Patologie semiotiche di Superman e dei suoi imitatori
di Fernando Buen Abad
Un travestimento da sintomo. Vestirsi da Superman può sembrare uno scherzo innocente, giocoso, festoso o nostalgico. Ma in realtà rivela un campo profondo di significati, ideologie e patologie culturali. Non si tratta di un semplice travestimento, ma di una semiosi complessa, di una forma condensata di interpellanza ideologica, sintomo dell’ordine simbolico del capitale che proietta, riproduce e naturalizza finzioni di potere, di salvezza e di superiorità. Suprematismo.
Superman non è semplicemente un personaggio. È un dispositivo emblematico della guerra industriale e culturale americana, un segno egemonico di salvezza individualista, una macchina narrativa che incarna la logica del messia armato di superpoteri, invulnerabile ed esterno al mondo. Con il costume si crea una pelle ideologica che alcuni soggetti adottano non solo per giocare, ma per vivere con immaginazione, un ruolo che compensa l’angoscia reale, la frustrazione o l’impotenza. Al centro di questo atto si intrecciano relazioni patologiche tra desiderio, potere e significato. Un eroe fetish semiotico
Superman, creato nel 1938 da Jerry Siegel e Joe Shuster, è apparso nel contesto della Grande Depressione americana. La sua invenzione non è neutra: appare come una risposta semiotica a un mondo convulso, con masse impoverite e poteri politici deboli. Fin dall’inizio, il personaggio incarna una soluzione magica: qualcuno che, senza bisogno di processi collettivi, risolve i conflitti con una forza sovrumana e una moralità indiscutibile. L'”uomo d’acciaio” diventa così un operatore semiotico dell’ideologia dominante: promuove il culto della forza fisica come via di giustizia. Rafforza la mitologia dell’individuo redentore che agisce al di fuori dello Stato e del popolo. Nasconde la sua identità dietro una maschera di “normalità” borghese (Clark Kent, giornalista). Rafforza l’eccezionalismo americano come destino manifesto planetario.
È un nucleo strutturante di una grammatica del potere che si infiltra, in modo massiccio, nei consumi culturali e negli immaginari sociali. Travestirsi da lui significa adottare, anche se solo temporaneamente, quella grammatica e i suoi valori: l’invulnerabilità, la superiorità morale, l’unilateralismo, la depoliticizzazione del conflitto, il disprezzo per l’organizzazione popolare. È la patologia dell’identificazione: il desiderio di potere senza coscienza di classe. Chi si veste, reale o virtuale, come Superman non è colpevole, ma effetto di un processo più ampio. Il soggetto che si traveste attiva operazioni semiotiche che lo portano a trovare piacere o consolazione. C’è qui una patologia semiotica del desiderio: il desiderio di essere superuomo, di vincere facilmente, di “risparmiare” senza macchiarsi, di imporre l’ordine senza conflitto dialettico.

Tale identificazione è regressiva, nella misura in cui promuove una fantasia di onnipotenza che è destoricizzata, depoliticizzata e scollegata dal divenire collettivo. È la logica del potere senza processo, del trionfo senza lotta di classe, della giustizia senza giustizia sociale. E’ il culto della soluzione rapida, apolitica e spettacolare. Questa patologia ha almeno cinque sintomi semiotici: Annullamento della fragilità umana: travestirsi da Superuomo implica negare la fragilità, il dolore e la contraddizione, che sono costitutivi della vita umana e del processo rivoluzionario. Dissoluzione della prassi collettiva: il potere popolare organizzato è sostituito dal potere individuale verticale. Naturalizzazione della violenza “salvifica”: il “supereroe” agisce a partire dall’uso del potere fisico, legittimando la violenza monopolizzata e moralmente “pura”. Idealizzazione dell’identità borghese bianca: Superman non è un corpo qualsiasi: è un maschio bianco, muscoloso, eterosessuale con uno sguardo dritto. Il costume ripete quel canone. Evasione compensativa: di fronte a un mondo ingiusto, il soggetto, invece di trasformarlo, sfugge simbolicamente a se stesso, travestendosi da colui che “risolverebbe tutto” per lui.
Deliri di spettacolo semiotico. La cultura del costume di massa, alimentata da industrie come Hollywood, Disney, DC Comics e Marvel, non è un fenomeno marginale. Fa parte del complesso industriale della distrazione, che non vende solo prodotti, ma vende modi di essere. Il travestimento è un espediente di interpellanza che invita il soggetto a incarnare il segno. Non si tratta più di vedere l’eroe, ma di esserlo, anche se simbolicamente. Questo fenomeno produce quella che potremmo definire una spettacolarizzazione dell’identità: il soggetto diventa il supporto vivente di un segno atto a riprodurre valori funzionali all’ordine corrente. Invece di interrogarsi sul suo posto nella storia reale, nelle lotte del suo tempo, diventa attore di una storia falsa, simulata, in cui i conflitti vengono risolti con raggi laser e voli supersonici.
Il costume non è neutro. Funziona come una protesi semiotica del sé. Colui che si traveste da Superman si attacca a un significante che offre sicurezza, prestigio, riconoscimento, “eroismo” senza sacrifici. Ma quella protesi è anche una prigione simbolica. Dalla Filosofia della Semiosi, ogni segno incarna un rapporto di potere. Superman, come figura semiotica, incarna un anti-umanesimo di massa. Non solo perché nega la fragilità, la contraddizione o il processo, ma perché impone un modello di umanità separato dal popolo, superiore all’umano.
Mentre le vere lotte storiche ci insegnano che l’emancipazione è un processo conflittuale, imperfetto e collettivo, Superman impone una versione estetica, verticale, romantica e alienante della salvezza. Si innalza l’immagine di un essere di un altro pianeta, con doni superiori e senza passioni umane. Travestirsi da lui è, semioticamente, camuffarsi contro la storia. È cancellare la genealogia delle lotte reali. È negare la possibilità dell’eroe collettivo organizzato, del soggetto storico popolare, dell’essere che cambia il mondo alleato con gli altri e con i loro limiti, ma anche con la loro coscienza.
Non dobbiamo fermarci alla superficie del travestimento, dobbiamo smantellare i dispositivi ideologici che lo producono. Una filosofia della semiosi impegnata nell’emancipazione ha il dovere di spogliarsi delle maschere del potere simbolico, di analizzare le sue mitologie, le sue grammatiche emotive e i suoi dispositivi di naturalizzazione. Non si tratta di condannare l’immaginazione o il gioco. Al contrario. Si tratta di salvare la specie umana dal suo rapimento mercantile, di liberare la nostra fantasia dal monopolio dei supereroi neoliberisti. Si tratta di immaginare altre forme di eroismo, altre estetiche di trasformazione, altri abiti che non negano l’umano, ma lo celebrano nella sua potenza collettiva. Si tratta di trasformare la semiotica del travestimento in uno strumento di lotta simbolica, e non in un placebo emotivo.
In un mondo in cui milioni di persone vengono espropriate, bombardate, sfruttate o annientate dalle “vere superpotenze” (quelle che lanciano droni, blocchi e menzogne) travestirsi da Superman è espressione di arroganza, minaccia ed estorsione. La nostra filosofia della semiosi non si accontenta di osservare i segni: li mette in discussione, li combatte, li risignifica. E da quella trincea per rendere trasparente tutta la miseria simbolica. Non abbiamo bisogno di uomini volanti per “salvarci” dal cielo mentre veniamo sfruttati e depredati sulla terra. Abbiamo bisogno che i popoli si sollevino da quella terra. Verso una kryptonite semiotica emancipatrice.
17/7/2025 https://www.telesurtv.net/










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