Perchè votare SI ai referendum sul lavoro

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di Giorgio Pellegrinelli Dipartimento Lavoro PRC

Valutare l’impatto dei referendum,4 sul lavoro ed uno sulla cittadinanza non è immediato, in quanto molte delle norme in questione passano attraverso percorsi giudiziari e da questi vengono influenzati negli andamenti quantitativi..

Il primo concetto da avere presente è che il referendum abrogativo, in caso di quorum e di maggioranza dei SI, modifica immediatamente le leggi sottoposte al referendum e quindi determina una nuova normativa, senza bisogno di aspettare altri passaggi legislativi. Ecco perché è reale lo slogan “cambia la legge con un voto”.

Seconda riflessione, anche per rispondere ai molti che al volantino ribattono, specie se in pensione, “non mi riguarda ! “. La modifica di diritti e di condizioni dei lavoratori dipendenti, in particolare dei giovani e degli immigrati /e è un modo per garantire le risorse per lo stato sociale(un altro sarebbe la lotta alla evasione fiscale !) e quindi anche per le pensioni. Se non aumenta il numero degli occupati, se non sono in regola e pagati decentemente, se non hanno la forza contrattuale per ottenere lavoro stabile e tutele universali, anche le pensioni degli anziani sono più a rischio. Quindi occorre difendere i diritti di chi lavora per difendere la condizione di tutti i cittadini!

Nel merito.

  • Il primo quesito è quello che propone l’abrogazione del Jobs Act,voluto da Renzi nel 2015 e allora sostenuto da tutto il csx, compreso il PD. Solo pochi parlamentari votarono contro ed anche SI si limitò a non partecipare al voto.

In sostanza, al posto dell’efficace art.18 dello Statuto dei Lavoratori contro i licenziamenti ,si introdusse, per i nuovi assunti, la tutela crescente, in sostanza una indennità monetaria che aumenta con la anzianità nel rapporto di lavoro. Si è creata così una discriminazione in ragione della data di assunzione.

L’abrogazione di questa legge permetterebbe di essere riassunti anche ai lavoratori/lavoratrici , entrati al lavoro dopo il 7 marzo 2015, nel caso in cui il giudice dichiari illegittimo il licenziamento per assenza di giusta causa o giustificato motivo.

Si calcola che più di 3,5 milioni di lavoratori/lavoratrici siano oggi privi di questo diritto.

Da sottolineare che, sia per un peggioramento del clima giudiziario verso i lavoratori/lavoratrici ed anche grazie ad un inasprimento dei costi delle cause, si sono ridotte le vertenze che mirano alla reintegra nel posto di lavoro e molti/e ripiegano sulla transazione pecuniaria.

L’allargamento del pieno del diritto a vedersi riportati/e al lavoro potrebbe aumentare la spinta ad una battaglia più dura contro i licenziamenti ingiustificati e a sentenze favorevoli al lavoratore/lavoratrice.

  • Il secondo quesito porta ad un aumento delle tutele per i lavoratori delle aziende con meno di 16 dipendenti, abrogando la norma (prevista dalla legge 604/1966), che limita a sei mensilità (10 per anzianità superiori ai 10 anni) il risarcimento in caso di licenziamento illegittimo. Si lascerebbe così al giudice la facoltà di valutare l’entità dell’indennizzo, basandosi da un lato sulla capacità economica dell’impresa (pensiamo alle tante aziende con pochissimi dipendenti ma con fatturati enormi !) e dall’altro considerando le condizioni personali e familiari del lavoratore/lavoratrice.

In sostanza un risarcimento più equo , che compensi effettivamente il danno derivante dalla perdita del lavoro, in un momento in cui questo è merce preziosa, specie se regolare. Il referendum toglierebbe di mezzo un forte elemento di ricatto e di mezzo di sostituzione della forza lavoro sgradita .Molte aziende “pianificano” l’espulsione di manodopera, calcolando a priori i costi di tale operazione, renderla più rischiosa e costosa potrebbe far desistere un po’ di padroni dall’usa e getta.

Da sottolineare che , con l’attuale normativa, le sentenze emesse in questi casi fissano normalmente in 6 mensilità l’indennità per il licenziamento, cioè il minimo possibile.
I lavoratori/lavoratrici in questa situazione vengono valutati siano 3 milioni e settecentomila.

  • Il terzo quesito limita la possibilità delle aziende di ricorrere ai contratti a termine fino a 12 mesi senza definire alcuna ragione oggettiva (causale) che lo giustifichi. Il sì al referendum ripristinerebbe l’obbligo delle causali per ogni ricorso(compresi proroghe e rinnovi) a questo tipo di lavoro temporaneo, che secondo valutazioni, colpisce circa tre milioni di dipendenti.

. Il quarto quesito sul lavoro modifica le norme che , in caso di infortunio sul lavoro, impediscono di estendere la responsabilità all’impresa appaltante.

Estendendo, come è intenzione del referendum, la responsabilità del committente per i danni derivanti da infortuni subiti dai dipendenti dell’appaltatore ( e di ciascun subappaltatore) non solo si garantirebbe il risarcimento al lavoratore ma si porrebbe un freno al ricorso a fornitori privi di solidità finanziaria, spesso anche con competenze inadeguate e sovente non in regola con le norme antinfortunistiche .In sostanza la minaccia del dovere partecipare al risarcimento sarebbe, per la azienda appaltanti, un deterrente agli appalti per pure ragione di costi e una spinta a garantire una maggiore sicurezza sul lavoro anche nella catena degli appalti, ormai arrivata ad una estensione tale da rendere complicatissimi i controlli. Come dimostra, ad esempio, la strage della Esselunga a Firenze, dove non si riusciva neppure a capire quante fossero le imprese al lavoro nel momento del disastro e neanche di chi fossero dipendenti i lavoratori, comprese le vittime.

  • Il quinto referendum vuole cambiare i tempi necessari per potere richiedere la cittadinanza italiana. Passare da 10 a 5 anni, pur rimanendo invariate le altre condizioni necessarie per ottenere la cittadinanza e fermo restando che bisognerebbe abbreviare drasticamente il tempo per l’iter burocratico , cambierebbe la condizione di precarietà e di ricattabilità cui sono sottoposti tanti stranieri arrivati nel nostro paese alla ricerca di lavoro, salario e magari di un po’ di sicurezza personale, spesso sconosciuta nei loro paesi di origine. E la cambierebbe anche per i loro figli/figlie minorenni, che partirebbero da una condizione di maggiore eguaglianza.
    Parliamo di un numero di persone pari a circa 2,5 milioni.

Per inciso questa modifica allineerebbe l’Italia alla maggior parte dei paesi europei.

In definitiva, al di là dei tecnicismi, un insieme di norme che, se modificate attraverso il voto popolare, migliorerebbe la condizione di larga parte dei lavoratori/lavoratrici del nostro paese, aprendo, dopo decenni di arretramento, una possibilità di recuperare diritti e forza contrattuale.

Certo la via referendaria non cancella la necessità di una ripresa del conflitto e delle lotte, soprattutto sui temi generali (pensiamo al salario, alla difesa dello stato sociale, alle norme di repressione contro il conflitto sociale) ma aiuterebbe i lavoratori e le lavoratrici ad uscire dalla cappa ormai trentennale imposta dalle regole liberiste e condivise dalla concertazione, sindacale e politica.

E introdurrebbe un’inversione nelle priorità : parlare di interessi concreti di classe invece di accodarsi al bellicismo e al riarmo voluto dai padroni (in Italia e nel mondo) e pagato (in Italia e nel mondo) da chi lavora.

E’ una occasione, non certo in grado di rivoluzionare il mondo, ma come tutte le occasioni va sfruttata fino in fondo: 5 si per rafforzare i lavoratori e le lavoratrici.

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