La rivolta dei giovani attraversa l’Europa
Dalla Francia al Belgio e alla Spagna, studenti, lavoratori e movimenti per la casa contestano disuguaglianze, tagli e precarietà. Arresti, cariche e brutalità poliziesche accompagnano una nuova stagione di conflitto sociale.
La protesta dei liceali francesi, le mobilitazioni degli studenti belgi e gli accampamenti per il diritto alla casa in Spagna raccontano una nuova stagione di conflitto sociale europeo. Le rivendicazioni nascono da condizioni materiali differenti, ma convergono intorno a una questione fondamentale: l’accesso all’istruzione, all’abitazione e ai servizi pubblici è sempre più condizionato dalle disuguaglianze economiche, mentre le istituzioni rispondono alle mobilitazioni anche attraverso arresti, divieti, sgomberi e interventi delle forze dell’ordine. È in questo contesto che lo slogan francese «Tout le monde déteste la police», tutti odiano la polizia, assume un significato politico che supera i confini nazionali. Non cancella la pluralità dei movimenti, ma esprime una contestazione del ruolo assunto dagli apparati di sicurezza nella gestione del conflitto sociale.
In Francia il movimento è nato dalle scuole delle periferie popolari, dove il deterioramento dell’istruzione pubblica è particolarmente evidente. Gli studenti denunciano la mancanza di insegnanti e supplenti, le classi sovraffollate, gli edifici fatiscenti, l’insufficienza del personale sanitario e di sostegno, le giornate scolastiche interminabili e un sistema di selezione universitaria, Parcoursup, percepito come un ulteriore meccanismo di riproduzione delle disuguaglianze. Le testimonianze raccolte da Le Monde e pubblicate da Internazionale descrivono una scuola nella quale le condizioni materiali dell’apprendimento dipendono sempre più dal territorio e dall’origine sociale degli studenti. La protesta non riguarda quindi soltanto alcune carenze amministrative, ma mette in discussione un’organizzazione dell’istruzione che continua a proclamare l’uguaglianza delle opportunità mentre produce percorsi profondamente differenziati.
Il sociologo Christian Laval ha definito questa trasformazione la «Grande Divisione»: la crescente separazione tra gli istituti frequentati dai figli delle classi privilegiate e quelli destinati prevalentemente ai giovani delle classi popolari. È in questa frattura che si colloca la rivolta. Le richieste di insegnanti, risorse, edifici dignitosi e accesso meno selettivo all’università mettono in discussione le politiche di riduzione della spesa pubblica e la progressiva subordinazione dell’istruzione a criteri di competizione e rendimento individuale. La protesta rende visibile una contraddizione che attraversa l’intero sistema scolastico: il merito viene presentato come criterio neutrale di valutazione, mentre le condizioni nelle quali gli studenti sono chiamati a dimostrarlo sono profondamente diseguali.
La risposta delle autorità francesi è stata segnata da un impiego della forza che ha provocato lesioni gravissime. A Lens un quindicenne ha perso una mano durante un intervento della polizia; a Tours un sedicenne ha perso la vista da un occhio; ad Argenteuil un altro adolescente ha riportato una grave lesione oculare; a Saint-Ouen-l’Aumône un quattordicenne è stato colpito al volto, riportando fratture alla mascella. Le conseguenze degli interventi e la gravità delle lesioni hanno aperto una discussione nazionale sull’impiego di armi antisommossa contro i minorenni. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo la pericolosità di granate e lanciatori di proiettili di difesa e contestano un modello di gestione dell’ordine pubblico sviluppato durante la repressione dei Gilet Gialli e ora applicato anche davanti agli istituti scolastici.
Alla violenza fisica si accompagna una delegittimazione sistematica delle rivendicazioni. Gli studenti vengono descritti come vandali, irresponsabili, ragazzi manipolati da organizzazioni politiche o incapaci di comprendere le conseguenze delle proprie azioni. L’inchiesta pubblicata il 9 ottobre da Le Monde mostra quanto questo disprezzo venga percepito dai protagonisti della mobilitazione. Il ricorso alle immagini degli scontri finisce spesso per sostituire il confronto sulle condizioni delle scuole. In questo modo la questione viene progressivamente spostata dalle responsabilità politiche per il deterioramento dell’istruzione alla necessità di ristabilire l’ordine. La richiesta di poter studiare in condizioni dignitose viene affrontata come una questione di sicurezza, mentre l’autonomia politica degli adolescenti viene continuamente messa in discussione.
In Belgio la mobilitazione studentesca si sviluppa contro il piano di risparmi previsto dalla Federazione Vallonia-Bruxelles, l’aumento dei costi universitari e il peggioramento delle condizioni di insegnamento. Gli studenti contestano tagli che incidono direttamente sulla qualità della formazione e sulla possibilità di accedere agli studi superiori. A Liegi le proteste sono state accompagnate da scontri, arresti e restrizioni alla libertà di riunione, mentre a Bruxelles il 9 ottobre studenti, insegnanti e lavoratori hanno manifestato contro le politiche di austerità del governo De Wever. Durante gli scontri in alcune zone del centro, la polizia ha utilizzato lacrimogeni e cannoni ad acqua. Anche qui le autorità hanno attribuito parte delle tensioni a gruppi radicali, mentre le organizzazioni studentesche hanno rivendicato l’autonomia del movimento e la legittimità delle proprie richieste.
La Spagna mostra con particolare evidenza come la gestione poliziesca del conflitto non riguardi soltanto il mondo della scuola. Qui la mobilitazione si è sviluppata intorno al diritto all’abitare, contro gli sfratti, l’aumento degli affitti e il potere dei grandi proprietari immobiliari. L’episodio che ha accelerato le proteste è stato lo sfratto di Maricarmen Abascal, una donna di ottantasette anni allontanata dall’appartamento madrileno nel quale aveva vissuto per circa settant’anni. Il 23 settembre la polizia in assetto antisommossa ha caricato il picchetto organizzato per impedire lo sfratto.
Lo sfratto ha prodotto una mobilitazione ben più ampia della vicenda individuale. Migliaia di persone hanno raggiunto Puerta del Sol, trasformandola in uno spazio di assemblea e organizzazione permanente. Gli accampamenti si sono estesi ad altre città, mentre i movimenti per la casa hanno rivendicato il blocco degli sfratti, la riduzione degli affitti e misure contro la speculazione immobiliare. Il governo Sánchez ha approvato due decreti sull’emergenza abitativa, successivamente respinti dal Parlamento il 2 ottobre. La bocciatura ha contribuito ad allargare la protesta, portando decine di migliaia di persone nelle strade di numerose città spagnole. La mobilitazione ha continuato a svilupparsi indipendentemente dalle vicende parlamentari, mantenendo al centro la critica a un sistema nel quale l’abitazione viene trattata prevalentemente come bene d’investimento e fonte di rendita.
Il 3 ottobre, a Valencia, la protesta ha raggiunto uno dei luoghi simbolici di quel sistema economico. Il corteo è arrivato nei pressi del Palau de les Arts, dove si svolgeva il Valencia Real Estate Summit 2026, un incontro dedicato al settore immobiliare. Qui si sono verificati scontri e violente cariche della polizia. Secondo le ricostruzioni di Radio Onda d’Urto e Reuters, le forze dell’ordine hanno impiegato gas e proiettili di gomma per disperdere i manifestanti. Cinque persone sono state arrestate e successivamente scarcerate dopo il procedimento per direttissima; la polizia ha riferito anche di nove agenti feriti. Il contesto è politicamente significativo: una mobilitazione contro la rendita immobiliare si è scontrata con l’apparato di sicurezza nei pressi di un appuntamento che riuniva rappresentanti e imprese dello stesso settore contestato dai manifestanti.
L’intervento di Valencia si aggiunge alle cariche contro il picchetto antisfratto di Madrid e alle tensioni che hanno accompagnato gli accampamenti. A Puerta del Sol i manifestanti hanno denunciato inoltre incursioni e provocazioni da parte di militanti dell’estrema destra. Radio Onda d’Urto ha seguito queste vicende attraverso corrispondenze dalla capitale e da Barcellona, ricostruendo anche la crescita delle assemblee e il tentativo dei movimenti di estendere la mobilitazione oltre le piazze occupate. A Valencia, il presidio in Plaça de l’Ajuntament ha continuato a organizzarsi nei giorni successivi agli scontri, discutendo iniziative contro possibili aggressioni dell’estrema destra e contro il rischio di sgombero da parte dell’amministrazione comunale. La permanenza degli accampamenti costituisce uno degli elementi centrali della protesta: non soltanto manifestazioni episodiche, ma spazi nei quali costruire continuità organizzativa e capacità di pressione.
Il 7 ottobre è morta in ospedale Maricarmen Abascal. La sua vicenda aveva già assunto un significato collettivo, perché rendeva visibile la possibilità che una persona anziana, dopo decenni trascorsi nella stessa abitazione, potesse esserne allontanata attraverso un procedimento di sfratto. La mobilitazione non si è fermata. Le organizzazioni sindacali CCOO e UGT, insieme al Sindicato de Inquilinas, hanno convocato per l’11 novembre uno sciopero generale sul diritto all’abitare, collegando esplicitamente la questione degli affitti a quella dei salari. Il passaggio dagli accampamenti allo sciopero indica un tentativo di allargare il conflitto dal mercato immobiliare ai rapporti economici che rendono sempre più difficile accedere a una casa. Il problema non riguarda soltanto chi subisce direttamente uno sfratto, ma anche lavoratori e giovani per i quali il costo dell’abitazione assorbe una parte crescente del reddito.
È proprio questo collegamento a rendere significative le mobilitazioni europee di queste settimane. La scuola francese, l’università belga e il mercato immobiliare spagnolo sono attraversati da processi che trasferiscono sugli individui costi e rischi sociali crescenti. Lo studente al quale mancano insegnanti e servizi viene invitato a impegnarsi di più; il giovane che non può sostenere i costi universitari deve adattare le proprie aspirazioni alle disponibilità economiche della famiglia; il lavoratore che non riesce a pagare l’affitto viene ricondotto a un problema di reddito individuale. Le proteste contestano questa rappresentazione e riportano al centro le responsabilità collettive e politiche nella distribuzione delle risorse.
Anche il ricorso alla polizia acquista significato dentro questo quadro. In Francia gli interventi contro i liceali hanno provocato mutilazioni e lesioni permanenti; in Belgio le manifestazioni sono state accompagnate da arresti, divieti e impiego di strumenti antisommossa; in Spagna la forza pubblica è intervenuta contro picchetti antisfratto e cortei per il diritto alla casa. Le modalità, le responsabilità e le conseguenze dei singoli interventi devono essere ricostruite sulla base dei fatti, ma la loro presenza in conflitti sociali differenti pone una questione comune: quali strumenti vengono impiegati quando le rivendicazioni collettive interferiscono con decisioni politiche, interessi economici e assetti istituzionali già stabiliti?
«Tout le monde déteste la police» è uno slogan che nasce da una lunga storia di conflitti con le forze dell’ordine. Nelle mobilitazioni attuali esprime anche la contestazione di una funzione politica: l’impiego dell’apparato coercitivo dello Stato per contenere proteste che chiedono redistribuzione delle risorse, accesso ai servizi e tutela dei diritti sociali. La critica non si esaurisce nella denuncia dei comportamenti individuali degli agenti, ma riguarda le decisioni delle autorità, le dottrine di gestione dell’ordine pubblico e la crescente centralità degli strumenti di sicurezza nella risposta alle mobilitazioni. È su questo terreno che la protesta contro la violenza poliziesca si intreccia con quella contro l’austerità, la segregazione scolastica e la rendita immobiliare.
La novità di queste settimane non consiste nell’esistenza di singoli conflitti, che hanno radici profonde in ciascun paese, ma nella loro contemporaneità e nella possibilità che si riconoscano reciprocamente. In Francia gli studenti stanno mettendo in discussione la selezione sociale dell’istruzione; in Belgio contestano i tagli che compromettono l’accessibilità e la qualità della formazione; in Spagna i movimenti per la casa cercano di trasformare la protesta contro gli sfratti in un conflitto generale sul rapporto tra salari e rendita. La risposta delle istituzioni a queste rivendicazioni non può essere valutata soltanto attraverso il numero degli arresti o l’intensità degli scontri. La questione decisiva riguarda il riconoscimento del conflitto come parte della vita democratica, anziché come un’anomalia da neutralizzare. È questa contraddizione che le mobilitazioni stanno riportando nelle piazze europee.
10/10/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/









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