Tagli al Fondo unico per l’audiovisivo: ancora una stangata alla cultura da parte del Governo Meloni.

Sulla scia di un percorso che mira a ridurre e indebolire i presidi di cultura (e quindi di libertà e democrazia) portato avanti dalle destre nel nostro paese e a livello internazionale, la bozza di legge di Bilancio per il 2026 pubblicata in questi giorni presenta numeri drammatici e scandalosi per quanto riguarda i tagli previsti per il comparto audiovisivo italiano.

Il Fondo unico per l’audiovisivo, istituito per sostenere il settore durante la pandemia di covid-19 e già progressivamente ridotto nel tempo, passerebbe dagli attuali 700 milioni di euro a 550 nel 2026 e 500 nel 2027. Un taglio sostanzioso come non se ne vedevano da anni e che metterebbe a rischio la sicurezza lavorativa di almeno 120.000 lavoratori e lavoratrici impiegati/e nel settore, un numero che cresce visibilmente se si pensa all’indotto che gli gira attorno.

Il cinema e l’audiovisivo sono elementi centrali della produzione culturale di un paese, baluardi della creazione di immaginari, sguardi sul mondo e spirito critico. Ma dietro ad ogni inquadratura, ad ogni fotogramma, ad ogni scena che comprare sullo schermo ci sono centinaia di persone che lavorano e per le quali quel mondo significa stabilità economica, possibilità di vita e dignità. Donne e uomini che già da anni rivendicano condizioni di lavoro migliori e contratti più dignitosi, alle quali il governo risponde con una cesoia che sembra proprio una mannaia scagliata su un settore che non si è ancora allineato al progetto culturale della destra.

Per queste lavoratrici e questi lavoratori chiediamo:
L’immediato ripristino della dotazione originaria del Fondo unico per l’audiovisivo;
Un progetto di welfare per le varie professionalità coinvolte nel settore;
Una legislazione chiara, equa e definitiva che attui il risanamento del settore.

Giulio Cecchi

Responsabile cultura e formazione dei Giovani Comunisti/e PRC

27/10/2025

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