Istat: una famiglia su tre taglia le spese sul cibo

La fotografia Istat sui consumi 2024 sembra all’apparenza rassicurante: la spesa media mensile delle famiglie è stabile, 2.755 euro contro 2.738 dell’anno precedente. Ma la stabilità, in economia come nella vita, non è sempre un segnale di salute. È piuttosto una tregua apparente, una linea piatta che nasconde movimenti profondi.

Negli ultimi cinque anni i consumi sono cresciuti del 7,6%, ma i prezzi, misurati dall’IPCA, sono aumentati del 18,5%. In termini reali, il potere d’acquisto è scivolato all’indietro. Nonostante la ripresa post-pandemia, la famiglia italiana ha imparato a spendere con prudenza: la quantità e la qualità del cibo sono state ridotte da una famiglia su tre. La rinuncia, non la crescita, è diventata la cifra del quotidiano.

Nord e Sud, la geografia della disuguaglianza

Il divario territoriale resta strutturale, e quasi simbolico: 834 euro di differenza mensile tra Nord-Est e Sud, pari al 37,9%.
Nel Trentino-Alto Adige si spendono 3.584 euro, in Puglia appena 2.000. Ma non è solo una questione di reddito: è anche una diversa mappa di priorità.
Nel Mezzogiorno il 25,4% della spesa va in alimentari, nel Nord-Est appena il 17,4%. Al Nord si può “scegliere” tra ristorazione, trasporti e cultura; al Sud si “sceglie” cosa mettere in tavola.

Questo squilibrio, lontano dall’essere contingente, racconta un’Italia a due velocità di cittadinanza economica. Non si tratta solo di spesa, ma di possibilità di futuro: dove il reddito è più basso, le famiglie sacrificano non solo il superfluo, ma anche la mobilità, la formazione, la partecipazione sociale.

“The BEST cart!” by Nicholas Eckhart is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

Stabilità o immobilità?

L’Istat parla di “sostanziale stabilità”. Ma il linguaggio statistico è neutro, mentre la realtà sociale non lo è. Se il valore mediano della spesa (2.240 euro) è inferiore alla media, significa che la maggioranza delle famiglie vive sotto la linea dei numeri ufficiali. La spesa stabile diventa, allora, il riflesso di un adattamento: si compra meno, si differisce l’acquisto, si riorganizzano le priorità. La stabilità si ottiene al prezzo dell’immobilità.

Non a caso la voce “Servizi di ristorazione e alloggio” cresce (+4,1%), segno di una domanda di normalità dopo anni di rinunce, ma anche di una ricerca di micro-evasione dal quotidiano ristretto. Parallelamente, la spesa per informazione e comunicazione scende (-2,3%): un dato che interroga il rapporto tra cittadini, conoscenza e partecipazione.

Due indicatori, due Italie

Le famiglie composte solo da italiani spendono il 31,8% in più di quelle con stranieri. È un dato strutturale, non contingente: riflette il dualismo del mercato del lavoro, la precarietà salariale, e un welfare che protegge in modo diseguale. Nel Sud, la quota di famiglie che limita abbigliamento e calzature supera il 57%. L’economia domestica è diventata un esercizio di contabilità morale: ogni spesa è una scelta di rinuncia.

Il paradosso della stabilità

In apparenza, l’Italia tiene. La spesa complessiva non crolla, i consumi reggono, e il Paese supera i livelli pre-Covid. Ma è una stabilità senza respiro, costruita su compressione, autoprotezione e risparmio difensivo.
Il benessere non è più nella crescita del reddito, ma nella capacità di sopravvivere all’inflazione. Si può dire che il 2024 segni la normalizzazione della rinuncia: una stabilità che costa.

Forse, allora, più che di spesa dovremmo parlare di equilibrio psicologico.
Perché dietro i 2.755 euro al mese non ci sono solo conti, ma scelte. E dietro la parola “stabile” non c’è la serenità, ma la fatica silenziosa di un Paese che, pur non arretrando, non riesce ancora ad andare avanti.

“Empty Dish” by jbcurio is licensed under CC BY 2.0.

8/10/2025 https://diogenenotizie.com/

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