Quanto ci costa la mancata prevenzione in ambiente di lavoro?
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di Riccardo Falcetta
Medico del lavoro Torino
Fine Aprile 2022: viene pubblicata in Gazzetta Ufficiale la relazione intermedia della Commissione Parlamentare di “inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privati”. A fine ottobre 2021 era stato pubblicato, sull’onda (ad oggi persistente) delle numerose e quotidiane “morti bianche”, un “Decreto Sicurezza” che fuffoleggiava misure assolutamente insufficienti, meramente repressive e inutilmente vessatorie, senza accennare in alcun modo alla prevenzione (FQ 22 ottobre 2021). Nel frattempo (febbraio 2022) l’art. 41, comma 1 e 2, della Costituzione è stato così riformato: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana – (omissis)”. Significa consolidare l’idea che nessun datore di lavoro può mettere a rischio, e in nessun modo, la salute dei lavoratori nell’esercizio della propria attività? d’impresa. Significa affermare con maggiore incisività? che la salute e la sicurezza vengono prima di qualsiasi profitto. Si vuole evidenziare, pertanto, che costituisce un preciso obbligo delle istituzioni tecniche e statistiche, quali INL, INAIL, INPS, ISS, ISTAT etc, e ancor prima della comunità scientifica, quello di elaborare, tramite appositi studi, un indicatore della valutazione macroeconomica e macrosociale che consenta di misurare complessivamente il malessere del lavoro illegale e non.
Torniamo alla relazione della commissione parlamentare: si afferma che questo tipo di studi non è assolutamente affidabile per il fatto che, per motivi tutti “italiani”, “manca il denominatore”, come si direbbe in epidemiologia. Nonostante questo (grave) vizio metodologico, la commissione conclude che, prendendo per buoni i dati epidemiologici di paesi più affidabili dell’Italia, il costo della mancata prevenzione su salute e sicurezza e salute in ambiente di lavoro si aggirerebbe, nella migliore delle ipotesi, sul 3% del PIL (in termini assoluti circa cinquanta miliardi all’anno), nella peggiore sul 6% del PIL (cioè circa cento miliardi). Costi per i lavoratori. Costi per le imprese e per i datori di lavoro. Ma anche costi sanitari, amministrativi, giudiziari e legali. Si parla inoltre del concetto di Return On Prevention (R.O.P.), asserendo che per ogni euro investito in prevenzione primaria (cioè con l’obiettivo di ridurre il rischio alla fonte per la salute – meno malattie professionali, e per la sicurezza – meno infortuni) porta a un “ritorno economico” di 2,2 euro, con un guadagno netto del centoventi percento. Un investimento da consigliare se si parlasse di mercato azionario e di borsa. Peccato che si parla di salute e sicurezza del lavoro.
Il messaggio politico è chiaro: della salute e della sicurezza dei lavoratori, cioè della maggioranza di persone che si guadagnano la vita lavorando, non ce ne può fregare di meno.
Considerazioni finali. Duplici.
In primis, di sapore amaro: siamo in un mondo in cui al profitto economico (di pochi) si sacrifica qualsiasi beneficio di altra natura destinato alla stragrande maggioranza.
In secundis: prospetticamente interessanti: la crisi del turbocapitalismo, già latente da diversi anni, si è plasticamente palesata, in modi brutali, con la pandemia e con la recente guerra “europea”. Ciò che appare in chiara evidenza è che il modello di sviluppo turbofinanzcapitalista, ormai dominante ed egemone, non funziona più. Salvo credere che russi e cinesi propugnino modelli socialisti (uahahah!).
Per cui, per uscirne, dobbiamo essere “anticapitalisti e contro l’egemonia della finanza”. Muovendoci in direzione di una sorta di “Capitalismo umano”, lavorando alacremente per favorire l’egemonia di tutte quelle istanze che portano “profitto” al Capitale umano, cioè a chi campa del proprio lavoro. Istanze che, in sintesi, si chiamano: Qualità della vita, cioè dell’ambiente, delle relazioni, del cibo, dell’aria, dell’acqua; ma anche lavorare insieme (collaborare) per vivere e non vivere da soli (competere) per lavorare, valorizzare il tempo libero con la creatività e non, come succede oggi, annegare nella precarietà. Per ora registriamo un buon movimento di resistenza: milioni di persone in tutto il mondo si attivano per cambiare modalità. In anglosassone la chiamano “Great Resignation”. In italiano (meno fine, ma più preciso e comprensibile): “in culo alla “resilienza” e contro la mistica della sopportazione”. Abbiamo solo da guadagnarci in salute. E, come ben sappiamo, la salute non ha prezzo!
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