La guerra a rate: come i giornali vendono il 2030 come vittoria sulla Russia
I media occidentali trasformano la guerra in una favola finanziaria: basta aspettare il 2030 e la Russia crollerà. Intanto, l’Europa paga il prezzo con crisi sociale e riarmo, mentre la propaganda maschera l’impasse geopolitica.
La guerra raccontata come una favola finanziaria
C’è una strana forma di fantascienza che si pratica ogni mattina sui grandi quotidiani occidentali: non parla di alieni o di viaggi nel tempo, ma di bilanci statali che crollano “inevitabilmente”, di regimi che si dissolvono “entro pochi anni”, di nemici che muoiono “a breve” per consunzione economica. È una fantascienza rassicurante, perché permette di non guardare in faccia la realtà.
Quando il Corriere della Sera titola che “la guerra di Putin sarà pagata dai russi per generazioni” e rilancia studi secondo cui Mosca, proseguendo la spesa militare attuale, “finirà le riserve di liquidità entro il 2030”, non sta informando: sta proiettando desideri geopolitici su una lavagna contabile. Il sottotesto è evidente: basta resistere ancora qualche anno, e la Russia crollerà da sola, come una casa mal costruita. La vittoria, finalmente, non richiede diplomazia né autocritica: solo pazienza.
Questa narrazione non è nuova. Nel 2022 le sanzioni avrebbero dovuto piegare Mosca in pochi mesi. L’economia russa sarebbe implosa, il rublo sarebbe evaporato, il Cremlino sarebbe rimasto senza ossigeno. Da allora, la profezia si è spostata in avanti come un miraggio nel deserto: ieri era il 2023, poi il 2025, ora il 2030. Il punto non è che queste previsioni si rivelino errate. Il punto è che continuano a essere riproposte come se nulla fosse, con la stessa solennità con cui si annunciano le eclissi.
Nel frattempo, il nemico viene raccontato come un corpo già in decomposizione: Putin è malato, stanco, isolato, traballante. Una caricatura biologica più che politica. Come se la storia si muovesse per referti medici e non per rapporti di forza, risorse, alleanze, conflitti di interesse. È una sceneggiatura che non mira a spiegare il mondo, ma a tranquillizzare chi legge: non serve cambiare nulla, perché l’avversario sta già cadendo da solo.
Propaganda travestita da economia
Questa mitologia finanziaria non è un errore casuale: è una funzione. Serve a legittimare una guerra lunga, costosa e sempre più impopolare, trasformandola in una questione di attesa. Non vinceremo sul campo, ma per sfinimento contabile. Non per politica, ma per matematica. È la versione neoliberale dell’assedio medievale: niente arieti, solo spread.
Il problema è che la realtà non segue le curve dei fogli Excel. Le sanzioni, pensate come cappio, si sono rivelate anche un boomerang. Hanno colpito l’Europa quanto – se non più – della Russia, alimentando inflazione, precarietà energetica, crisi industriali. Ma nei grandi editoriali questo dato resta marginale. L’importante è mantenere viva l’illusione che “stiamo vincendo”, anche se i cittadini faticano a pagare bollette e affitti.
La guerra, così, diventa il grande alibi del riarmo e della crisi sistemica. Invece di interrogarsi sulle contraddizioni del modello economico occidentale, si preferisce indicare un nemico esterno, elevato a nuovo Hitler, utile a giustificare spese militari record e una torsione autoritaria sempre più esplicita. Non è la pace a essere irrealistica, ma la neutralità. Non il compromesso, ma il dubbio.
Eppure, l’Europa avrebbe potuto – e dovuto – svolgere un altro ruolo: quello di ponte, di mediatore, di spazio politico capace di sottrarsi alla logica binaria dello scontro totale. Invece ha scelto la strada più comoda: quella della delega strategica e dell’obbedienza atlantica, convinta di poter strangolare la Russia con il cappio dell’economia. Una hybris che ignora un dato elementare: chi ha attraversato Stalingrado e issato la bandiera sul Reichstag non si dissolve per decreto finanziario.
Oggi ci chiedono di aspettare il fatidico 2030, come se la storia fosse un mutuo a tasso fisso. Nel frattempo, l’Europa assomiglia sempre più all’orchestrina del Titanic: suona mentre l’iceberg delle diseguaglianze si avvicina. Povertà lavorativa, servizi al collasso, salari stagnanti: tutto sacrificabile sull’altare della “guerra giusta”.
Ma di questo inferno sociale, al giornale della borghesia, importa poco. Troppo impegnato a consultare gli oroscopi geopolitici, a leggere il futuro nei bilanci altrui, per accorgersi che il presente sta bruciando sotto i suoi piedi.
Zela Santi
7/2/2026 https://www.kulturjam.it/i










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