La paura in prima serata: “La Preside” e l’Italia securitaria
Federica Zappalà, Vele di Scampia, CC BY-SA 3.0 IT, via Wikimedia Commons
Antonio Gramsci individuava nell’egemonia una delle colonne portanti del potere. Al fianco della forza, della distribuzione delle risorse, le maglie del rapporto tra comando e obbedienza sono intrecciate con un tessuto di discorsi, rappresentazioni della realtà, visioni prospettiche, in grado di fare breccia su vasti strati della popolazione assoggettata a un dominio politico.
Nell’Italia odierna, orfana di progetti, di soggetti collettivi, di classi dirigenti di spessore, la trama egemonica è costituita dai discorsi securitari. Le paure, reali o presunte, alimentano una domanda di legge e ordine, amplificate dall’industria mediatica ed elaborate a livello decisionale sotto forma di politiche repressive da attuare nei confronti del nemico di turno.
È il caso dei minori, assurti al rango di spauracchio della società italiana durante la pandemia. A partire dalla serie televisiva Mare Fuori, sulla scia del caso di Bibbiano, è partita la costruzione di un processo di criminalizzazione, sfociato nel decreto Caivano, varato dal governo Meloni nel settembre 2023 in seguito a gravi fatti di cronaca avvenuti nell’omonima cittadina campana alle porte di Napoli.
Un decreto che la premier ha ostentato come una medaglia al merito, che però, la Consulta, ha spiegato che altro non è che un trofeo di latta, lesivo di diritti garantiti dalla Costituzione.
L’esecutivo in carica, tuttavia, non demorde. Approfittando della posizione di vantaggio che gli conferisce il controllo delle leve decisionali, a partire dal servizio pubblico, ecco che arriva un nuovo prodotto mediatico rivolto a puntellare l’egemonia securitaria, in particolare in direzione delle falle aperte dalla Corte costituzionale. In questi giorni, RAI 1, sta mandando in onda uno sceneggiato (il termine fiction non ci piace molto) intitolato La Preside.
La protagonista dello sceneggiato, interpretata da Luisa Ranieri, è la preside di un istituto, manco a dirlo, situato a Caivano, che si sforza di applicare le regole della legalità muovendosi in un contesto refrattario. Gli studenti provocatori e oppositivi, i genitori strafottenti e arroganti, spesso afferenti alla camorra.
La burocrazia prigioniera del parassitismo e dell’amoralità tipica delle rappresentazioni dei meridionali dominanti. In altre parole, ci troviamo di fronte ad un rosario di luoghi comuni, apparentemente funzionali ad intrattenere il grande pubblico e a procurare audience, vero e proprio totem della comunicazione contemporanea, in nome del quale lo spazio per l’informazione, inteso come un esercizio orizzontale, non scontato, approfondito, si restringe in misura crescente.
Si riproducono invece i pregiudizi e le narrazioni che alimentano le politiche securitarie, in un esercizio che, in ultima analisi, mira a dare forza alla scelta repressiva compiuta dal governo nel varare il decreto Caivano. Colpisce anche il fatto che il ruolo della protagonista venga svolto da una delle attrici italiane più famose, che si è distinta, negli anni, anche per l’impegno civile e sociale portato avanti insieme al marito e al cognato.
Potrebbe sembrare una contraddizione. Oppure si potrebbe obiettare che è una questione di professionalità, e che attori e attrici, nello svolgere il loro lavoro, devono mantenersi neutrali rispetto al copione. In realtà la situazione si pone in altri termini, arrivando ad esemplificare come, il clima securitario di cui si avvantaggia la destra, esercita una certa presa anche a sinistra.

Il caso di Caivano rappresenta un esempio calzante, in quanto segue un percorso tracciato proprio dalle forze politiche e culturali che oggi fanno riferimento all’opposizione. Parliamo di un paese del sud, sobborgo (se non addirittura periferia) di Napoli, quindi infestato dalla criminalità organizzata.
Sin dagli anni Ottanta, a partire dalla questione morale e da quella della legalità, si è diffusa, in particolare a sinistra, l’idea che il Meridione soffra di un deficit di legalità, ovvero di un’idiosincrasia verso le regole della convivenza civile, formali e informali, all’interno del quale si forma lo spazio per la prevalenza della criminalità organizzata. Si tratta di un’impostazione fuorviante, per varie ragioni, sia di tipo territoriale che di tipo sociale.
Le periferie, la marginalità, esistono anche nel Centro-Nord, ma raramente vengono rappresentate nei film o nelle serie televisive. Una sedimentazione del pregiudizio antimeridionale fa sì che l’idea di periferia venga associata con la zona geografica del paese considerate periferica sul piano socioeconomico.
Soprattutto, anche nelle aree più affluenti si commettono crimini, e si ricorre all’intermediazione delle mafie: la violazione delle norme di sicurezza nei luoghi di lavoro, l’evasione fiscale, i salari corrisposti in nero per non versare i contributi e assicurare l’assistenza sanitaria e le pensioni, la violazione delle norme di tutela dell’ambiente, il caporalato, lo sfruttamento del lavoro migrante, sono fenomeni diffusi nella cosiddetta Padania.
Dove marciano di pari passo a fatti efferati di cronaca, che sfatano il mito di un Nord idilliaco rispetto a un Sud anticamera dell’inferno come lo definiva Giorgio Bocca.
Varie inchieste hanno portato alla luce la collaborazione tra mafiosi, professionisti, esponenti politici e imprenditori del Nord. Un aspetto che riguarda ovviamente anche il Sud del Paese.
Sul quale però, si sorvola. Nel momento in cui si localizza la cosiddetta questione della legalità nel contesto dei ceti subalterni, si finisce per tralasciare la vasta area grigia di connivenza o coesistenza tra attori legali e illegali dell’imprenditoria, della politica e delle professioni, ovvero di andare alla vera radice del degrado sociale, economico e civile che caratterizza l’Italia odierna.
Salvo fare ricorso alla categoria dei complotti, ovvero alla presunta convergenza tra poteri occulti (che poi così occulti non sono), tra cui anche le che tramerebbe nell’ombra per scompattare un quadro altrimenti tendente alla legalità.
Da questa impostazione, il legalitarismo di sinistra si intreccia col securitarismo di destra in un abbraccio mortale, dal quale scaturiscono le legislazioni d’emergenza, le carceri speciali, le misure repressive comminate a mezzo di ordinanze, come le zone rosse, che comprimono le libertà fondamentali e producono disuguaglianze e discriminazioni.
Più che alla preside, che già sa tutto, bisognerebbe fare ricorso all’ignoranza socratica. Per svincolarsi dal securitarismo e conoscere a fondo i veri problemi dell’Italia odierna.
Vincenzo Scalia
14/1/2026 https://diogenenotizie.com/










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