Almeno nel caso cinese, lo sviluppo è dipeso da una combinazione di apertura esterna, controllo interno e direzione statale[5].
La via di Pechino alla globalizzazione
Secondo diversi autori, inoltre, la Cina avrebbe prosperato «violando le regole» che prevedevano un ruolo sempre minore dello Stato nell’economia. Ma quali sono queste regole? Chi le avrebbe stabilite? Certamente non la Cina. Perché, quindi, dovrebbe sottostare a regole che non ha contribuito a definire? Si tratta forse delle regole del Washington Consensus (le politiche economiche di stampo neoliberista raccomandate da istituzioni finanziarie internazionali con sede nella capitale statunitense, ndr)? Quelle che hanno indotto i governi di mezzo mondo a rinunciare alle politiche industriali, salvo poi riconsiderarle negli anni più recenti? O delle regole che raccomandavano di non concedere sussidi alle imprese, nonostante tutti i Paesi oggi sviluppati abbiano fatto ricorso, in diverse forme, al sostegno pubblico nelle prime fasi della propria industrializzazione?
Per diversi decenni, il dibattito economico occidentale è stato dominato dall’idea che lo Stato dovesse limitare il proprio intervento nell’economia. Questa convinzione ha esercitato una particolare influenza in Europa negli anni Novanta e nei primi anni Duemila. Ma da nessuna parte sta scritto che debba essere considerata una legge economica universale.
Parlando con colleghi nel mondo si capisce che è impossibile per economie liberiste, come vorrebbe la #UE, competere con le grandi economie stataliste dei mercati emergenti, come #Cina
Chi vorrebbe in Italia più mercato, più Europa e meno Stato vuole il nostro male o non capisce— Prof Michele Geraci, fmr Undersecretary of State (@michele_geraci) January 26, 2023
One Economics, Many Recipes («Una sola economia, molte ricette»), intitolava Dani Rodrik un suo noto libro[6], proprio per sottolineare che non esiste un’unica strada verso lo sviluppo e che i governi dovrebbero poter scegliere come organizzare le condizioni della propria crescita. Tanto più che i Paesi oggi più sviluppati hanno fatto ricorso a politiche di sostegno pubblico durante la propria industrializzazione e sono tornati a utilizzare strumenti di politica industriale negli anni più recenti, come dimostrano i casi dell’Unione europea e degli Stati Uniti[7].
Da questo punto di vista, la traiettoria cinese assume una rilevanza particolare. La Cina si è integrata nell’economia mondiale, ma non ha mai accettato i diktat del Washington Consensus. Ha mantenuto controlli sui movimenti di capitale a breve termine in quanto non funzionali al suo sviluppo economico (chi accetterebbe di finanziare la costruzione della propria casa con prestiti rinnovabili trimestralmente anziché con un mutuo ventennale?) e anche per limitare il rischio di crisi finanziarie[8] . Ha continuato a utilizzare strumenti di politica industriale. E ha conservato una significativa capacità di orientare lo sviluppo economico.
Do ut des in salsa cinese
Un altro strumento utilizzato da Pechino è stato il ricorso alle joint venture, cioè alle imprese costituite insieme a partner stranieri. In diversi settori e periodi, la Cina ha richiesto o incentivato forme di collaborazione con imprese locali, anche con l’obiettivo di acquisire conoscenze e tecnologie. La logica della condizione posta agli investitori stranieri era, in sostanza, questa: «Se vuoi venire a investire nel mio Paese, dobbiamo essere partner. Tu benefici dei costi competitivi della mia manodopera e io voglio imparare da te come produrre autonomamente in futuro».
Un’idea tutt’altro che irragionevole: l’acquisizione di competenze e tecnologie dall’estero ha contribuito allo sviluppo industriale cinese [9]. Ma proprio queste condizioni sono state contestate dai detrattori del modello cinese, secondo i quali limitavano la libertà delle imprese straniere di operare sul mercato cinese senza vincoli.
Peraltro, un semplice sguardo alla storia dello sviluppo economico chiarisce che politiche industriali attive, sostegno pubblico e perfino protezionismo, adottati in Cina[10], erano già stati abbondantemente usati dai Paesi oggi sviluppati nelle fasi decisive per la propria crescita.
Prima di diventare il campione del libero scambio, il Regno Unito aveva consolidato la propria potenza anche attraverso protezionismo, impero e controllo dei traffici: per fare un esempio, imponeva dazi contro l’importazione del cotone dall’India che, prima della rivoluzione industriale, era ben più efficiente e produttiva[11].
Idem per gli Stati Uniti, che senza il protezionismo iniziale molto difficilmente sarebbero stati in grado di diventare la potenza industriale e tecnologica che oggi sono. Scriveva Abraham Lincoln, presidente degli Stati Uniti fra il 1861 e il 1865: «Non ne so molto di dazi, ma so che se ho bisogno di un cappotto e lo compro in America, io ho il cappotto e i miei soldi restano in America»[12].
Lo stesso vale per gli altri Paesi oggi sviluppati. La Francia di Jean-Baptiste Colbert, esponente del mercantilismo, ricorse a politiche protezionistiche per rafforzare la produzione nazionale. È proprio contro la visione mercantilista che Adam Smith elaborò la propria critica, sostenendo i vantaggi della divisione del lavoro e del commercio internazionale. In Germania, Friedrich List teorizzò la necessità di proteggere l’industria nascente dalla concorrenza estera.
In Giappone, il Ministero del Commercio internazionale e dell’Industria svolse un ruolo importante nel promuovere lo sviluppo industriale. Anche l’Italia offre esempi significativi di intervento pubblico nell’economia: dalle politiche di industrializzazione sostenute da figure come Quintino Sella e Francesco Saverio Nitti ai finanziamenti pubblici alla Fiat, fino all’attività di Alberto Beneduce, protagonista della creazione dell’IRI, l’Istituto per la ricostruzione industriale.
Il ritorno della politica industriale
Criticare la Cina per avere fatto ricorso a sussidi e misure protezionistiche a sostegno del proprio sviluppo significa dunque trascurare gli strumenti utilizzati, in fasi diverse della loro storia, da molti dei Paesi oggi industrializzati. Come scrive Ha-Joon Chang, riprendendo una metafora di Friedrich List, chi ha raggiunto lo sviluppo «dà un calcio alla scala con cui è salito» (fatta di protezionismo, sussidi e intervento pubblico), cercando così di impedire a chi viene dopo di utilizzare gli stessi strumenti per crescere[13].
In questa prospettiva, il successo cinese non appare necessariamente come una violazione delle regole dell’economia, quanto piuttosto come una contestazione di una particolare concezione della politica economica, che ha acquisito grande influenza in Occidente e che Pechino non aveva ragione di accettare integralmente. L’espansione dei veicoli elettrici cinesi, lo sviluppo delle energie rinnovabili, l’emergere di grandi imprese tecnologiche e il ricorso sistematico alla politica industriale mostrano il ruolo svolto dallo Stato nella trasformazione economica del Paese.
Come avrebbe dovuto affrontare la Cina il problema dell’inquinamento atmosferico nelle proprie metropoli, legato anche alla circolazione di automobili a combustione fossile? Avrebbe dovuto aspettare che fosse il mercato a trovare una soluzione?
Del resto, ormai oggi anche l’Unione europea e l’OCSE riconoscono l’importanza della politica industriale, proprio perché il mercato, da solo, non basta a risolvere problemi sistemici come la transizione ecologica, la resilienza economica e l’innovazione[14]. Se anche i Paesi sviluppati ricorrono oggi a strumenti di politica industriale, non è quindi possibile considerare l’intervento dello Stato, di per sé, una violazione delle regole economiche.
Ordine internazionale & regole
C’è poi la questione della presunta «violazione delle regole». Nel dibattito sulla Cina è entrata nel linguaggio corrente l’espressione «rules-based international order», letteralmente «ordine internazionale basato sulle regole», rispetto al quale Pechino viene spesso accusata di non conformarsi[15]. Ma che cosa si intende esattamente per ordine internazionale basato sulle regole? Quali regole? Perché riferirsi a non meglio definite regole anziché al diritto internazionale?
La distinzione è tutt’altro che secondaria. Il richiamo a un generico ordine basato sulle “regole” può evocare un insieme di principi condivisi da un sottoinsieme dei Paesi che compongono la comunità internazionale, ma lascia aperta una questione fondamentale: chi stabilisce queste regole, attraverso quali procedure e con quale legittimità? Il diritto internazionale, pur con i suoi limiti e le sue difficoltà di applicazione, si fonda invece su trattati, consuetudini e altri principi giuridici legalmente riconosciuti.
Di molti organismi internazionali, tuttavia, gli Stati Uniti hanno deciso di non fare parte. Molto meglio quindi, riferirsi a un generico «ordine basato sulle regole», che è sostanzialmente un ordine opaco che non deve essere modificato da potenze «revisioniste» che minacciano lo status quo e la leadership statunitense[16].
L’espressione «ordine internazionale basato sulle regole» può prestarsi, quindi, a usi politici ambigui, soprattutto quando non chiarisce quali norme siano giuridicamente vincolanti e quali riflettano invece orientamenti politici e interessi strategici. La questione, dunque, non è soltanto se la Cina rispetti le regole, ma quali regole vengano invocate, chi le abbia stabilite e se siano applicate con criteri coerenti a tutti gli attori internazionali. È su questo terreno che il confronto fra Cina e Stati Uniti dovrebbe essere condotto, distinguendo le violazioni documentabili del diritto internazionale dalla contestazione politica dell’ordine esistente.
(Continua)
[1] Vedi: Pillsbury, M. (2015) The Hundred-Year Marathon: China’s Secret Strategy to Replace America as the Global Superpower. New York, NY: Henry Holt and Company /
Naughton, B. (2018). The Chinese Economy: Adaptation and Growth (2nd ed.). MIT Press /
[3] World Bank e DRC of the State Council, People’s Republic of China. (2022). Four decades of poverty reduction in China: Drivers, insights for the world, and the way ahead. Washington, DC: World Bank, 2022. https://openknowledge.worldbank.org/server/api/core/bitstreams/e9a5bc3c-718d-57d8-9558-ce325407f737/content. Circa gli effetti dello sviluppo cinese sulla riduzione della povertà si veda anche Dollar, D. (2007) ‘Globalization, Poverty, and Inequality since 1980’, The World Bank Research Observer, 22(2), pp. 145–175. DOI: 10.1093/wbro/lkm003.
[4] Si veda, per esempio, Prestowitz, C. (2010), The Betrayal of American Prosperity: Free Market Delusions, America’s Decline, and How We Must Compete. New York: Free Press; Lighthizer, R. (2023), No Trade Is Free: Changing Course, Challenging China, and Helping America’s Workers. New York: Broadside Books e Navarro, P. and Autry, G. (2011), Death by China: Confronting the Dragon — A Global Call to Action. New York: Pearson.
[5] Si vedano: Wade, R. (2004). Governing the Market: Economic Theory and the Role of Government in East Asian Industrialization (Rev. ed.). Princeton University Press; Naughton, B. (2018). The Chinese Economy: Adaptation and Growth (2nd ed.). MIT Press; Chang, H.-J. (2007). Bad Samaritans: The Myth of Free Trade and the Secret History of Capitalism. Bloomsbury; World Bank e DRC of the State Council, People’s Republic of China. (2022). Four decades of poverty reduction in China: Drivers, insights for the world, and the way ahead. Washington, DC: World Bank, 2022.https://openknowledge.worldbank.org/server/api/core/bitstreams/e9a5bc3c-718d-57d8-9558-ce325407f737/content eSachs, J.D. and Woo, W.T. (2001) ‘Understanding China’s Economic Performance’, Journal of Policy Reform, 4(1), pp. 1–50. DOI: 10.1080/13841280108523402.
[6] Rodrik, D. (2007). One Economics, Many Recipes: Globalization, Institutions, and Economic Growth. Princeton, NJ: Princeton University Press.
[7] OECD (2022). Are industrial policy instruments effective? A review of the evidence in OECD countries. OECD Publishing.
[8] E le crisi del Sud-est asiatico del 1997 e del 2008/09, dalle quali è risultata inizialmente indenne – pur subendone, naturalmente, gli effetti indiretti successivi, a causa della riduzione delle importazioni da parte dei paesi colpiti – le hanno dato ragione.
[9] Wade, R. (2004). Governing the Market: Economic Theory and the Role of Government in East Asian Industrialization (Rev. ed.). Princeton University Press; Chang, H.-J. (2002). Kicking Away the Ladder: Development Strategy in Historical Perspective. Anthem Press e Chang, H.-J. (2007). Bad Samaritans: The Myth of Free Trade and the Secret History of Capitalism. Bloomsbury.
[10] Si veda, fra gli altri, Kroeber, A. (2016), China’s Economy: What Everyone Needs to Know. Oxford: Oxford University Press.
[11] Chang, H.-J. (2002). Kicking Away the Ladder: Development Strategy in Historical Perspective. Anthem Press.
[12] Frase riportata da Oxfam International (2002). Rigged Rules and Double Standards: Trade, Globalisation, and the Fight Against Poverty. Oxfam International, p. 59. Si veda anche Della Posta, P. (2018). The Economics of Globalization: An Introduction, Pisa: ETS.
[13] Si veda Chang, H.-J. (2002). Kicking Away the Ladder: Development Strategy in Historical Perspective. Anthem Press, p. 28 e Chang, H.-J. (2007). Bad Samaritans: The Myth of Free Trade and the Secret History of Capitalism. Bloomsbury.
[14] Si vedano: OECD (2022). Are industrial policy instruments effective? A review of the evidence in OECD countries. OECD Publishing; OECD (2024). The return of industrial policies. OECD Publishing e Della Posta, P. (2023). “The European Union in the Age of ‘Slowbalization’”, Journal of Policy Modeling, Volume 45, Issue 4, 2023, pp. 833-847, April. https://doi.org/10.1016/j.jpolmod.2023.07.006.
[15] Dopo essere stata introdotta negli anni Novanta in ambienti anglofoni occidentali, questa espressione è stata fatta propria successivamente dalla leadership politica americana, a cominciare da Hillary Clinton e, passando per Barack Obama, fino a Donald Trump.
[16] Si vedano Kagan, R. (2012) The World America Made. New York: Alfred A. Knopf; Ikenberry, G.J. (2011) Liberal Leviathan: The Origins, Crisis, and Transformation of the American World Order. Princeton, NJ: Princeton University Press; Jacques, M. (2009) When China Rules the World: The End of the Western World and the Birth of a New Global Order. London: Allen Lane e Huntington, S.P. (1996) The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order. New York: Simon & Schuster.
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