PETROLCHIMICO: UNO STUDIO SUGLI OPERAI DEL CVM 50 ANNI DOPO
Nel giugno scorso una comunicazione al 41° congresso italiano di igiene Industriale e ambientale tenutosi a Taranto aveva evidenziato che tra i 1756 lavoratori del petrolchimico di Brindisi, quelli più esposti al cloruro di vinile monomero (CVM) hanno perso due anni e mezzo di vita rispetto ai compagni di lavoro non esposti o meno esposti. Ora lo stesso gruppo di ricercatori ha pubblicato su una rivista internazionale l’aggiornamento completo di quella coorte.
Lo studio conferma un aumento del rischio di tumori del fegato, già noto nella letteratura sul cloruro di vinile. Anche il confronto con la popolazione pugliese mostra un eccesso significativo di mortalità per tumori del fegato. È emerso inoltre un possibile aumento della mortalità per tumori cerebrali, ma con maggiore incertezza statistica per il basso numero di casi. I risultati, viene evidenziato nel report, indicano “una relazione dose-risposta: al crescere dell’esposizione aumenta soprattutto il rischio per il fegato”.
Lo studio, inoltre, “valorizza per la prima volta la coorte storica raccolta” e analizzata dallo scienziato italiano Cesare Maltoni (1930-2001) nell’ambito del procedimento giudiziario conclusosi con l’archiviazione negli anni 2000 e nel quale Maltoni ebbe il ruolo di consulente della Procura della Repubblica di Brindisi. Quest’anno ricorre il 25mo anniversario della morte di Maltoni e lo studio è un omaggio a questo scienziato italiano e al suo importante contributo alla oncologia sperimentale.
Lo studio tocca un tema di forte rilevanza scientifica e medico-legale in Italia. Uno dei suoi pregi è la robustezza del follow-up (1970-2024): un arco temporale di 54 anni è straordinario per uno studio di coorte occupazionale. Molto interessante, inoltre, il “segnale” sul tumore al cervello. Rappresenta l’elemento di maggiore novità del paper e riapre il dibattito sul neurotropismo del cloruro di vinile e dei suoi metaboliti (come l’ossido di cloroetilene). In altre parole, si dà più forza ai risarcimenti dei lavoratori che, avendo lavorato col CVM, hanno avuto (o avranno) un tumore al fegato o al cervello. Si consideri che sono ancora viventi circa 600 lavoratori dell’epoca e sarebbe giusto proporre una sorveglianza medica a questi soggetti a rischio.
I lavoratori del CVM di Brindisi, lavorazione chiusa nel 1995, non erano stati oggetto di studio come quelli di Marghera e di Ravenna. Ritardo tipico delle realtà meridionali. Si ricorderà che anche nel 1976 all’incidente di Manfredonia non si diede la stessa importanza di quello di Seveso che si era verificato tre mesi prima. Sulla popolazione di quest’ultimo fu subito avviato uno studio prospettico di coorte che è andato avanti per 30 anni e ha evidenziato un eccesso di tumori del sistema emolinfopoietico (coerentemente con il tipo di tossico disperso nell’ambiente in quel contesto cioè le diossine). A Manfredonia dove la sostanza dispersa era un cancerogeno certo come l’arsenico, tutto ciò non avvenuto. Per approfondire
Gli studiosi fanno ricerche ma poi bisogna che i responsabili della salute pubblica mettano in atto misure di prevenzione o di mitigazione del danno.
Brindisi,
27 maggio 2026 https://www.salutepubblica.net/









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