Taser, l’illusione di un’arma sicura e la scia di morte che smentisce la narrazione

di Marco Nesci

Introdotto come un’opzione di forza intermedia, il Taser è stato presentato alle forze di polizia e all’opinione pubblica come l’arma “meno letale” per eccellenza, un ponte tecnologico tra il manganello e la pistola d’ordinanza. La sua promessa era quella di neutralizzare le minacce senza causare lesioni gravi o la morte, offrendo una soluzione apparentemente sicura per gestire situazioni critiche. Tuttavia, questa narrazione rassicurante si scontra con una realtà drammatica, documentata da un crescente numero di decessi in tutto il mondo. La recente adozione di quasi 5.000 di questi dispositivi in Italia e le fatalità che ne sono seguite hanno trasformato un dibattito lontano in una questione di pressante attualità nazionale, sollevando un interrogativo fondamentale: stiamo davvero parlando di un’arma sicura?

Un bilancio globale ignorato

Mentre in Italia si discuteva della sua introduzione, a livello internazionale i dati dipingevano già un quadro allarmante. Un’inchiesta monumentale dell’agenzia di stampa Reuters ha documentato oltre 1.000 decessi negli Stati Uniti avvenuti dopo l’uso del Taser da parte della polizia dal 2000 in poi. L’analisi dei referti autoptici ha rivelato che in almeno 153 di questi casi, i medici legali hanno citato esplicitamente il Taser come causa o fattore contribuente alla morte. Il profilo delle vittime è altrettanto sconcertante: il 90% era disarmato e circa un quarto soffriva di disturbi mentali o neurologici.

Parallelamente, l’organizzazione per i diritti umani Amnesty International monitora da decenni questa scia di morte, registrando già oltre 500 decessi entro il 2012. Anche i loro dati confermano che la stragrande maggioranza delle vittime era disarmata. A fronte di queste cifre, la difesa del produttore, Axon, che parla di una sicurezza del 99,75% e riconosce solo 24 decessi diretti (principalmente per cadute o incendi), appare come un tentativo di minimizzare una realtà innegabile attraverso una definizione di “causalità” estremamente restrittiva. La verità è che, sebbene il Taser non uccida sempre, può innescare una catena di eventi fatali in soggetti vulnerabili.

Il rischio nascosto, cosa accade al corpo

La pericolosità del Taser risiede nei suoi effetti fisiologici, spesso imprevedibili. Il rischio più grave è quello cardiaco. Studi scientifici hanno dimostrato che la scarica elettrica, specialmente se i dardi colpiscono il torace, può interferire con il ritmo del cuore, causando aritmie ventricolari e arresto cardiaco. Questo pericolo è esponenzialmente più alto in persone con patologie cardiache non diagnosticate, sotto l’effetto di stupefacenti o in uno stato di forte agitazione.

Oltre al cuore, anche il cervello subisce un impatto significativo. L’esposizione a una scarica di Taser può non solo innescare crisi epilettiche, ma anche causare un deterioramento cognitivo temporaneo ma profondo. Uno studio ha rilevato che, per circa un’ora dopo la scarica, i soggetti mostrano deficit nella memoria e nell’apprendimento paragonabili a quelli riscontrati in casi di demenza. Ciò solleva gravi dubbi sulla capacità di una persona appena colpita di comprendere e rinunciare consapevolmente ai propri diritti legali. A questi si aggiungono i rischi di traumi da caduta incontrollata e le ferite da penetrazione dei dardi in zone sensibili del corpo.

Il contesto italiano, protocolli inadeguati e morti annunciate

L’Italia ha adottato il Taser dopo un lungo iter legislativo, dotandosi di protocolli operativi che, sulla carta, sembrano rigorosi: avvertimenti verbali, uso di un arco elettrico deterrente e l’obbligo di mirare alle parti inferiori del corpo. Tuttavia, la realtà ha dimostrato l’inadeguatezza di queste precauzioni. Dal 2023, si contano almeno cinque decessi avvenuti in prossimità temporale dell’uso del Taser da parte delle forze dell’ordine. I casi di cronaca di Olbia e Genova, dove le vittime erano persone in stato di forte agitazione e in un caso con una cardiopatia nota, hanno acceso un’aspra polemica. Da un lato, i sindacati di polizia e il governo difendono lo strumento come “imprescindibile” ; dall’altro, le organizzazioni per i diritti umani lo definiscono uno “strumento di tortura legalizzata”.

Un’arma da ritirare, senza compromessi

L’analisi dei dati internazionali, delle evidenze mediche e dei recenti fatti di cronaca italiani porta a una sola, ineludibile conclusione: la definizione di “meno letale” attribuita al Taser è un’illusione pericolosa e fuorviante. Le prove dimostrano che si tratta di un’arma con un potenziale letale intrinseco e imprevedibile, che si manifesta con particolare ferocia contro le persone più fragili e vulnerabili della nostra società.

Di fronte a questa realtà, esprimo la mia più assoluta e ferma contrarietà all’uso di questo strumento. L’idea che protocolli più stringenti o una formazione più approfondita possano mitigare il rischio è un’ipotesi smentita dai fatti. Nessun addestramento può permettere a un agente di diagnosticare una cardiopatia nascosta o di valutare lo stato psicofisico di una persona nel caos di un intervento. Il problema non risiede nelle regole d’ingaggio, ma nello strumento stesso.

Affidare alle forze dell’ordine un’arma che può uccidere in modo così casuale e discriminatorio è una scelta irresponsabile che mette a repentaglio la vita dei cittadini. La sicurezza degli operatori è fondamentale, ma non può essere barattata con l’introduzione di uno strumento che ha già causato troppe morti. Per queste ragioni, non vi è altra via percorribile se non quella del ritiro immediato e definitivo del Taser da tutte le dotazioni delle forze dell’ordine italiane. La tutela della vita umana deve avere la priorità assoluta, e il Taser ha dimostrato di essere incompatibile con questo principio.

22/8/2025 https://www.apcinkiesta.it/

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