Quale futuro per la Cgil?
Riflessioni per la discussione precongressuale della Cgil
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Premesso che da tanto tempo non frequento la Cgil, se non come pensionato iscritto e militante di base-base e quindi non conosco le dinamiche interne e che il dibattito interno non vede molte occasioni di discussione che coinvolga gli iscritti. Anche se questo dovrebbe, specie in tempi di grande difficoltà, essere una pratica prioritaria.
Quindi la mia una riflessione non per logiche interne ma che parte dalla situazione sociale e dalla connessione tra questa e la Cgil.
Prima considerazione, la situazione sociale (la chiamo cosi per semplicità) è peggiorata (i salari, le coperture garantite dallo stato sociale, la debolezza contrattuale nella maggioranza dei settori, l’allargamento della precarietà..).Il dato di partenza (politico) è che il declino non è nato dal governo Meloni (che ovviamente ci ha messo del suo, in coerenza con la sua linea politica) ma ha colpevoli e mandanti che rimandano ai governi passati (di CSX,tecnici, più o meno “spondati” dal centro sinistra ed anche dal sindacato in generale).Questa notazione non è motivata da passione per la storia ma dal fatto che, anche oggi, quando parli di sindacato ed anche di Cgil in tanti ti ricordano cosa( non) ha fatto per le pensioni, per i contratti, contro le leggi che legittimano la precarietà, in difesa di Mirafiori etc. Tra l’altro esagerando, ma non sempre, nel sovrapporre responsabilità della Cgil e quelle delle forze politiche di CSx, Pd in primis.
Allora l’autocritica su quei comportamenti, timidamente accennata all’ultimo congresso, dovrebbe essere la base per sancire che la Cgil è autonoma e non si fa condizionare dalle speranze, nazionali e locali, di qualche forza politica di accedere al governo ma si dà obbiettivi, condivisi con iscritti e lavoratori, su cui definisce i suoi giudizi e le sue iniziative di lotta.
Seconda questione, le grandi mobilitazioni sulla Palestina.Esplose dopo due anni di fermento e che hanno portato in piazza milioni di persone, tra cui un enorme quantità di giovani. Cogliendo di sorpresa tanti di noi, ma che hanno dimostrato nei fatti che il popolo, e non solo quello connotato a Sx, può mobilitarsi anche duramente, su valori, obbiettivi condivisi e modi ritenuti credibili .Una speranza per ogni possibilità di alternativa ma anche un allarme per la credibilità del sindacato e della stessa Cgil, che dovrebbe riflettere sulla differenza tra le mobilitazioni unitarie (3 ottobre in testa) e quelle più identitarie .
Non si tratta solo di discutere chi ha più ragione, ma anche di chi riesce ad arrivare al cuore delle persone,
in particolare dei ragazzi e delle ragazze. Non è una questione di folclore ma di chi starà nei posti di lavoro domani, chi farà il delegato/a, dove e come si formerà il futuro gruppo dirigente del sindacato (e della sinistra). Francamente non mi pare che la Cgil abbia capito il messaggio , prova ultima lo sciopero del 12 dove abbiamo perso per strada non solo il sindacalismo di base, che ha le sue responsabilità, ma soprattutto migliaia di lavoratori/trici, di cittadini/e, di giovani poco disponibili a comprendere le divisioni di piazza quando il governo attacca senza sconti sul piano sociale e su quello dei diritti e si gioca una carta enorme (economicamente e politicamente) come quella del riarmo. Penso, forse ingenuamente, che una maggiore tempestività della Cgil, un tentativo esplicito di confronto con il sindacalismo di base avrebbe potuto, forse, portare ad una lotta unitaria .
Non penso che questo sia solo egoismo di organizzazione ma anche la dimostrazione di contenuti differenti, che sono ben presenti nel corpo della Cgil : la corsa al riarmo condivisa da larga parte del campo largo, la privatizzazione dello stato sociale, maturata nel csx e mai rinnegata, i buoni rapporti con i padroni (Stellantis a Torino insegna !), una idea consociativa, comune a Cisl e Uile mai abbandonata.
Allora nel futuro cosa si potrebbe fare perchè la Cgil scelga la strada giusta ?
Francamente penso sia tramontato il tempo delle contrapposizioni ideali. Non perché non ci siano, ad esempio, differenze di valutazione sulla bontà del modello capitalistico o più prosaicamente sul ruolo della Nato e dell’Europa.
In un contesto in cui la maggioranza degli iscritti, e di lavoratori, non ha riferimenti politici e ideologici il confronto , e lo scontro, a livello congressuale e nella vita quotidiana della Cgil dovrebbe essere impostato sulle scelte da compiere e sulla coerenza tra enunciazioni congressuali e comportamenti vertenziali.
Faccio degli esempi, rischiando di banalizzare.
Siamo per il riarmo o contro? Se si, tagliamo il sostegno alle aziende produttrici di armi ed accessori, non solo a livello europeo e nazionale ma anche locale.Motiviamo lo sciopero nazionale anche contro il riarmo e poi lasciamo che si finanzi le produzioni belliche di Leonardo con i soldi di enti locali ed universita!
Siamo per lo stato sociale, allora niente trattamenti di favore (fondi, agevolazioni, convenzioni) con i privati perché la coperta è corta e ogni euro ai privati sono sottratti ai servizi pubblici.
Siamo per l’equità fiscale e allora si apra la guerra alla evasione delle imprese, delle multinazionali e degli autonomi E si chieda, senza vergognarsi, che paghino di meno i dipendenti e i pensionati, a partire dai redditi bassi e medi.
Siamo per la democrazia sindacale, facciamo una legge in cui ogni sindacato vale per i voti che prende in azienda e fuori e che i diritti sindacali non siano subordinati alle convergenze con la controparte. La vicenda Fiat/Fca/Stellantis dovrebbe averci insegnato il pericolo della logica dei diritti solo a chi firma i contratti.Partiti dagli extraconfederali e arrivati alla Fiom.
E già c’è chi parla di esclusione della Cgil, quando non firma i contratti.
Siamo per un salario adeguato e quindi niente contratti sotto il minimo decente e indicizzazione piena degli aumenti.
Sono esempi, e forse neanche le priorità, su cui si dovrebbe, a mio parere, costruire la discussione, lo scontro congressuale ed anche la scelta dei dirigenti sapendo che l’impegno centrale di questi dovrebbe essere la coerenza tra le enunciazioni delle carte congressuali e la pratica nelle vertenze generali, locali ed aziendali.
Le maggioranze e le minoranze, le sensibilità come si chiamano pudicamente oggi, non dovrebbero essere costruite sulle parole, men che meno sulle appartenenze politiche (che continuano ad essere pratica determinante) e utilizzate , a volte, per giustificare i percorsi personali , ma sulla scelta degli iscritti su programmi vincolanti e precisi, che devono valere per la stagione a venire e non possono essere stravolti dalle vicende delle forze politiche e ancora meno piegate alle loro campagne elettorali.
Mi pare che questa dovrebbe essere la modalità con cui andare al congresso della Cgil, quella su cui provare ad aggregare una rappresentanza di alternativa , certo ispirata da valori forti, ma che si misura con i bisogni fondamentali dei lavoratori di oggi e delle generazioni a venire.
In questi mesi, per quello che vale, abbiamo sentito in piazza cento volte compagni/e chiedere alla Cgil iniziative forti, unitarie e con obbiettivi precisi. Abbiamo sentito altrettante volte criticare la timidezza nei confronti delle istituzioni e dell’Europa, la subordinazione rispetto alle logiche di impresa ed anche la dipendenza dalle scelte del centro sinistra.
La vicenda della Palestina ha mostrato, e non era scontato, in modo concreto che i lavoratori/lavoratrici e il popolo possono entrare in gioco. Lo hanno fatto in modo eccezionale su una questione insieme etica e politica, dobbiamo fare in modo che possano anche pesare nelle scelte e nella azione concreta di quello che è ancora il maggior sindacato nel nostro paese.
La Cgil è una cosa troppo importante per lasciare che a deciderne le sorti sia lo scontro tra funzionari o le interferenze della politica. Lavoriamo in modo che le alternative reali siano comprensibili a tutti gli iscritti/e e che tutti/e possano liberamente scegliere.
di Giorgio Pellegrinelli
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