Il reddito dei poveri e quello che sostiene l’informazione “di regime”
(Chi attacca il RdC vive di sussidi: ma non lo dice)
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di Renato Fioretti
Da anni, ciclicamente, riemerge un argomento che sembra avere una funzione precisa: essere ripescato ogni volta che si vuole colpire Giuseppe Conte. È un meccanismo prevedibile, quasi rituale. Basta che il dibattito pubblico si inceppi, che manchi un bersaglio immediato, che serva un diversivo, e subito torna in scena il refrain secondo cui Conte avrebbe “sprecato soldi pubblici” con il Reddito di cittadinanza. È un’accusa che non nasce da un’analisi dei dati, ma da una narrazione costruita e ripetuta, spesso senza alcun rapporto con la realtà sociale del Paese. Eppure continua a tornare nel dibattito, come se fosse un capitolo irrisolto della politica italiana, utile da brandire ogni volta che serve un capro espiatorio. Il paradosso è che questa narrazione si regga su un presupposto fragile: l’idea che il RdC sia stato un’anomalia italiana, un eccesso, un lusso, un errore. Ma basta guardare ai numeri per scoprire che è vero il contrario: l’Italia è arrivata per ultima, con decenni di ritardo, a dotarsi di uno strumento che in tutta Europa esiste da anni ed è considerato parte integrante della civiltà sociale.
Il Reddito di cittadinanza, introdotto dal governo Conte I con il decreto-legge 28 gennaio 2019 n. 4, convertito nella legge 26/2019, e abolito dal governo Meloni con la legge di bilancio 2023, è stata la più vasta misura di contrasto alla povertà mai realizzata in Italia. In quattro anni e mezzo ha raggiunto oltre cinque milioni di persone, sostenuto più del 30% delle famiglie in povertà assoluta e mobilitato una spesa complessiva di circa 34 miliardi di euro. Una cifra che, rapportata alla popolazione e alla profondità della crisi economica e pandemica, risulta perfettamente in linea con quanto avviene nei principali Paesi europei. Per capire perché il RdC fosse necessario, basta osservare l’evoluzione della povertà in Italia. Secondo ISTAT, la povertà assoluta misura l’incapacità di acquistare un paniere di beni e servizi essenziali per una vita dignitosa; la povertà relativa indica chi vive con un livello di spesa inferiore alla media della popolazione. Negli ultimi quindici anni la povertà assoluta in Italia è più che triplicata, passando da circa 1,7 milioni di persone nel 2007 a oltre 5,6 milioni nel 2023. I dati più recenti dell’ISTAT mostrano che nel 2024 la povertà assoluta è rimasta sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente, con circa 5,7 milioni di persone coinvolte (pari al 9,8 per cento dei residenti, appartenenti a 2,2 milioni di famiglie ed equivalenti all’8,4 per cento del totale delle famiglie). Un dato che smentisce clamorosamente la narrazione trionfalistica secondo cui “l’Italia cresce e tutto va bene”, e che invece conferma la persistenza di una condizione sociale grave e strutturale. È un dato drammatico, che riguarda soprattutto famiglie numerose, giovani, lavoratori precari, stranieri e residenti nel Mezzogiorno. L’Italia è inoltre uno dei Paesi europei con il più alto tasso di working poor: persone che lavorano, spesso a tempo pieno, ma restano sotto la soglia di povertà.
Per comprendere la profondità del fenomeno, occorre ricordare che la povertà assoluta in Italia è calcolata sulla base di un paniere definito nel 2005 e aggiornato annualmente, che tiene conto di alimentazione, abitazione, riscaldamento, trasporti, istruzione, salute e beni essenziali. L’aumento dei prezzi dell’energia e degli alimenti tra il 2021 e il 2023 ha inciso in modo sproporzionato sulle famiglie a basso reddito, che destinano una quota molto più alta del proprio budget ai beni essenziali. L’inflazione “per i poveri” è stata sistematicamente più alta dell’inflazione media, aggravando una condizione già fragile. A ciò si aggiunge un mercato del lavoro caratterizzato da salari stagnanti da oltre trent’anni, una delle più alte percentuali europee di contratti a termine, un tasso di part-time involontario tra i più elevati dell’UE e una produttività che cresce meno della media europea dal 1995. L’Italia è uno dei pochi Paesi OCSE in cui il salario reale mediano è più basso oggi rispetto agli anni Novanta, e questo ha effetti diretti sulla povertà lavorativa.
Tornando al confronto con alcuni Paesi dell’Ue: in Germania il Bürgergeld, erede dell’Hartz IV, costa ogni anno oltre 25 miliardi e rappresenta un pilastro del welfare. In Francia il Revenu de solidarité active supera i 15 miliardi annui ed è integrato da un sistema di housing assistance che da solo vale più del doppio. In Spagna l’Ingreso Mínimo Vital ha una platea più ristretta ma un costo pro capite superiore a quello italiano. Nei Paesi Bassi il Bijstand è attivo dagli anni ’60 e garantisce un reddito minimo universale. In Svezia il sistema di social assistance è integrato con politiche attive molto più robuste delle nostre. In questo quadro, il RdC non è stato un’anomalia italiana, ma un tardivo allineamento agli standard europei. Non a caso, la Commissione europea, nei Country Specific Recommendations del 2018 e del 2019, aveva esplicitamente richiesto all’Italia di introdurre un reddito minimo adeguato e strutturale, sottolineando che il REI (Reddito di Inclusione, introdotto nel 2017) era insufficiente per platea, importi e capacità di contrasto alla povertà.
Il RdC si fondava su un impianto normativo articolato: il D.L. 4/2019 convertito nella L. 26/2019, il D.P.C.M. 28 marzo 2019 sulle modalità attuative, le direttive della “Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro” (ANPAL), le linee guida del Ministero del Lavoro per i “Progetti Utili alla Collettività” (PUC), le circolari INPS per l’erogazione e i controlli, il “Sistema Informativo Unitario delle Politiche del Lavoro” (SIUPL), per la profilazione dei beneficiari. Non era un trasferimento “a pioggia”, ma un istituto giuridico complesso, con requisiti economici (ISEE, patrimonio mobiliare e immobiliare), requisiti di residenza (10 anni, di cui 2 continuativi), obblighi di attivazione, decadenze e sanzioni, controlli incrociati automatizzati tra INPS, MEF, Agenzia delle Entrate e Comuni. La platea degli “occupabili” era minoritaria, e la maggioranza dei beneficiari era composta da minori, disabili, anziani, caregiver e persone non autosufficienti. La quota di frodi accertate, pur enfatizzata mediaticamente, è stata statisticamente marginale rispetto ai milioni di beneficiari.
In realtà, il fenomeno delle irregolarità è stato infinitamente più piccolo di quanto raccontato. I dati INPS e Guardia di Finanza mostrano che tra il 2019 e il 2023 i casi di irregolarità hanno riguardato circa l’1% dei beneficiari, una quota perfettamente in linea e, in alcuni anni, persino inferiore rispetto a quella registrata per altre prestazioni sociali come NASpI, pensioni di invalidità o bonus fiscali. La narrazione mediatica ha amplificato episodi isolati, spesso legati a controlli mirati in contesti ad alta vulnerabilità sociale, trasformandoli in un fenomeno sistemico che non è mai esistito. L’impianto del RdC prevedeva controlli incrociati automatici tra INPS, Agenzia delle Entrate, MEF e Comuni: un sistema molto più rigido di quello applicato ad altre misure di welfare. Il dato reale è che oltre il 99% dei percettori era in regola, e che le irregolarità, quando emerse, erano quasi sempre riconducibili a omissioni o errori formali, non a truffe organizzate.
La retorica del “divano”, quindi, non trova alcun riscontro empirico. La maggioranza dei beneficiari del RdC – circa il 65% secondo i dati INPS – era composta da persone non occupabili: minori, anziani, disabili, caregiver, persone con gravi limitazioni di salute o senza autonomia. Tra gli “occupabili”, i Centri per l’impiego hanno registrato tassi di partecipazione ai colloqui superiori all’85%, nonostante organici insufficienti e percorsi di inserimento spesso inesistenti. Non è quindi vero che “non volevano lavorare”: semplicemente, non c’era lavoro da offrire, o non c’erano strumenti adeguati a costruire percorsi reali. L’Italia resta uno dei Paesi europei con il più alto tasso di working poor e con un mercato del lavoro segnato da salari bassi, contratti brevi e part‑time involontario. Attribuire ai poveri la responsabilità della loro condizione è stato un comodo alibi per evitare di discutere di salari, produttività e precarietà.
Anche l’idea che il RdC fosse “pieno di extracomunitari” è priva di fondamento. La legge prevedeva un requisito di 10 anni di residenza in Italia, di cui 2 continuativi, uno dei criteri più restrittivi d’Europa. Di conseguenza, gli stranieri non comunitari rappresentavano meno del 10% dei beneficiari, una quota molto inferiore alla loro incidenza nella popolazione povera (che supera il 30%). In altre parole: gli stranieri poveri erano sottorappresentati, non sovrarappresentati. Questo perché molti non riuscivano a soddisfare i requisiti di residenza o non avevano un ISEE formalizzabile. La narrazione secondo cui “lo prendevano tutti gli immigrati” è stata quindi non solo falsa, ma anche paradossale: il RdC è stata una misura che ha favorito soprattutto famiglie italiane in povertà assoluta, in particolare nel Mezzogiorno. I Centri per l’impiego hanno convocato milioni di persone, ma la capacità di offrire percorsi efficaci è stata limitata da carenze strutturali: organici insufficienti, sistemi informativi non interoperabili, mancanza di un’anagrafe nazionale delle competenze, ritardi nell’attuazione del SIUPL, assenza di un raccordo stabile con le imprese. I PUC, previsti dall’art. 4, comma 15, della legge 26/2019, sono stati attivati in modo disomogeneo per carenze amministrative locali, non per mancanza di disponibilità dei beneficiari.
Comunque, gli effetti redistributivi del RdC sono stati significativi. Le simulazioni basate sui microdati ISTAT mostrano che ha ridotto la povertà assoluta di circa il 30% tra le famiglie beneficiarie, con un impatto particolarmente forte su minori, famiglie numerose e nuclei monoreddito. È stato uno dei pochi interventi degli ultimi decenni a ridurre la disuguaglianza misurata dall’indice di Gini. In un Paese in cui il 20% più ricco detiene oltre il 66% della ricchezza netta, il RdC ha rappresentato un raro esempio di trasferimento dal centro verso la periferia sociale, dal Nord al Sud, dai garantiti ai non garantiti. Non ha risolto la povertà, ma ha impedito che peggiorasse in modo irreversibile durante la pandemia e la crisi energetica.
Anche il suo impatto macroeconomico è stato più rilevante di quanto spesso si riconosca. Una misura che trasferisce risorse alle fasce più povere ha un moltiplicatore fiscale molto alto, perché ogni euro ricevuto viene immediatamente speso in beni essenziali. Secondo le stime basate sui modelli di consumo delle famiglie a basso reddito, il RdC ha generato un moltiplicatore compreso tra 0,9 e 1,2: significa che ogni miliardo erogato ha prodotto tra 900 milioni e 1,2 miliardi di PIL aggiuntivo. In un Paese con una domanda interna stagnante, salari fermi e investimenti privati insufficienti, il RdC ha funzionato come una forma di stimolo economico indiretto. Ha sostenuto piccoli esercizi commerciali, alimentari, farmacie, trasporti locali. Ha avuto un impatto particolarmente forte nelle regioni meridionali, dove la propensione marginale al consumo è più alta.
Nonostante ciò, alcuni commentatori hanno continuato a usare il RdC come clava politica, trasformando un intervento sociale in un bersaglio ideologico. Accanto alla critica politica, si è consolidata una deriva professionale: una parte consistente della stampa italiana ha abbandonato la cronaca, ha rinunciato al giornalismo d’inchiesta, ha smesso di verificare i fatti e si è trasformata in un amplificatore di veline governative. La qualità media dei titoli, la superficialità delle analisi, la ripetizione ossessiva di formule prefabbricate, l’assenza di dati e la mancanza di contraddittorio sono diventate caratteristiche strutturali. La campagna referendaria recente ne è stata la dimostrazione più lampante: una parte della stampa ha mistificato i fatti, distorto i contenuti e manipolato il dibattito pubblico.
In questo contesto, la retorica del “divano” è diventata il simbolo di un giornalismo pigro, conformista, incapace di leggere la realtà sociale del Paese e mentre si perseverava con la caricatura del fannullone che preferisce il sussidio al lavoro, i dati sulla povertà raccontavano una storia completamente diversa: milioni di persone non riescono a pagare l’affitto, a riscaldare la casa, a garantire un pasto adeguato ai figli.
Appare allora grave ed offensivo rilevare che molti dei più feroci critici del RdC lavorano in giornali che sopravvivono grazie ai contributi pubblici all’editoria. Il sistema dei contributi comprende contributi diretti, contributi indiretti come le tariffe postali agevolate, crediti d’imposta per carta, pubblicità e innovazione digitale, il Fondo per il pluralismo finanziato anche dal canone RAI, e contributi straordinari introdotti durante la pandemia. Sommando contributi diretti, indiretti, agevolazioni fiscali e fondi straordinari, la spesa pubblica complessiva per l’editoria negli ultimi quarant’anni supera i 20 miliardi di euro.
I contributi diretti, regolati dalla legge 250/1990 e poi dal D.Lgs. 70/2017, sono destinati esclusivamente a cooperative di giornalisti, giornali di partito, minoranze linguistiche e testate no-profit. Le cifre sono note: Libero supera i 2,7 milioni annui con circa 18.000 copie vendute; Italia Oggi riceve oltre 2 milioni con circa 9.000 copie; Il Quotidiano del Sud quasi 1,85 milioni con 6.000 copie; Gazzetta del Sud oltre 1,7 milioni con 20.000 copie; il manifesto circa 1,56 milioni con 8.000 copie; La Gazzetta del Mezzogiorno 1,52 milioni con 10.000 copie; Corriere Romagna oltre 1,1 milioni con 7.000 copie; CronacaQui circa 1,1 milioni con 12.000 copie; Il Foglio oltre 1 milione con 6.000 copie.
Accanto ai contributi diretti esistono i contributi indiretti, previsti dalla legge 416/1981 e poi riformati dalla legge 198/2016, che riguardano tutti gli editori: crediti d’imposta per la carta, crediti d’imposta per la pubblicità, crediti d’imposta per l’innovazione digitale, agevolazioni postali, fondi straordinari per crisi del settore. RCS, editore del Corriere della Sera, ha ricevuto circa 11,3 milioni di fondi straordinari nel 2023, con una diffusione di circa 190.000 copie. Il gruppo GEDI, che controlla Repubblica e La Stampa, ha ricevuto complessivamente circa 6,7 milioni di fondi straordinari, con Repubblica intorno alle 120.000 copie e La Stampa intorno alle 80.000. Il Fatto Quotidiano non riceve contributi diretti, ma accede solo ai contributi indiretti standard (carta, pubblicità, innovazione), con una diffusione di circa 35.000 copie.
Esistono poi quotidiani che non ricevono né contributi diretti né fondi straordinari: Il Giornale (circa 30.000 copie), La Verità (circa 25.000 copie), Domani (circa 20.000 copie) e il sistema QN – Quotidiano Nazionale, che comprende Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno, con una diffusione complessiva di circa 110.000 copie.
Questi dati mostrano un quadro chiaro: il sistema dell’editoria italiana è sostenuto da un flusso costante di risorse pubbliche, dirette e indirette, che negli anni ha permesso la sopravvivenza di testate che, in un mercato realmente concorrenziale, avrebbero avuto difficoltà a reggersi. Il paradosso è che proprio alcune di queste testate sono le più aggressive nel denunciare presunti “sprechi” altrui, mentre beneficiano di un sostegno pubblico che non ha equivalenti in altri settori economici.
Tra l’altro, la crisi della stampa italiana non è paragonabile a quella degli altri Paesi europei. Negli ultimi vent’anni, le vendite dei quotidiani italiani sono diminuite da oltre 6 milioni di copie giornaliere a meno di 2 milioni. In Francia, Germania, Spagna, Olanda e Svezia le vendite sono diminuite, ma non sono crollate come in Italia. In questi Paesi, il rapporto tra giornali e lettori è più solido, la qualità percepita dell’informazione è più alta e l’innovazione digitale è stata più rapida. In Italia, invece, la crisi è stata aggravata da una forte dipendenza dalla pubblicità, da una scarsa innovazione tecnologica e da una costante perdita di credibilità che ha allontanato milioni di lettori.
Il risultato è che i giornali, in Italia, non li legge più nessuno, e la responsabilità non è del pubblico ma dell’offerta. È il prodotto di un sistema editoriale che da anni preferisce la rendita alla credibilità, la dipendenza ai lettori, la sopravvivenza garantita alla qualità. In questo scenario, stupisce solo chi finge di stupirsi: quando l’informazione rinuncia a essere informazione, il pubblico semplicemente si allontana.
È allora paradossale come, in questo vuoto di autorevolezza, alcuni commentatori, spesso legati a editori che con la stampa libera e indipendente non hanno nulla a che spartire, trovino ancora il tempo di pontificare contro il Reddito di Cittadinanza: come se avesse rappresentato la principale minaccia alle finanze pubbliche. Sono gli stessi che hanno costruito intere carriere al servizio del potente di turno, pronti a impartire lezioni verso il basso e altrettanto pronti a evitare qualsiasi riflessione su ciò che li riguarda da vicino.
Perché ciò che colpisce davvero non è ciò che dicono, ma ciò che scelgono di non dire. Mentre denunciano con zelo selettivo il presunto assistenzialismo altrui, tacciono sulla condizione che li riguarda direttamente: il fatto di percepire, da anni, un vero e proprio “reddito di redazione”. Un sostegno pubblico stabile, strutturale, che tiene in piedi testate che il mercato non sosterrebbe per più di una settimana. Un meccanismo che consente a molti di esercitare il mestiere senza alcun rischio, senza alcun confronto reale con i lettori, senza alcuna responsabilità verso la qualità di ciò che producono.
È un silenzio che non nasce dalla distrazione, ma dalla convenienza. E chi formula queste narrazioni conta evidentemente su un pubblico disposto ad accettarle senza verificarne la veridicità. È un modo di fare che non restituisce la realtà, ma rivela molto della natura di chi la manipola e della disponibilità di chi accetta di farsi manipolare. E forse, senza quella rete di protezione che li accompagna da decenni, molti di loro scoprirebbero che la miniera e la campagna non sono così lontane e avrebbero tanto bisogno di braccia!
Renato Fioretti
Esperto Diritti del Lavoro- Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute
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