Riconsiderare la Seconda Guerra Mondiale da una prospettiva globale

Discorso al 15° Forum sul Socialismo Mondiale – Pechino, 3-4 novembre 2025

Il ruolo della Cina nella resistenza antifascista e la costruzione dell’ordine internazionale postbellico

di Francesco Maringiò

La grande parata militare del 3 settembre scorso per celebrare l’80º anniversario della vittoria contro l’aggressione giapponese è un’occasione preziosa per riflettere sulla storia ed i suoi insegnamenti e ragionare su come salvaguardare i risultati della guerra mondiale antifascista e l’ordine internazionale del dopoguerra.

A partire da una riflessione storiografica che, solo apparentemente, ha una valenza accademica, ma investe invece le ragioni dell’ordine internazionale postbellico.

Un nuovo dibattito storiografico

La storiografia ufficiale in Occidente individua lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale nell’invasione della Polonia nel 1939 da parte della Germania nazista. Tuttavia è necessario prendere atto che una nuova letteratura scientifica1 comincia a guardare alle dinamiche precedenti il 1939 da una prospettiva nuova, sottolineando e mettendo in evidenza il fatto che un avvenimento cruciale che segna l’avvio del conflitto su scala mondiale fu la guerra d’invasione scatenata dall’esercito imperiale giapponese contro la Cina, che portò alla Guerra di resistenza contro il Giappone, parte essenziale della resistenza mondiale antifascista. Il conflitto esplose nel 1937, dopo anni di tensioni e scontri già iniziati nel nord-est della Cina nel 1931, e si protrasse fino al 1945. Fu la più vasta guerra combattuta in Asia nel XX secolo e viene talvolta ricordata anche come l’“Olocausto asiatico”2 per la vastità dei crimini di guerra commessi dall’esercito giapponese contro la popolazione civile cinese, paragonabili a quelli perpetrati in Europa dalla Germania nazista. In Cina questa guerra è ricordata come la “Guerra di resistenza del popolo cinese contro l’aggressione giapponese”, un capitolo decisivo della lotta globale contro il fascismo, che la narrazione storiografica occidentale ha spesso trascurato o relegato a episodio marginale.

Estendere temporalmente e geograficamente i confini della Seconda Guerra Mondiale aiuta a riflettere sulle cause che l’hanno scatenata ed indagare le dinamiche che hanno coinvolto, pezzo dopo pezzo, le principali potenze dell’epoca. Un dato resta inequivocabile: dal 1931 al 1941 il popolo cinese organizza forme di resistenza all’occupazione giapponese. Nella prima fase (1931-1935) si tratta di moti a cui manca ancora una direzione nazionale unitaria (che averrà a partire dal 1935 quando viene lanciata la parola d’ordine del Fronte Unito Nazionale Antifascista) ma che tuttavia tengono impegnato l’esercito giapponese, rallentandone l’espansionismo in Asia. Questa peculiarità fa della guerra in Cina il conflitto iniziato più precocemente e durato più a lungo tra i grandi teatri della Seconda Guerra Mondiale. Per quasi un decennio, fino allo scoppio della Guerra del Pacifico, la Cina affronta da sola la macchina bellica giapponese. I fatti dimostrano che questa resistenza prolungata costringe Tokyo a concentrare enormi risorse militari sul continente asiatico, logorando l’invasore e frenando la sua capacità di proiezione in altri scenari strategici. In questo modo la Cina non solo difende il proprio territorio ma svolge un ruolo cruciale nel contenimento dell’espansionismo giapponese, impedendo che forze nipponiche venissero impiegate altrove — dall’India all’Australia, fino al Medio Oriente. Si calcola che nella guerra di resistenza all’invasione giapponese i cinesi abbiano neutralizzato 1,5 milioni di truppe nemiche, pari al 70% delle perdite militari totali del Giappone. 

Questa estensione temporale e geografica della Seconda Guerra Mondiale è anche giustificata dal fatto che la stessa vicenda cinese marca inequivocabilmente la fine del sistema di Versailles, incapace di reagire all’invasione giapponese in Cina prima e silente dopo l’olocausto dimenticato3 di Nanchino (1937).

L’organizzazione internazionale diede sul problema mancese per la prima volta la prova della sua totale impotenza di fronte all’incalzare dell’ondata di aggressione del fascismo internazionale. In questa fase gli Stati Uniti, pur trincerandosi per un certo periodo dietro il rifiuto formale di riconoscere l’insediamento giapponese in Manciuria, non fecero nulla per arginare l’espansionismo nipponico, ed anzi le aziende statunitensi trovarono nella fornitura di materiale bellico indispensabile al Giappone un’occasione insperata di lucro negli anni successivi alla grande crisi.4

Anche il macabro parallelismo tra le indicibili atrocità perpetrate alla popolazione cinese dalla famigerata Unità 731 ed i medici delle SS in Europa racconta di una sistematica sperimentazione sugli umani, usati come “cavie” per lo sviluppo di armi biologiche e chimiche. Questa disumanizzazione totale delle vittime è iniziata per prima in Asia, per poi estendersi nei campi di concentramento in Europa. Eppure, se molti dei nazisti furono processati durante i Processi di Norimberga ed alcuni medici condannati nel Processo ai Dottori, la maggior parte dei vertici dell’Unità 731, incluso il comandante Shiro Ishii, ottenne l’immunità dai processi tenuti dal Tribunale Militare Internazionale per l’Estremo Oriente, perché gli Stati Uniti offrirono loro protezione, in cambio dei dati sugli esperimenti di guerra biologica. L’Olocausto Asiatico, pertanto, non ha avuto un processo giudiziario equivalente.

Un altro aspetto rilevante è dato dall’importanza che ha avuto il “fronte orientale” sugli esiti finali del conflitto mondiale. E qui il concetto di “fronte orientale” ha una valenza duplice. In Occidente infatti si tende a raffigurare il conflitto mondiale non solo dando centralità ai teatri di guerra in Europa Occidentale, ma anche al ruolo decisivo svolto dagli Usa nell’esito finale del conflitto, bollando come propaganda ogni dibattito storiografico che punti a valorizzare il ruolo della resistenza del popolo cinese5 e di quello sovietico. Anzi: è una lettura funzionale al revisionismo storico in atto in Europa e sostenuto dalle istituzioni europee e che ha trovato il suo punto di approdo nel varo della Risoluzione sulla rilevanza della memoria europea per il futuro dell’Europa (2019)6 dove si afferma che la Seconda Guerra Mondiale fu provocata direttamente dal Patto Molotov-Ribbentrop del 1939. Per ragioni geopolitiche si vuole così cancellare in Occidente il ricordo dell’immane tributo di sangue versato dall’Unione Sovietica e dalla Cina che, nella lotta antifascista, hanno avuto rispettivamente 27 e 35 milioni di vittime. Per questa via, si vuole negare il contributo decisivo del fronte orientale in Asia, combattuto dai cinesi ed in Europa, combattuto principalmente dai sovietici.

Infine, ma non meno importante, riflettere su questa estensione temporale e geografica della Seconda Guerra Mondiale impone una riflessione sulle basi ideologiche che hanno portato all’esito finale, non solo inquadrare il conflitto in uno scontro tra potenze. Già Mao in Sul governo di coalizione7 chiariva che «le due guerre mondiali rappresentano due epoche completamente diverse». La Seconda Guerra, quindi, segna uno spartiacque nella storia del mondo perché pone le basi per un ordine mondiale non più solo imperialista, dove «si avranno lotte tra le masse antifasciste e i resti delle forze fasciste, tra le forze democratiche e le forze antidemocratiche, tra le forze della liberazione nazionale e le forze dell’oppressione nazionale».

La Seconda Guerra Mondiale pone in tutta la sua forza il tema della nascita di un movimento di resistenza ed un movimento antifascista (ulteriore aspetto che, in Occidente, si vuole rimuovere). Dopo l’invasione giapponese a nord della Cina nel 1931, il Pcc lancia la parola d’ordine della costituzione di un Fronte Unito Nazionale Antifascista, in piena sintonia con gli esiti politici del VII Congresso dell’internazionale Comunista che lancia la proposta della costruzione dei Fronti Popolari e con l’iniziativa internazionalista delle Brigate Internazionali che l’anno seguente si recheranno in Spagna per prendere parte alla lotta contro il fascismo franchista. La dimensione internazionale non solo della resistenza all’avanzata del fascismo, ma proprio della costruzione di un fronte mondiale antifascista sarà evidente anche da un aspetto apparentemente minore: la partecipazione dei cinesi ai combattimenti in Birmania contro il Giappone nel 1942. Nonostante fossero impegnati in una strenua lotta in patria i cinesi (come del resto i partigiani italiani ed europei) si proiettarono sui teatri di guerra dove potevano dare concretamente il loro contributo alla sconfitta del nemico comune dei popoli: il fascismo.

L’esito della vittoria antifascista nel 1945 ha contribuito in una certa misura alla stessa vittoria della rivoluzione cinese prima ed ha reso possibile il processo di decolonizzazione nel mondo. Lo spirito di Yalta ha contribuito a porre le basi per una vittoria di lungo periodo contro la guerra ed il fascismo, ma ha anche reso possibile i processi di decolonizzazione e l’affermazione del movimento operaio e l’adozione di costituzioni avanzate in Europa occidentale. 

Per queste ragioni le parole di Xi Jinping, pronunciate dal rostro di Piazza Tian’anmen, suonano oggi importanti:

Oggi l’umanità deve nuovamente scegliere tra la pace e la guerra, il dialogo e lo scontro, la cooperazione vantaggiosa per tutti e il gioco a somma zero. Il popolo cinese si schiera con fermezza dalla parte giusta della storia e del progresso della civiltà umana. Continueremo a impegnarci sulla via dello sviluppo pacifico e collaboreremo con tutti i popoli del mondo per costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità.8

Si tratta del recupero della tradizione e dello spirito della resistenza mondiale antifascista che è stato in grado di portare il mondo fuori dalla guerra e permettere l’avanzamento delle condizioni di vita a milioni di persone sulla faccia della terra. È paradossale che proprio quei Paesi – come la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa – che in occasione dell’80° anniversario hanno maggiormente celebrato i valori della vittoria antifascista, siano oggi etichettati come “potenze revisioniste”9. Al contrario, sono le potenze ex-imperialiste, reduci da una fase unipolare e ora in declino egemonico, a mostrare la vera volontà di revisione dell’ordine internazionale scaturito dalla Seconda Guerra Mondiale. Queste potenze cercano, attraverso il bellicismo e la spinta al conflitto, di rallentare la propria caduta e di piegare il mondo ai loro interessi.

Il Fronte Unito e il Partito Comunista

Nella storia tormentata degli anni ‘30 il Pcc comprese che la resistenza all’occupazione giapponese avrebbe avuto successo solo se avesse condotto ad una “lotta di lunga durata” e questo era possibile unicamente mobilitando da un lato in profondità le masse rurali e, dall’altro, facendo appello all’unità con la borghesia nazionale dentro il Fronte Unito. In questo passaggio possiamo vedere come le posizioni di Mao si identificano, sotto taluni aspetti, con quelle dei partiti comunisti europei nell’ambito dei Fronti Popolari.

Ma il fatto che i comunisti cinesi erano nelle condizioni di mettersi alla testa di una vasta lotta nazionale antimperialista non ha significato la rinuncia ad obbiettivi più ambiziosi, come la lotta sociale agraria e quella contro i proprietari e i notabili. Nel testo Sulla tattica contro l’imperialismo giapponese10 Mao chiarisce che tra la costituzione di un vasto fronte unito antigiapponese e la continuazione della lotta per trasformare la realtà cinese c’era una sostanziale continuità. Il fronte quindi salva l’autonomia politica e militare del Partito Comunista e dell’Armata Rossa.

È incredibile la lucidità del gruppo dirigente comunista, capace di mettere da parte i contrasti con i nazionalisti, sebbene questi per una lunga fase si rifiutino di unirsi nel fronte unito per battersi contro l’occupazione giapponese. Colpisce la capacità di tenere legate le esigenze nazionali e quelle internazionali: la resistenza contro l’invasione era la via per la salvezza nazionale, sfuggendo da un asservimento ad un paese imperialista che avrebbe schiavizzato il popolo cinese ma, contemporaneamente, l’unità cinese nel fronte unito era un contributo indispensabile alla lotta mondiale contro il fascismo e per rendere davvero globale il movimento comunista internazionale e le sue parole d’ordine. 

Questo intreccio fu a fondamento anche dell’ordine mondiale postbellico. Il 1° gennaio 1942, a Washington, ventisei Paesi (tra cui Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica e Cina) siglarono la Dichiarazione delle Nazioni Unite. Questo accordo sancì la creazione ufficiale del fronte unito antifascista internazionale, stabilendo un impegno vincolante: resistere congiuntamente all’aggressione delle nazioni fasciste e rifiutare qualsiasi negoziato di pace separata. Tale unità strategica permise di isolare al massimo le forze aggressori e si rivelò cruciale per il conseguimento della vittoria finale.

Le parole d’ordine della Cina contemporanea, che esortano il mondo all’unità nelle diversità ed alla lotta per la pace ed il progresso, sono figlie di quella lunga storia.

Un altro aspetto che merita la nostra attenzione è la capacità del gruppo dirigente comunsita cinese di costruire il Partito dentro la temperie dell’epoca. Indicare la via della lotta di popolo contro l’invasione giapponese e costruire il Fronte Unito non fu soltanto un modo per salvare la Cina, ma anche per costruire un Partito in grado di mettere le proprie radici nella storia nazionale.

Molti furono i giovani contadini che nel combattere i giapponesi impararono contemporaneamente a leggere, a scrivere e a dirigere una comunità di villaggio, oltre che a servirsi dell’ideologia marxista in modo vivente e concreto. Molti altri furono, anche, gli studenti «patriottici» che nella resistenza contro il Giappone e nella lotta rurale sentirono la necessità di rivedere le basi della loro cultura ed il loro atteggiamento umano. La profonda motivazione della lotta di resistenza costituì di per sé uno dei più importanti sconvolgimenti della società cinese nel corso della guerra, proprio perché creò il terreno fecondo per quella trasformazione della cultura che ebbe negli anni dal 1937 al 1945 la sua culla a Yenan11.

Oggi, nella lotta per affermare i principi di una comunità umana dal futuro condiviso, rifuggire le spinte belliciste e lavorare attivamente in tutto il mondo per salvaguardare le conquiste della Seconda Guerra Mondiale e della guerra mondiale antifascista – a partire dalla centralità delle Nazioni Unite – nuove generazioni di comunisti cinesi raccolgono il testimone di coloro, che nella lotta contro l’occupazione giapponese ed il fascismo hanno posto le basi per costruire una Nuova Cina.

Note:

1 Cfr.: Rana Mitter, Forgotten Ally: China’s World War II, 1937–1945 (Boston: Houghton Mifflin Harcourt, 2013); Andrew Buchanan and Ruth Lawlor, eds., The Greater Second World War: A Global Perspective (Ithaca, NY: Cornell University Press, 2024); Institute of World History, Chinese Academy of Social Science, ed., A New History of World War II (Beijing: Path Publishing Group; China Social Science Press, 2025).

2 Iris Chang, The Rape of Nanking: The Forgotten Holocaust of World War II (New York: Basic Books, 1997).

3 Chang, The Rape of Nanking.

4 Enrica Collotti Pischel, Storia della rivoluzione cinese (Roma: Editori Riuniti, 1972), 305.

5 Si guardi, a tal proposito un commento sul principale quotidiano italiano il 2 settembre 2025: «La propaganda che riscrive i manuali di storia è una costante dei regimi autoritari. E su un punto Xi ha ragione: noi occidentali limitiamo l’attenzione alla seconda guerra mondiale, che vista da Pechino fu solo il capitolo finale di una vicenda molto più lunga, il conflitto dell’Asia-Indo-Pacifico scatenato dal militarismo di Tokyo fin dal 1931 con l’invasione della Manciuria. I cinesi combatterono contro i giapponesi molto più a lungo. O per essere più precisi, «una parte dei cinesi» combatteva contro l’occupazione; altri scelsero il collaborazionismo; altri ancora davano la priorità alla guerra civile contro l’avversario interno, per decidere se il paese doveva essere controllato dai comunisti o dai nazionalisti. In ogni caso i cinesi nel 1945 la guerra non la stavano vincendo, e forse non l’avrebbero vinta mai. La capitolazione del Giappone avvenne a bordo di una nave militare americana, non cinese. Perciò mentre la scenografia del regime di Pechino ha organizzato un trionfo di nazionalismo al cospetto del mondo, è utile ricordare quell’episodio». Federico Rampini, “Cina-Giappone, il revisionismo di Xi Jinping”, Corriere della Sera, 2 settembre 2025,https://www.corriere.it/opinioni/25_settembre_02/cina-giappone-il-revisionismo-di-xi-jinping-726318e3-29c2-494a-a033-83f8fc656xlk.shtml.

6 Parlamento europeo, Risoluzione sulla rilevanza della memoria europea per il futuro dell’Europa (2019/2819(RSP)), adottata il 19 settembre 2019, in Gazzetta ufficiale dell’Unione europea C 149, 14 aprile 2020, pp. 44–49; https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2019-0021_IT.html. Tale risoluzione, tuttavia, è il frutto di un lungo processo politico e che trova una sua genesi nella “Dichiarazione di Praga” (2008) e nella “Risoluzione del Parlamento Europeo sul 70º anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale” (2015).

7 Mao Zedong, Sul governo di coalizione (24 aprile 1945), in Opere scelte di Mao Tse-tung, vol. 3 (Pechino: Edizioni in lingue estere, 1969), 205–239.

8 Xi Jinping, Address by H.E. Xi Jinping at the Commemoration of the 80th Anniversary of the Victory of the Chinese People’s War of Resistance Against Japanese Aggression and the World Anti-Fascist War, 3 September 2025,https://www.fmprc.gov.cn/eng/xw/zyjh/202509/t20250904_11702313.html

9 Già il United States’ 2017 National Security Strategy definiva Russia e Cina come potenze revisioniste. Cfr: https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2017/12/NSS-Final-12-18-2017-0905.pdf

10 Mao Tse-tung, On Tactics Against Japanese Imperialism, in Selected Works of Mao Tse-tung, Vol. I, Foreign Languages Press, Peking, 1967, pp. 159–180.

11 Collotti Pischel, Storia della rivoluzione cinese, 377.

4/11/2025 https://www.marx21.it/

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *