La mia lotta di classe

Cristiano Ferrarese Scritturapura – 2026

Ti pisciano in testa e ti dicono che piove.
Non mi ricordo dove ho letto esattamente questa frase. Forse in un bagno di autogrill. Forse in quello di una stazione. Forse mi è stata detta da qualcuno. Non credo sia importante. Racconta la mia vita. E quella di tanti altri. Siamo la maggioranza a cui pisciano in testa. Tutti i giorni dell’anno. Sempre. Comunque. Dovunque.
Ti dicono che piove.
Si meravigliano se non ci credi. Lo ripetono. Una. Due. Tre. Infinite volte. Per convincerti. Sorridono sempre. Non accettano rifiuti. Melliflui. Arroganti. Si cibano della nostra carne. A lungo ho pensato che non ci fosse altra possibilità che accettare le loro parole. Avevo (e ho ancora) un lavoro alienante e ripetitivo.

Il titolo del libro è già un buon viatico e l’incipit lo rafforza ulteriormente.
Ecco la storia di una donna, una delle tante, che conduce una vita che si ripete, gli anni passano e nulla cambia, in attesa di una svolta che non avviene.
E non si può attendere tutta una vita, la vita è una sola e bisogna giocarsela bene.

La nostra protagonista, l’io narrante di questa trama, ha un marito, una figlia e un posto di lavoro in una piccola fabbrica. È in produzione, un lavoro monotono, alienante, è sottoposta a turni e orari pesanti dove taglia barre di ferro.
Una vita scontata.
Poteva fare l’università, ma a diciotto anni ha scelto la fabbrica, così ragionava allora, preferì andare a lavorare.

La storia di una cinquantenne, in un periodo particolare, durante il Covid, che si risveglia da anni di coma esistenziale e prende la vita di petto.

In una società come questa, che si è affaccia alle soglie del nuovo millennio, che ha smarrito quella solidarietà costruita intorno alla comune difesa dei diritti nel posto di lavoro, ecco che si è venuto a creare quel clima di isolamento dove le speranze della lotta, alzando la testa, diventano improvvisamente flebili.
E così, quando incontra una sua vecchia compagna di classe mentre fa la spesa dentro un supermercato, improvvisamente la vita sembra svoltare, perché le viene proposto un nuovo lavoro.
Si tratta di fare consegne un po’… particolari.

Comincia la sua “lotta di classe” riscoprendo se stessa: non essere ridotta a un numero, riprendersi in mano la vita, rifiutare le categorie imposte dalla società e… fottere i ricchi con i loro stessi mezzi, realizzando ottimi profitti solo con il rischio di non obbedire più a certe regole.
Una grande occasione di conquista per la propria esistenza..

Cristiano Ferrarese, con una scrittura pulita, semplice, lineare negli intenti e nella forma ci accompagna con questa proletaria del nuovo millennio che si rivolta a un mondo di soprusi.
Segue la protagonista, la controlla con la sua scrittura, non eccede, non bara, racconta una storia che potrebbe benissimo rappresentare la realtà contro il perbenismo, una rivolta contro i ricchi e contro l’arroganza del potere.

Invito a seguirlo nel percorso di questa trama, riga dopo riga, anche se questo spirito di rivalsa può sembrare un’utopia, ma fa solo bene all’intelligenza e all’immaginazione poter pensare che ci sia ancora la speranza di un riscatto, un invito a non rinunciare di credere, a mostrare forza e vigore combattendo, coltivando il senso onorevole di appartenere a una comunità polverizzata da crisi economiche e sociali.

Il desiderio di riscattare una condizione di vita è la chiave di volta di questo breve romanzo si sviluppa dentro spazi alienanti, quasi claustrofobici come l’ambiente lavorativo e quello familiare, e producono la sensazione di essere assorbiti dentro un ingranaggio come una trappola.
Ma dentro questi spazio qualcosa sembra aprirsi, qualcosa di inaspettato, una libertà dalle regole, un sollevare la testa guardando il cielo.

Allora è come entrare in un sogno?
No. Cristiano Ferrarese non smette il contatto con la realtà e mostra senza sconti il suo stile realistico diretto di un aspetto della nostra società contemporanea.

Noi vogliamo il pane, ma vogliamo anche le rose. Vogliamo tutte le cose belle, tutte le cose belle della vita.
Questa frase emblematica pronunciata da un personaggio di Bread and Roses di Ken Loach, che riecheggia durante lo sciopero dei lavori tessili del 1912 richiama come in questo libro il diritto e il valore della dignità umana.

Giorgo Bona

Scrittore. Collaboratore redazione di Lavoro e Salute

Versione interattiva Lavoro e Salute Giugno 2026 – Lavoro & Salute – Blog

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