Oms: peggiora la salute di migranti e rifugiati nei paesi ospitanti Ue

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ROMA – Per i migranti le malattie non trasmissibili e le problematiche legate alla salute mentale e a quella materno-infantile tendono spesso ad acuirsi con il passare del tempo, a causa dell’esposizione continua a determinanti sociali negativi nei Paesi ospitanti, specie laddove il sistema di integrazione del Paese ospitante risulti carente. È quanto emerge dal primo “Rapporto sulla salute dei rifugiati e dei migranti nella Regione Europea dell’Oms”, presentato oggi al ministero della Salute dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà.

Il Rapporto raccoglie e analizza le evidenze contenute in più di 13 mila documenti di letteratura a partire dal 2014, relativamente allo stato di salute dei rifugiati e dei migranti presenti nei 53 Paesi della Regione Europea dell’Oms, che accolgono complessivamente circa 90 milioni di migranti internazionali (circa il 10% della popolazione generale e il 35% della popolazione migrante globale), fra i quali meno del 7,4% sono rifugiati. Presentato per la prima volta a gennaio 2019 a Ginevra, nella sede dell’Oms, e successivamente in alcuni Paesi della Regione, il Rapporto è il primo del suo genere in quanto fornisce sia un’istantanea della salute dei rifugiati e dei migranti nella Regione, sulla base dell’evidenza scientifica, sia un quadro chiaro delle risposte al fenomeno da parte dei relativi sistemi sanitari.

“Molte malattie non trasmissibili tra i rifugiati e i migranti appena giunti – hanno spiegato – sembrano avere tassi di prevalenza più bassi rispetto alla popolazione che li ospita, ma i due tassi iniziano a convergere man mano che aumenta la durata del soggiorno del migrante nel Paese. E questo è particolarmente evidente per l’obesità”.
Inoltre, sebbene i rifugiati e i migranti abbiano un rischio più basso per quasi tutte le neoplasie, è “più probabile che queste possano essere diagnosticate in una fase più tardiva rispetto alla popolazione ospite”.
La salute mentale del migrante, che di suo può già risentire di esperienze traumatiche legate al percorso migratorio, può invece “addirittura peggiorare, come nel caso della depressione, una volta raggiunto il Paese di destinazione, per via delle cattive condizioni socioeconomiche e dell’isolamento sociale”.

Il Rapporto sottolinea ancora come i migranti nei luoghi di lavoro mostrino, tra gli uomini, incidenti più frequenti rispetto ai cittadini residenti, con condizioni di impiego e di accesso alla protezione sociale e sanitaria molto difformi. Anche i risultati sulla salute materno-infantile mostrano esiti peggiori correlati alla gravidanza tra le donne migranti, mentre i fattori protettivi possono essere legati sia alla persona, quali il livello di istruzione o la conoscenza della lingua, sia all’efficacia delle politiche di integrazione.
Infine, le evidenze disponibili in tema di accesso ai servizi sanitari descrivono un quadro variegato nella Regione europea, che dipende da molti fattori: tra questi, lo status giuridico (in particolare la condizione di regolarità nel Paese), l’organizzazione stessa dei servizi e la loro gratuità.

Basso contagio malattie infettive. La maggior parte dei rifugiati e dei migranti che arrivano nei Paesi europei è sostanzialmente in buona salute. E il rischio di trasmissione di malattie infettive alla popolazione dei Paesi ospitanti è molto basso. Quanto all’Italia, grazie al servizio sanitario universalistico di cui dispone, è in grado di fornire risposte efficaci in termini di individuazione precoce e trattamento, garantendo la salute delle comunità.
“Dall’analisi – si è affermato durante la conferenza – emerge che la maggior parte delle evidenze scientifiche raccolte si concentra sulle malattie infettive, mostrando che i rifugiati e i migranti possono essere più vulnerabili sia nei luoghi di origine, sia di transito che di destinazione, a causa, ad esempio, dell’alta prevalenza di malattie infettive in alcuni Paesi di partenza, dei problemi nell’accesso ai servizi sanitari o di condizioni di vita deprivate nei Paesi di transito e destinazione. Ma risulta anche che vi è un rischio molto basso di trasmissione di queste malattie alla popolazione dei Paesi ospitanti. Infatti, la maggior parte di coloro che giungono nei Paesi europei confermano l’ipotesi del ‘migrante sano’, legata alle buone condizioni di tali individui alla partenza”.

In conclusione, il Rapporto mostra come le malattie infettive abbiano ricevuto “maggiore attenzione nella letteratura scientifica, ma cresce la consapevolezza che esiste una vasta gamma di problematiche sanitarie, come le malattie non infettive, la salute materno-infantile e la salute dei lavoratori, che richiedono politiche mirate e culturalmente orientate”. Occorre pertanto “rafforzare la raccolta delle evidenze, la collaborazione intersettoriale e multidisciplinare, nonché i sistemi informativi nazionali. È necessario infine abbattere le barriere d’accesso ai servizi sanitari – hanno concluso – con l’obiettivo di una sempre maggiore equità nella salute ed efficacia delle politiche di sanità pubblica”.

6/5/2019 Fonte: www.redattoresociale.it

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