Per troppi giovani la buona occupazione è diventata un miraggio.

La disoccupazione giovanile e, più in generale, le condizioni di lavoro dei giovani costituiscono una delle principali preoccupazioni collettive. Il problema è di vecchia data. Negli ultimi anni il tasso di disoccupazione dei 15-24enni è cresciuto al 35%; il loro rischio di disoccupazione è 3,5 volte quello dei 25-74enni. In Italia la polarizzazione fra insider e outsider si connota, dunque, ancora oggi e molto più che negli altri paesi europei, in senso generazionale.

Queste sommarie evidenze si riferiscono a dati di stock, a ‘fotografie’ di diversi insiemi di soggetti. Per cogliere l’entità e le caratteristiche dei mutamenti nel percorso di partecipazione al lavoro dei giovani, è necessario disporre di informazioni più ricche: basi di dati longitudinali che seguano nel tempo differenti gruppi di giovani e ne documentino un’adeguata porzione del corso di vita lavorativa; serve disporre di un ‘macchina da presa’ e filmare le storie di tali gruppi. È la strada seguita da Bazzoli, Marzadro, Schizzerotto e Trivellato in un recente articolo incentrato su due coorti di giovani. Ne delineo qui tratti e risultati salienti.

L’esperienza di integrazione di microdati da due fonti e il disegno di formazione delle coorti

Integrando i dati dell’indagine longitudinale Condizioni di vita delle famiglie trentine con le informazioni degli archivi amministrativi dell’Inps si ottiene un insieme di dati ricchi e credibili (per maggiori dettagli), che permette di studiare i primi otto anni delle storie lavorative di due coorti di giovani trentini dal 1974 al 2014. Operativamente, si è scelto di seguire: (a) la coorte dei nati tra il 1959 e il 1966 ed entrati nel mercato del lavoro in età compresa tra i 15 e i 29 anni, ossia nel periodo 1974/95 (Coorte 1), e (b) la coorte dei nati tra il 1975 e il 1982 ed entrati nel mercato del lavoro sempre in età compresa tra i 15 e i 29 anni, ossia nel periodo 1990/2011 (Coorte 2).

La ricerca si configura come studio pilota su piccola scala. Il campione di dimensioni complessivamente modeste (1.416 giovani) impone una classificazione per tipo di occupazione di necessità compatta (Dipendente privato, Dipendente pubblico, Lavoratore autonomo e Lavoratore precario). Il riferimento è alla sola popolazione residente nella Provincia autonoma di Trento; ma considerando la somiglianza delle dinamiche della partecipazione al lavoro (Banca d’Italia 2014) appare ragionevole estendere i risultati all’insieme delle regioni centro-settentrionali.

L’occupazione nei primi otto anni di storia lavorativa: un’analisi centrata sugli episodi

I periodi di ingresso delle due coorti di giovani nel lavoro si collocano lungo un trend di decelerazione e di ristagno, tanto dell’economia che della partecipazione al lavoro. Ci si attende, dunque, che la Coorte 2 presenti storie lavorative più difficili – se così si possono qualificare – di quelle della Coorte 1.

Guardiamo innanzitutto all’insieme degli episodi di occupazione che si collocano nella finestra di otto anni di storia lavorativa delle due coorti, entrate nel lavoro rispettivamente intorno al 1984 e a 2001 (Tabb. 1 e 2). Si noti che la durata totale degli episodi di occupazione è pari al prodotto del loro numero medio per la durata media; la differenza fra la finestra di osservazione di 96 mesi e la durata totale dà, poi, il tempo medio trascorso nella condizione di Non lavoro.

Già la Coorte 1 mostra una mobilità di lavoro piuttosto alta: oltre 4 episodi di occupazione, di durata mediamente inferiore a 17 mesi, quindi con un durata totale nella condizione di occupato di poco inferiore ai 70 mesi. La mobilità cresce in misura considerevole, statisticamente significativa, nella Coorte 2. Il numero degli episodi di occupazione aumenta di oltre il 20% e si attesta sui 5; all’opposto, la durata media degli episodi cala a 13 mesi; di conseguenza, la durata totale dell’occupazione si contrae a 65 mesi; per differenza, si ha che la durata totale nella condizione di Non lavoro è passata da 26 a 31 mesi. I mutamenti sono di rilievo per due ragioni: si realizzano fra due coorti mediamente distanti soltanto 17 anni; accentuano, tutti, i tratti di instabilità e frammentazione del lavoro.

Tale processo presenta una moderata differenziazione per genere. Per le donne, che nella Coorte 2 hanno ormai superato gli uomini quanto a scolarità, il percorso verso la parità non si estende al lavoro. Registra anzi una battuta d’arresto, che si manifesta in una maggiore, sia pure contenuta, crescita dell’instabilità e della frammentarietà della storia lavorativa.

Netta è, invece, la divaricazione nei cambiamenti che interessano i giovani con diversa scolarità. Fra le due coorti vi è un cambiamento vistoso della scolarità: il rapporto fra le percentuali dei giovani meno istruiti – al più con qualifica professionale, dalla scuola o da corsi di formazione professionale – e di quelli più istruiti – almeno diplomati – va oltre il capovolgimento: dal 60/40% nella Coorte 1 al 36/64% nella Coorte 2. Dal confronto fra le due coorti sono i giovani diplomati e laureati i più penalizzati – i secondi in misura accentuata – in termini sia di tempo complessivo di lavoro (che per i laureati si contrae dal 61 al 50%!) sia di instabilità e frammentazione degli episodi di occupazione.

L’occupazione nei primi otto anni di storia lavorativa: un’analisi delle storie lavorative

Guardare alle storie lavorative significa cambiare l’unità di analisi, che consta ora della sequenza di episodi – di lavoro e di non lavoro – di ciascun individuo nella finestra di osservazione di otto anni. L’interesse prevalente è nell’analisi della mobilità fra tipi di occupazione. Occorre considerare, peraltro, che un individuo può avere – molto spesso ha – episodi in diversi tipi. Quindi, la misura della mobilità non può che riferirsi a tipi di occupazione dominanti. Ciò richiede di specificare una soglia di prevalenza (fissata al 75% della permanenza nell’occupazione), la quale consente di classificare i giovani in uno dei quattro tipi di occupazione o in un ulteriore tipo (chiamato “Occupazione mista”) nel quale rientra chi non abbia raggiunto la permanenza minima in alcuno dei quattro tipi.

I risultati principali dell’analisi della mobilità per occupazione prevalente sono nella tab. 3, che, al solito per le due coorti, fornisce due blocchi di informazioni: (i) la distribuzione dei giovani per tipo di occupazione prevalente; (ii) il numero medio degli episodi, distintamente del tipo in questione, di altri tipi e di Non lavoro.

Innanzitutto, muovendo dalla Coorte 1 alla Coorte 2 la distribuzione del giovani per occupazione prevalente mostra un profondo cambiamento: la frazione di giovani nel Lavoro dipendente privato – il tipo dominante – cresce ulteriormente e raggiunge il 66%; all’opposto, la frazione di giovani nel Lavoro dipendente pubblico e nel Lavoro autonomo si riduce di oltre la metà e si attesta, rispettivamente, al 5,2 e al 3,6%; quella nel Lavoro precario rimane sostanzialmente invariata; infine, cresce sensibilmente, dal 13,7 al 18,8%, la frazione di giovani con Occupazione mista.

Già l’aumento dell’Occupazione mista suggerisce una crescita della mobilità di lavoro. Questa dinamica trova nitida conferma nel diffuso incremento, in ciascun tipo di occupazione dominante, del numero di episodi: tanto di occupazione – sia entro il tipo in questione sia negli altri tipi – quanto di Non lavoro, e quindi totale.

L’evoluzione verso una maggiore instabilità e frammentazione del lavoro si caratterizza, infine, per un importante tratto distintivo. Essa non risulta dall’ampliamento della frangia più debole dei giovani – nella Coorte 2 i “Lavoratori precari” sono il 5,7%, quindi meno del 6% nella Coorte 1. L’incremento della mobilità è, invece, l’esito di un processo di crescita diffusa dell’instabilità e della frammentarietà delle storie lavorative. Detto altrimenti, favorito anche dai cambiamenti nella regolazione dei rapporti di lavoro, lo ‘spazio della precarietà’ si è dilatato: per un verso ha aggredito tutti i tipi di occupazione, segnatamente il pubblico impiego e il lavoro autonomo; per un altro verso ha incluso in misura crescente episodi di Non lavoro.

Un interrogativo cruciale

Pur con le cautele che impone uno studio pilota, questi risultati inducono una forte preoccupazione, tanto più in un paese con un tasso di attività e un tasso di formazione terziaria decisamente più bassi della media europea (Oecd 2018).

Palesemente, la questione chiama in causa ritardi e distorsioni strutturali dello sviluppo economico italiano. Dopo più di vent’anni di regolazioni e politiche del lavoro (e altre) ‘al margine’, largamente dominate da occasionali sussidi alle imprese, al meglio mediocri, è sorprendente – e inquietante – che il dibattito pubblico resti incentrato sul brevissimo periodo. La sfida è far crescere il lavoro e la qualità del lavoro. Una sfida difficile, certo. Ma sarebbe già un passo avanti se si facesse strada la consapevolezza che questa è la sfida. Condizione, questa, indispensabile per cominciare a misurarsi con i problemi strutturali del lavoro e delle sviluppo e a darsi obiettivi realisticamente ambiziosi, in un orizzonte di medio-lungo periodo.

Ugo Trivellato

8/3/2019 www.neodemos.info

Per saperne di più

Bazzoli, Marzadro, Schizzerotto e Trivellato

IRVAPP

Banca d’Italia 2014

L’economia delle Province autonome di Trento e di Bolzano

Oecd 2018

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *