Monologo di un etilista

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In ospedale riscontrarono un semplice abbassamento di pressione. Lo tennero sotto osservazione per  tutta la notte, l’indomani sarebbe stato dimesso. Renato  si immerse nel sonno disperato, quello di uomo provato, ma ancora convinto di poter uscire  illeso dai bagordi notturni.

Aprì gli occhi alle nove del mattino, questa volta Giusi c’era.  Chiuse di nuovo gli occhi e li riaprì, ma Giusi era ancora lì.   Si, era lì!  Affascinante anche nel sogno, nel suo mite risplendere e nella fisicità ostentata,  come una vetrina da portare a passeggio.  Avrebbe meritato un bacio sulle labbra, sulla fronte, ma il maestro rimase nel letto, a distanza, fermo come se dormisse.  Temeva di poter  sgualcire quel momento fatale, con la sua sola presenza, con la sua premura,  da uomo d’altri tempi.

L’impegno servì a poco.  Dopo pochi minuti, Giusi aprì gli occhi e,  vedendolo già sveglio, fece un sospiro di sollievo e si avvicinò al letto.  Il maestro rimase immobile, ancor convinto di poter rovinare il momento con una sola parola, con un solo gesto, con la sua inquietudine antica. Le parole della donna smodata  fluirono  lentamente, adornate d’affetto “scusami Professò, è stata tutta colpa mia che ho tardato. Io volevo venire presto da te. Giorni fa, ho  comprato anche un vestito nuovo, sperando che mi portavi da qualche parte, a qualche bar, al cinema o al ristorante.  Noi donne lo sappiamo sempre prima, cosa succederà-. Renato sorrise emozionato, allorché scese dal letto, rivolse a lei uno sguardo più difensivo, più  guardingo, meno stupito e disse –grazie Giusi d’essere qui. Adesso vado dai dottori e chiedo di uscire-.

Lei non era una donna da poco, sapeva benissimo come arginare certi mutamenti degli uomini. Si alzò in piedi e lo avvertì “Professò, non puoi fare quello che ti pare. Ho parlato io con i dottori. Mi hanno chiesto se ero una parente… A me s’ero una parente? “Io sono la moglie”, gli ho risposto. Che domanda è  “lei è Parente?”  Che cazzo vuoi che sia, una suora?

A Renato non pareva vero di averla di fronte, con la sua vitalità e la destrezza capaci di  scuoterlo.  Scosse il capo sorridendo e chiese “vuoi dire che hai fatto tutto tu?”   La bella donna rispose quasi indispettita “io mi faccio rispettare quando voglio. E’ tutto a posto, professò. Adesso, andiamo a casa tua e Giusi tua, ti prepara da mangiare. I dottori hanno detto che hai bisogno di riposo, niente storie, professò”.

Il maestro si guardò bene dal contraddirla. Insieme raggiunsero l’appartamento.  Renato scelse la doccia e, subito dopo, il letto per ritrovar le forze. Giusi si occupò della casa, come fosse sua, come se sentisse il bisogno di doverla pulire, mettere in ordine.

Nel sonno entrò Massimo, l’amico immaginario, sedette ai piedi del letto e iniziò il monologo “vedi? Siamo proprio dei cessi, basta poco e sveniamo, cadiamo come pere. Ti è andata bene, finalmente ti sei convinto?”

Il maestro indicò la porta, per rivendicare il diritto di dedicarsi solo a lei “non ho tempo per discutere con te, ho altro da fare, sei di troppo più del solito. Vattene!-

Massimo ci rise sopra, per nulla infastidito dai toni dell’amico in carne e ossa “l’amore rende tutti un po’  stupidi, ma proprio in quella stupidità siamo pronti a perdere tutto.  Sono felice per te, che puoi ancora godere di certi momenti. Ti do un consiglio: baciala, baciala tanto!”

Renato, a quel punto, dovette alzarsi e sfidarlo “tu  dici a me cosa devo fare? Tu neanche sapresti abbracciare una donna e quelle che hai avuto le hai trattate male.  Eri il tipico anarchico sbandato, solo sesso e pillole. Voi siete stati il nostro danno maggiore, voi eravate i veri infiltrati. Non c’entravate con la lotta armata e vi siete messi di mezzo, diciamo la verità, una volta per tutte. Noi avevamo grandi ambizioni, voi solo vizi e stupidità. Avevate fegato, questo si, ma non abbastanza cervello per arginare la stupidità di fondo”.   L’amico immaginario si alzò in piedi e diede il suo parere “nella lotta armata si spara e voi stavate giocando, come i bambini giocano a soldatini”.  La ruggine riprese vita e l’affronto finì nel vano sottostante ai ricordi. Massimo scomparve e Giusi, sentendo la voce del maestro, aprì la porta “professò, mi hai chiamato? Ti  faccio un massaggio?-

Sedette al posto di Massimo , per dargli una cognizione del tempo “hai dormito dodici ore, professò. Adesso è pronta la cena. Ho preparato uno spezzatino coi fiocchi.  I dottori hanno detto che devi mangiare di più… tu bevi solo-.   Renato non le tolse lo sguardo di dosso, neanche quando lei finì di parlare, a quel punto Giusi abbassò il capo “mi metti in imbarazzo quando mi guardi. Io sono proprio una puttana strana… s’ero furba non stavo ancora in Italia,  mi si voleva prendere un arabo ricco. Mi ci vedi come una delle tante mogli di uno di questi? Poi, mi voleva un ingegnere, ma era brutto assai, assai.  Meglio fa la puttana, mi so detta, che fa la moglie di sto mostro”.

Renato provò a toccarla, lei si ritrasse e provò la diretta “no, professò! Devo dirti una cosa seria-.  Il maestro, seppur sorpreso dalla richiesta, provò ad ascoltarla senza deviare sui suoi capelli, i suoi occhi lucidi e l’armonia delle forme.  Al cenno d’intesa, Giusi abbassò lo sguardo e proseguì “devo chiederti scusa. Poco tempo fa, ti ho detto che tra me e te c’è il filo spinato, invece so io a tenere paura. E’ colpa mia se sei finito all’ospedale, potevo arrivare prima, ma ci ho messo tempo a farmi bella. Mi volevo sentire pulita davanti a te-.

Renato seguì il consiglio dell’amico immaginario.  Distese il braccio e lei si fece più vicina, passando attraverso un fremito. La baciò di seguito, ovunque, sul capo, sulla fronte, sulle labbra, sulle braccia.  Giusi lo strinse e riprese il discorso “professore, le ho chiesto scusa, però  l’affetto è affetto, ma per il sesso serve la mancia”.  Non si sarebbe smentita, neanche tra le braccia appassionate del maestro, sicché a lui non rimase altro che dirle “sai benissimo quanti problemi ho. Non ci penso a soddisfarti sessualmente, magari potessi. Meriti i miei baci perché sei qui.  Rimani qui questa notte, prenditi una notte di ferie, inventati una festa, ma rimani”.

Giusi  si abbandonò tra le sue braccia e tenne a precisare “sarei rimasta comunque, sarei rimasta… te lo giuro”.  Seguirono baci, carezze, la cena e il solito vino dei vigneti  vicini.

Antonio Recanatini

Poeta, scrittore. La sua poesia è atta a risollevare il sentimento della periferia, all’orgoglio di essere proletari e anticonformisti. Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute.

monologo di un etilista Prima parte n. 3 – giugno 2015 Seconda n. 4 – settemb. 2015 Terza n. 5 – novembre 2015 Quarta n. 1 gennaio 2016 Quinta n. 2 marzo 2016 Sesta n. 3 maggio 2016 Settima n. 4 luglio 2016 Ottava n. 5 settembre 2016 Nona n° 6 novembre 2016

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