Spazzatura, il lato invisibile della modernità
Stiamo letteralmente annegando tra i rifiuti. E il lavoro massacrante dei netturbini rende possibile l’intera civiltà umana nella società più inquinante della storia
Simon Paré-Poupart inizia Spazzatura!, un libro di memorie sui suoi vent’anni di lavoro da netturbino, spiegando perché ha ricominciato a bestemmiare. Aveva promesso ad alcuni amici credenti che non lo avrebbe fatto più. Poi, un giorno, salta giù dal camion e trova diciotto sacchi di rifiuti sovraccarichi incastrati tra due auto parcheggiate male. Pieni di detriti edili e chiodi. Se si fosse fatto male trasportandoli, sarebbe stata colpa sua. Se avesse graffiato una delle due auto infilandosi nello spazio stretto, anche quella sarebbe stata colpa sua. Il proprietario di casa, intanto, osservava la scena da dietro le tende.
«È allora – scrive Paré-Poupart – proprio allora, è più forte di te, e lanci un grido di rabbia». Bestemmiare è tutto ciò che ti resta. Il proprietario di casa si trasforma rapidamente nel «bravo borghese» proprietario di un acquario, mentre lo spazzino viene ridotto alla «alla bestia insignificante che pulisce i vetri». Nel giro di poche pagine, Paré-Poupart evoca Sisifo, Georges Bataille, Victor Hugo e René Descartes; descrive il liquame dei rifiuti come «l’acqua santa che ti battezza»; e spiega che «è bestemmiando che diventi davvero un netturbino».
Paré-Poupart ha trascorso più di vent’anni a raccogliere rifiuti a Montreal e dintorni. Secondo le sue stime, ha trasportato quasi settantamila tonnellate di immondizia. Noi spazzini, scrive, «cancelliamo le macchie della società dei consumi». Il loro lavoro impedisce che l’intero edificio crolli. Rende possibile vivere alla maggior parte delle persone, rimanendo pressoché invisibile. L’illusione che vuole smantellare è semplice: «Niente scompare per magia». «Essere un netturbino è di per sé un atto di autolesionismo», scrive Paré-Poupart. Il ritmo di lavoro distrugge spalle, ginocchia, polsi e schiena. Il complimento più grande che un netturbino possa ricevere è semplice: «Sei una macchina». Ma se diventare come una macchina è la norma, si chiede Paré-Poupart, cosa viene esattamente richiesto al lavoratore? Se esiste il bisogno di lavorare a questo ritmo disumano non è forse un segno inequivocabile che stiamo annegando nei rifiuti?
È una domanda a cui il libro torna continuamente. Nessuno sul camion della spazzatura ha deciso che i prodotti dovessero diventare più economici, più fragili e più difficili da riparare, o che i Comuni dovessero smaltire quantità sempre maggiori di rifiuti con un numero sempre minore di lavoratori. Chi si occupa della raccolta dei rifiuti eredita queste decisioni.
Il che porta Paré-Poupart fino ai cassonetti della raccolta differenziata. Ci ritorna con un’ossessione comica. Sono cassonetti troppo pesanti d’estate e ancora di più d’inverno. Si riempiono d’acqua piovana. Si congelano trasformandosi in cumuli di neve. Finiscono per far spargere la carta per strade intere. «I contenitori sono stati concepiti, selezionati e acquistati da persone che non hanno probabilmente mai lavorato come netturbini», scrive. «E non si sono nemmeno mai presi la briga di consultarne uno, ovviamente!».
L’inverno è il periodo in cui tutto precipita. L’autore invita a immaginare la raccolta differenziata trasformarsi in una disciplina olimpica: concorrenti che trascinano bidoni della spazzatura stracolmi sui cumuli di neve, si destreggiano tra le auto parcheggiate, lottano per staccare i contenitori congelati prima di correre di nuovo al camion per ricominciare tutto da capo.
Gettare la spazzatura ha un proprio stile. I percorsi hanno un loro ritmo. Ti-Chris, il leggendario collega che, a detta di tutti, una volta gettò una lavatrice nel camion con una sola mano, è il tipo di figura singolare che sembra esistere in ogni luogo di lavoro. Gli addetti alla raccolta dei rifiuti si riconoscono dal modo in cui si muovono. Victor Hugo definì le fogne «la coscienza della città». Paré-Poupart sostiene che i rifiuti «dissipano i miraggi, pareggiano le condizioni, dicono tutto, almeno a chi li sa ascoltare».
La vista dal retro del camion
I netturbini hanno una loro gerarchia. L’immondizia è al primo posto, il riciclo viene subito dopo e il compost è all’ultimo. Per chiunque non sia del settore, questa gerarchia sembra capovolta. Il riciclo è più pulito. Il compost è più ecologico. L’immondizia è semplicemente immondizia. Ma la raccolta dei rifiuti indifferenziati lascia la massima libertà di organizzare il percorso in autonomia. I camion si riempiono rapidamente. Il ritmo raramente si interrompe. Gli operatori esperti improvvisano. La raccolta del compost, al contrario, «può diventare un cazzo di orrore burocratico!». «Più gli operatori si sentono liberi di gestire il proprio lavoro», scrive Paré-Poupart, «meno si sentono controllati».
I cassonetti per la raccolta differenziata sono stati progettati da persone che non li hanno mai trasportati. I percorsi sono stati organizzati da persone che non li hanno mai percorsi. I supervisori spiegano il lavoro a persone che lo svolgono da decenni. In ogni pagina di questo libro, qualcuno che non è mai salito sul retro di un camion sta riorganizzando la vita di chi lo fa.
In un’azienda privata di smaltimento rifiuti, Paré-Poupart e i suoi colleghi tentano di organizzare un sindacato. Vogliono salari più alti e che la dirigenza tenga conto del loro «punto di vista e delle loro competenze». Invece si ritrovano con telecamere installate nelle cabine dei camion, consulenti e capi che considerano l’esperienza un ostacolo anziché una risorsa.
«Se non siete contenti, ragazzi, andatevene», dice loro un manager. «Tanto gente senza titolo di studio pagata venti dollari l’ora ne trovo quanta ne voglio».
Il presupposto che la raccolta dei rifiuti sia semplicemente ciò che fanno le persone senza alternative emerge in tutto il libro. Paré-Poupart ha lavorato part-time mentre conseguiva la laurea e poi il master, alternando turni alla guida di un camion a giornate trascorse in aula e in biblioteca. Ciononostante, continua a gettare la spazzatura. Quando un cittadino fastidioso gli dice «potevi studiare» invece di fare questo lavoro, Paré-Poupart risponde di avere già un master. Ma l’uomo non gli crede.
«Il riciclo è magia – scrive Paré-Poupart – o meglio, un gioco di prestigio». L’operatore ecologico fa sparire bottiglie, cartone e plastica – «tadaaa!» – e tutti gli altri hanno la sensazione che il problema sia stato risolto. Il suo obiettivo critico non è tanto il riciclo in sé, quanto la narrazione intorno a esso. La riduzione, sostiene, viene invece trattata con superficialità, perché produrre meno rifiuti genera ben pochi profitti. Il riutilizzo lo stesso. Il riciclo invece lascia intatto lo stesso sistema, promettendo al contempo responsabilità ambientale A questo punto, il bidone ecologico non è più un simbolo di virtù ambientale. È solo un altro ingombrante dispositivo progettato da qualcuno che non ha mai dovuto trascinarlo tra le auto parcheggiate.
Il percorso di Simon poi lascia Montreal. Lo fa attraverso un capitolo in cui Paré-Poupart segue il flusso del riciclo dal Quebec al Vietnam, basandosi sulla ricerca dell’antropologa Mikaëla Le Meur nel villaggio del riciclo di Minh Khai. Sacchetti del latte e contenitori dello yogurt diventano balle di plastica scaricate a Minh Khai, in Vietnam, dove le donne trascorrono dieci ore al giorno ad aprire, lavare, smistare e separare i rifiuti spediti da paesi più ricchi. Paré-Poupart cita il racconto di Le Meur riguardo a un’operaia che chiede se lavori come il suo esistano in Francia. Alla risposta che in effetti non esistono, lei risponde semplicemente: «Allora portatemi con voi in Francia».
Altrove scrive che ciò che distingue i paesi ricchi da quelli poveri non è il fatto che uno produca rifiuti e l’altro no. Entrambi li producono. La differenza sta nel fatto che uno gode del «privilegio di sbarazzarsi dei propri rifiuti», mentre l’altro li eredita.
Dove finisce la spazzatura
Rispetto alla produzione, al processo lavorativo, o alla logistica, il tema dei rifiuti ha occupato un posto relativamente modesto nella letteratura politico-economica. Eppure esiste un importante corpus di studi sull’argomento. Picking Up di Robin Nagle, un’etnografia degli operatori ecologici di New York, rimane uno dei migliori resoconti del lavoro che mantiene in vita una città, dimostrando che la raccolta dei rifiuti merita di essere compresa come un lavoro qualificato e indispensabile. Giants of Garbage di Harold Crooks ha ricostruito come l’assenza di un controllo pubblico democratico sulla raccolta dei rifiuti abbia permesso alla criminalità organizzata di dominare il settore in modo straordinario. Studiosi come Zsuzsa Gille, Martin O’Brien e Josh Lepawsky hanno tutti trattato i rifiuti come un problema di economia politica piuttosto che di igiene urbana. Spazzatura! è un gradito contributo a questa tradizione.
Verso la fine del libro, Paré-Poupart cita brevemente l’osservazione di Zygmunt Bauman secondo cui le società moderne producono «rifiuti umani» oltre a rifiuti materiali. È una conclusione appropriata per un’opera autobiografica che ha dedicato le sue pagine a mostrare con quanta facilità anche i lavoratori addetti alla gestione dei rifiuti scompaiano dalla vista delle altre persone. La società dei consumi si basa sul rendere certe persone usa e getta, al pari degli oggetti che vengono pagate per spostare.
All’inizio del libro, Paré-Poupart afferma di voler dimostrare che nessun lavoro è inferiore a un altro. Alla fine della lettura, è difficile dubitarne. Mostrando cosa richieda realmente la raccolta dei rifiuti – abilità, discernimento e know-how accumulato – rivela anche quanto della società moderna diventi visibile dal retro di un camion della spazzatura.
Ciò che rimane impresso nella mente del lettore, tuttavia, sono i piccoli dettagli dei percorsi stessi: sacchi della spazzatura incastrati tra le auto parcheggiate, bidoni per la raccolta differenziata congelati nella neve, cabine di camion dotate di telecamere, sacchi di latte in arrivo in Vietnam. Insieme, questi dettagli rivelano una società che appare ben diversa vista dal cassone di un camion della spazzatura rispetto a come appare vista dal marciapiede.
*Alex N. Press è un giornalista di Jacobin, si occupa di organizzazione sindacale. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.
17/10/2026 https://jacobinitalia.it/










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