“Suicidio” nel carcere di Ravenna

Raccogliamo l’invito della madre di Giuseppe Defilippo ”molte coscienze dovrebbero interrogarsi

Ovviamente l’ambito del processo penale non è esaustivo circa la discussione su quale strategia adottare per prevenire un fenomeno così drammatico come il suicidio in carcere (e i suicidi in generale). Per cause di forza maggiore non conosciamo le “carte” del processo a Defilippo, tuttavia riteniamo significativo che l’evento abbia visto chiavi di lettura non unanimi per quel che riguarda la sentenza di assoluzione. Se questo è ovvio per quel che riguarda accusa e difesa non è affatto scontato per quel che riguarda l’orientamento del pm e del giudice; ci sarà un giudizio di appello? Ci sarà un procedimento in sede civile? Pur non avendo intenzione di interferire (per rispetto dei sentimenti di lutto dei familiari) noi speriamo di sì.

La prevenzione del suicidio necessita di un impegno maggiore di quello insufficiente e a volte del tutto aleatorio che vediamo nei fatti; i numeri” (si tratta ovviamente di persone, non di cifre) sono terribili. La prevenzione non deve fare affidamento sull’ azione e sulle capacità di previsione di un singolo operatore della sanità penitenziaria ma deve contare su un approccio sistemico che tenda ad eliminare alla fonte le pulsioni suicidogene; e non faccia dunque affidamento solo su una condotta custodialistica associata a prescrizioni di psicofarmaci i cui effetti collaterali troppo spesso sopravanzano gli effetti benefici (ammesso che esistano). Occorre tentare di azzerare il sentimento di solitudine e – come recita la letteratura psichiatrica – di helplessnes (cioè la sensazione di trovarsi in un vicolo cieco senza possibilità di essere aiutati).

Ma la gestione custodialistica soffoca alla radice le prassi che potrebbero rompere i sentimenti di disperazione e di solitudine. I sintomi e i segnali di una realtà isolata (appunto le carceri) senza osmosi tra interno ed esterno sono fin troppi e quotidiani. Le carceri sono circondate da fossati popolati da metaforici ma feroci pesci carnivori. Chiuse come cisti impenetrabili con barriere burocratiche che potrebbero far saltare i nervi a chiunque; il carcere di Parma (regione Emilia-Romagna consenziente) per esempio ha inventato una «tassa sul buon samaritano» a carico del medico che entra in carcere, in attività di volontariato, per visitare un suo paziente. In più ha inventato un contratto di comodato necessario per entrare in un ambulatorio…

In generale nelle carceri il medico di fiducia trova grandi ostacoli burocratici per entrare e per accedere alla documentazione sanitaria del suo assistito. Se poi il medico o psicologo o lo psicoterapeuta, in una epoca in cui pur dilaga la telemedicina, chiede la possibilità – piuttosto che fare centinaia di kilometri – di poter contare su colloqui “da remoto” (magari frequenti/settimanali) l’impresa pare sovrumana. Si vuole continuare a negare la linea telefonica nella cosiddetta “stanza di pernottamento”?

Una battaglia sostenuta con decisione da un cappellano del carcere di Sollicciano a cui il DAP e il ministero più che rispondere negativamente (motivando) non hanno risposto nulla. La situazione è evidente: “il carcere non ce la fa” ma impedisce a chi forse potrebbe costruire un «patto antisuicidio» (**) di poterlo fare. Presunzione di autosufficienza, drammaticamente smentita dai fatti, e trasparenza zero, Nel capitolo “trasparenza zero” si inserisce anche l’ostinato rifiuto della Ausl Romagna che, più volte interpellata, non solo di fatto nega l’accesso ai rapporti semestrali della carceri ma, in perfetto “stile penitenziario” semplicemente non risponde. Neppure risponde sulle bombolette di gas, il secondo strumento suicidario utilizzato in Italia. Silenzio totale; nonostante le bombolette comportino un rischio estremamente elevato si preferisce tacere benché le motivazioni dell’esposizione a un rischio (evitabilissimo) siano fin troppo evidenti: affondano nell’incuria e nel disconoscimento dei diritti umani delle persone private della libertà.

Mi è successo – in visita a un OPG (ospedale psichiatrico giudiziario) molti anni fa – di non riuscire a far passare un romanzo dello scrittore russo preferito dal mio paziente. Il motivo: copertina di cartone rigida.

Lo abbiamo già detto: non è il custodialismo la strada maestra della prevenzione del suicidio; è solo una “ultima spiaggia”.

Fallisce persino la strategia custodialistica: Foucault ha descritto il sistema carcerario come improntato alla prassi di “sorvegliare e punire”. Ma il sistema si è talmente deteriorato che è scomparso persino il «sorvegliare» ed è rimasto il “punire” (come è già accaduto, anni fa, in una cella della questura di Bologna).

Un abbraccio ai genitori di Giuseppe Defilippo e un invito a continuare a battersi per la giustizia.

Vito Totire, psichiatra: è portavoce del centro Francesco Lorusso di Bologna e co-animatore (con tanti altri/e) del gruppo di auto-aiuto «Per non morire di carcere».

(**) secondo le linee guida del «Centro per la prevenzione del suicidio» di Los Angeles.

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