Italia in guerra, sperando che nessuno se ne accorga: il metodo Crosetto
Crosetto in audizione: 400-500 soldati, batterie antiaeree e caccia in Arabia Saudita, un Eurofighter colpito dagli Houthi, ma “nessuna missione”: solo un riposizionamento. Il governo spera di passarla liscia, il Parlamento resta fuori. E il rischio lo corrono i militari.
Riposizionamento: la parola con cui l’Italia è in guerra senza dirlo
Quattrocento o cinquecento soldati, un sistema antiaereo, radar e quattro caccia hanno realizzato un’impresa notevole: non essere una missione. Il ministro della Difesa Guido Crosetto lo ha spiegato l’8 ottobre alle Commissioni Esteri e Difesa riunite di Camera e Senato, dove il contingente italiano in Arabia Saudita è stato ricondotto a un semplice riposizionamento.
La Task Force Air Arabia è nata nella seconda metà di marzo 2026 su richiesta di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein, affiancata da una Task Force Land. Davanti alle Commissioni Crosetto ha parlato di circa 500 militari, mentre Infodifesa riferisce di 407 unità, con batterie SAMP/T, Stinger e radar Kronos, e una componente aerea di quattro Eurofighter, ora rischierati su un’altra base. La discordanza sul numero resta aperta.
Il caso è esploso la notte tra il 17 e il 18 settembre, quando la base aerea King Fahd di Ta’if è stata bersaglio di diversi attacchi. Un drone, probabilmente lanciato dagli Houthi, ha colpito un Eurofighter italiano parcheggiato, senza coinvolgere personale. In audizione Crosetto ha ammesso che i pericoli erano stati sottovalutati, ma non ha detto da chi né se la vulnerabilità di Ta’if ai droni fosse stata analizzata.
Sul piano politico la linea è netta: non si tratta di una nuova missione ma del riposizionamento di due task force dell’operazione Inherent Resolve, trasferite dal Kuwait all’Arabia Saudita, e la scelta è stata «tecnica, mai politica». Le opposizioni ricordano che sul sito del ministero compariva proprio la parola «missione», e Crosetto ha risposto che «se qualcuno ha sbagliato, pagherà». In Commissione è stato inoltre fatto notare che Inherent Resolve, invocata come cornice giuridica, è stata chiusa il 30 settembre. Fanpage scrive che il governo aveva tenuto la presenza quasi segreta per mesi.
Sperando che nessuno se ne accorga: il metodo Crosetto
Il capolavoro retorico consente a un ministro di spostare in un Paese che bombarda e viene bombardato circa 500 soldati, batterie antiaeree e caccia, e di dichiarare che non è una missione. Se un sistema antiaereo schierato a difesa di una base straniera in guerra non lo è, converrebbe chiarire che cosa lo sia: forse soltanto ciò che il Parlamento vota prima, e che il ministro non spiega dopo che un drone ha bucato un caccia.
Il grottesco abita nei dettagli. La scheda del ministero chiama «missione» ciò che il ministro nega essere tale, e la risposta è una minaccia di punizione a carico di un colpevole ignoto, come in quelle commedie in cui responsabile è sempre l’impiegato che ha trascritto male. I numeri oscillano di un centinaio di unità, la base è risultata più vulnerabile del previsto, un aereo ha perso le ali e nessuno sa chi avesse valutato il rischio. La cornice giuridica evocata dal governo, hanno ricordato in Commissione, è scaduta il 30 settembre, il che significherebbe soldati in un Paese in guerra con una copertura che non esiste più. Se non è un buco, è almeno un colabrodo.
I rischi sono quelli di sempre, moltiplicati dalla leggerezza. Il primo è fisico: gli Houthi hanno dimostrato di saper arrivare ai velivoli, e la prossima volta la stessa precisione potrebbe riguardare uomini e non lamiere.
Il secondo è strategico, perché difendere le basi di uno dei belligeranti dalle rappresaglie dell’altro significa diventare parte del conflitto, con la prospettiva di un’estensione a Bab el-Mandeb, dove Crosetto ha già ipotizzato navi italiane senza attendere l’Unione europea.
Il terzo è democratico: un precedente in cui l’esecutivo sposta le truppe e poi invita il Parlamento a prenderne atto riduce l’autorizzazione a una formalità retroattiva. La legge quadro sulle missioni internazionali prevede una delibera del governo e l’approvazione delle Camere, e ridurla a un’etichetta è una vittoria del lessico sul diritto.
Il governo spera di passarla liscia, e finora ci è riuscito: la presenza è stata quasi segreta per mesi, e la scoperta è arrivata grazie a un aereo colpito e a una scheda sul sito. Ma la fortuna non è una dottrina militare. Se domani ci scappasse il morto, nessuno potrà dire che era stata una scelta tecnica: sarà stata una scelta politica, esattamente quella che si è evitato di prendere, e il conto toccherà a chi l’ha scansata.
Quanto alla guerra del petrolio, che il governo tiene in tasca come un jolly, se ne può discutere e si deve, ma in Aula, con numeri e obiettivi. Difendere i flussi energetici è una tesi sostenibile, mentre difenderla di nascosto la rende sospetta.
Gino Di Tacco
11/10/2026 https://www.kulturjam.it/









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