LA LIP SULLA SANITÀ DELLA CGIL: E I CONSULTORI, CHE FINE FARANNO?

Medicina e Potere è una lettera periodica a cura di un gruppo di attiviste/i del Forum per il Diritto alla Salute e di Medicina Democratica

Versione Interattiva https://www.blog-lavoroesalute.org/lavoro-e-salute-marzo-2026/

Archivio https://www.lavoroesalute.org/

Nel nostro ultimo articolo, inserito nella rubrica Medicina e Potere su Lavoro e Salute di febbraio 2026, avevamo spiegato dettagliatamente ogni nostro emendamento alla Legge di Iniziativa Popolare (LIP) sulla sanità della CGIL.

Siamo costretti a soffermarci, però, su un ultimo emendamento che, in totale buona fede, avevamo pensato potesse recepire le nostre perplessità espresse in sede di discussione della LIP in merito all’art. 9. che prevedeva una collocazione automatica dei consultori nelle Case della Comunità. Lo abbiamo detto in tutti i modi: nella formulazione della LIP non va bene, nemmeno nell’ultima versione, poiché è più arretrata di quanto previsto dall’attuale DM n. 77/2022, tra l’altro un Decreto Ministeriale (DM) non può modificare una legge per la gerarchia delle leggi, quindi la LIP la modificherebbe in negativo?

Vediamo come.

Il DM n. 77/2022 recita:

Il Consultorio Familiare e l’attività rivolta ai minori, ove presenti, rappresentano la struttura aziendale a libero accesso e gratuita e sono deputati alla protezione, prevenzione, promozione della salute, consulenza e cura rivolte alla donna in tutto il suo ciclo di vita (comprese quelle in gravidanza), minori, famiglie all’interno del contesto comunitario di riferimento.

Standard: 1 consultorio ogni 20.000 abitanti, con la possibilità di 1 ogni 10.000 nelle aree interne e rurali. L’attività consultoriale può svolgersi all’interno delle Case della Comunità, privilegiando soluzioni logistiche che tutelino la riservatezza.”

[https://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2022/06/22/144/sg/pdf#page=51]

Nella nuova stesura della LIP, invece, è scritto:

Le regioni e le province autonome assicurano il rispetto dello standard di un Consultorio familiare ogni 20.000 abitanti, con la possibilità di uno ogni 10.000 nelle aree interne e rurali, secondo quanto previsto nel decreto del Ministro della Salute del 23 maggio 2022, n. 77, e garantiscono, entro il 31 dicembre 2027, un’équipe interprofessionale composta almeno da ostetrica, assistente sociale, ginecologa/o e psicologa/o.

I Consultori familiari sono collocati all’interno delle Case della Comunità, o in sedi territoriali a sé stanti a queste collegate funzionalmente, e garantiscono l’accesso ai servizi almeno 6 ore al giorno per 6 giorni alla settimana.”

Quindi lo standard 1:20.000 (1:10.000 nelle aree interne e rurali) è confermato secondo il DM n. 77/2022; si fa un passo avanti aggiungendo che “garantiscono l’accesso ai servizi almeno 6 ore al giorno per 6 giorni alla settimana”, elemento non previsto nel DM n. 77/2022; ma si fanno due passi indietro quando si scrive:

I Consultori familiari sono collocati all’interno delle Case della Comunità, o in sedi territoriali a sé stanti a queste collegate funzionalmente”.

  1. Innanzitutto perché non c’è alcun cenno alla garanzia della riservatezza, che per donne, minori e migranti è fondamentale (soprattutto nei paesi e nelle comunità più piccole) affinché possano accedere ai consultori in modo tutelato.
  2. Perché il PNRR prevedeva 1.145 Case della Comunità che, su una popolazione stimata per il 2026 in 58.926.166 abitanti, significa 1 ogni 51.464 abitanti; ridotte, con i tagli ai progetti e ai fondi PNRR di cui al DL n. 19/2024, a 1.038, ovvero 1 ogni 56.770 abitanti.

Di queste, al 30/06/2025 ne erano state realizzate solo 135, che si aggiungono alle 350 ex Case della Salute già esistenti e operative, per un totale di 485, ovvero 1 ogni circa 125.000 abitanti, mentre i fondi PNRR ad esse direttamente destinati sono stati tagliati di quasi il 30% (da 2,8 miliardi a 2 miliardi).

[fonte CGIL:

https://files.cgil.it/version/c:MGFiMmI3NzgtY2EzMS00:YmIzOTg4ZTItZDQ3Ny00/SALUTE%20e%20SANITA%20-%20Rafforziamo%20il%20SSN-11novembre2025.pdf#page=18)]

In sostanza si può anche pensare che qualche consultorio possa trovare spazio in alcune Case della Comunità ma deve essere specificato nella LIP che in questo caso si tratterebbe di consultori in aggiunta a quelli esistenti, concorrendo a raggiungere lo standard di 1 ogni 20.000 garantendo in ogni caso condizioni di accesso e soluzioni logistiche in grado di garantire e tutelare la riservatezza.

I consultori non sono una stanza da integrare

Dire che i consultori devono stare nelle Case della Comunità significa giustificare i tentativi, già numerosi e in atto, di chiudere le sedi autonome per spostarli all’interno di tali strutture.

Nel 2021, a livello nazionale, risultano 1.871 consultori familiari pubblici; dunque ce ne sono 1.078 in meno (pari a -57,6%) rispetto ai 2.949 necessari a garantire lo standard di un consultorio ogni 20.000 abitanti, standard rispettato in sole tre regioni: Valle d’Aosta, Emilia-Romagna e Umbria. In media c’è un consultorio ogni 32.000 abitanti, con profonde differenze tra le regioni: si passa da un bacino di 12.000 abitanti per consultorio in Valle d’Aosta a 49.000 in provincia di Trento, 48.000 in Molise, fino a 66.000 abitanti in Lombardia.

[altra fonte CGIL:

https://files.cgil.it/version/c:ZDBkN2ZjMDEtOGM3My00:ZWVkNTRjMGEtMzhhMy00/Consultori%20Familiari%20in%20Italia%20-%20ottobre%202024.pdf#page=4)]

Ci sembra che chi abbia scritto questo articolo non abbia letto nemmeno i documenti ufficiali della CGIL sul tema. Possibile?

La storia comune nella quale ci riconosciamo

Durante la discussione abbiamo compreso meglio alcune posizioni ascoltando gli interventi di esponenti dell’associazione “Prima la Comunità”, mai pervenuti in questi tre anni di scarso dibattito su questa LIP con il Gruppo “Diritti sociali e Welfare”, che si è riunito davvero troppo poco per lavorarci. A differenza nostra che, come Medicina Democratica e come Forum per il Diritto alla Salute, ci riconosciamo nella comune storia del movimento operaio e democratico e scrivemmo su questo un’appassionata lettera al Segretario Maurizio Landini uscita su Quotidiano sanità del 18 marzo 2025 (https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/la-cgil-pu-e-deve-essere-un-argine-all-egemonia-del-pensiero-neoliberale/).

Abbiamo compreso, anche dalle parole del Segretario Landini all’ultimo incontro sulla LIP, che questo testo è frutto di un punto di incontro e infatti abbiamo riconosciuto aspetti positivi provenienti dalla Piattaforma dei 16 punti “La salute non è una merce”, tra cui:

  • l’eliminazione del tetto di spesa per le assunzioni;
  • il finanziamento a servizi erogati direttamente dal SSN, anche se questa formulazione può essere facilmente elusa o aggirata, e la moratoria di nuovi convenzionamenti/accreditamenti;
  • il regime di dipendenza dei Medici di Medicina Generale (MMG), dei Pediatri di libera scelta (PLS) e dei medici specialisti ambulatoriali convenzionati (cosiddetti SUMAI);
  • la specializzazione universitaria per i MMG;
  • forme di equiparazione contrattuale tra sanità pubblica e privata;

ma rimane per noi incomprensibile questa subalternità a un mondo cattolico di potere (si veda articolo di E. Turi “Ma cosa sono queste Case di Comunità?” su Lavoro e Salute Anno 38 n. 7 luglio 2022 https://www.blog-lavoroesalute.org/ma-cosa-sono-queste-case-di-comunita/). Perché?

Rischio boomerang

Riteniamo che gli standard numerici previsti dal DM n. 77/2022 e prima dalla L. n. 34/1996 vadano mantenuti, concentrandosi piuttosto sulle risorse economiche e sugli standard di personale necessari a far funzionare i consultori; a proteggerli dalle associazioni antiabortiste; a garantire la presenza di personale non obiettore, come ha fatto la Sicilia con una norma regionale per assicurare negli ospedali l’operatività delle aree funzionali per le interruzioni volontarie di gravidanza.

[https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/dettaglioAtto?id=110540&articolo=2]

Infine, occorre evitare che le competenze dei consultori vengano trasferite dalle Regioni ad altre entità (ad esempio nel Lazio una proposta di legge del centrodestra trasferisce molte competenze ai cosiddetti “centri per le famiglie”), facendole uscire dal perimetro sociosanitario del SSN e dei LEA e utilizzando risorse del sociale destinate ai Comuni.

Inoltre, chi ha scritto questo articolo, nella LIP, non si è preoccupato della possibile reazione dei movimenti, delle associazioni e dei comitati femministi e transfemministi che da anni si battono per i consultori e nei quali noi siamo. Ciò rischia di trasformarsi in un enorme boomerang per la CGIL, soprattutto in vista del prossimo sciopero per l’8 marzo.

Dall’autonomia alla subordinazione con l’aziendalizzazione

Il consultorio, nella sua origine storica e giuridica, non nasce come un servizio sanitario generico. Nasce come spazio specifico di tutela, autodeterminazione e prevenzione, costruito anche grazie alle lotte delle donne e dei movimenti femministi. La sua funzione era e deve continuare ad essere intrinsecamente conflittuale: garantire diritti laddove si tende a negarli o condizionarli.

I consultori nacquero da una rottura radicale con l’idea che la salute, la sessualità, la riproduzione e i corpi dovessero essere controllati, normalizzati, disciplinati. Nacquero dalle lotte femministe, dall’autorganizzazione, dalla messa in discussione del potere medico, religioso e statale. Ed è per questo che più di cinquant’anni dalla L. 405/1975 che li istituì, vengono, ancora oggi, sistematicamente attaccati, svuotati, depotenziati.

Lo smantellamento dei consultori non è casuale ma frutto di scelte precise — privatizzazione della sanità, obiezione di coscienza come strumento di blocco dei diritti, ingresso di soggetti integralisti, precarizzazione del lavoro.

Dopo 50 anni dall’istituzione dei Consultori, non basta difendere ciò che resta: vogliamo consultori pubblici, laici, femministi, transfemministi, accessibili, radicati nei territori.

Neutralità apparente, arretramento reale

Colpisce, nella formulazione che colloca i consultori nelle Case della Comunità, l’assenza totale di riferimenti a:

  • diritto all’interruzione volontaria di gravidanza;
  • contraccezione gratuita;
  • obiezione di coscienza;
  • salute sessuale e riproduttiva;
  • contrasto alle discriminazioni di genere, di etnia, di età e di fragilità.

Questa “neutralità” non è innocua. Al contrario, produce una depoliticizzazione del consultorio che lo rende più vulnerabile alle pressioni confessionali, ai tagli di personale, allo svuotamento delle funzioni e alla progressiva normalizzazione di pratiche restrittive.

Per il Forum per il Diritto alla Salute e per Medicina Democratica, il consultorio non può essere ridotto a una stanza. È, e deve restare, un presidio pubblico autonomo, dotato di personale dedicato, équipe interprofessionali stabili e piena capacità di garantire i diritti delle donne e delle libere soggettività.

Ogni ipotesi di integrazione organizzativa può essere discussa solo a condizione che non intacchi:

  • l’autonomia del consultorio;
  • la sua laicità;
  • la garanzia effettiva dell’IVG e della RU486;
  • l’esclusione degli obiettori dai servizi consultoriali;
  • l’accesso libero, gratuito e universale.

Una scelta politica, non tecnica

Nel dibattito attuale sulla riorganizzazione della sanità territoriale, il destino dei consultori familiari rappresenta un nodo politico centrale. Non si tratta di una questione meramente organizzativa o logistica, ma, come sempre, di una scelta politica: i consultori sono presìdi autonomi di diritti oppure semplici servizi collocabili dentro contenitori istituzionali più ampi, in nome di una non meglio specificata “integrazione” che rischia di tradursi in un annientamento?

Il futuro dei consultori familiari non è una questione tecnica, ma una scelta politica. O si rafforzano come strumenti di emancipazione e tutela dei diritti, oppure si accetta il rischio concreto di una loro progressiva marginalizzazione dentro un modello di sanità territoriale sempre più aziendalizzato e che noi contrastiamo.

Difendere l’autonomia dei consultori significa difendere l’idea stessa di una sanità pubblica fondata sui diritti, sull’autodeterminazione e sulla giustizia sociale. Per questo, oggi più che mai, i consultori non si integrano: si difendono e si potenziano.

Per un nuovo dibattito collettivo

Ma è anche necessario rilanciare un dibattito collettivo sulla cultura delle operatrici e operatori sociosanitari dei consultori, a volte chiusi in pratiche burocratiche, non di rado  autoritarie – violenza ostetrica, assistenti sociali “cattivə” –, paradossalmente patriarcali, culture professionali lontane dalla presa in carico assistenziale e dai percorsi sociosanitari integrati nel distretto, con gli ospedali e i comuni, autoreferenziali e poco disponibili alla proattività verso l’esterno, in particolare rivolta  ad  assisti difficili da raggiungere, mentre l’individualismo di massa del nostro tempo, alimentato dal web e dai social network, e le migliori condizioni di vita, spingono le donne più  agiate verso gli interventi ginecologici della sanità privata, mentre non si spengono le mire del Terzo settore confessionale o laico-conservatore sui consultori stessi alimentate da alcune Regioni.

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