Trump: la nuova dottrina Monroe in chiave imperial-isolazionista   

Il ripiegamento strategico degli Stati Uniti in un’ottica di egemonia regionale.

chiave aggressiva, spostando la strategia statunitense verso l’egemonia nell’emisfero occidentale. La bozza della National Defense Strategy 2025, resa nota da Politico, rende prioritaria la difesa degli interessi nel «cortile di casa» rispetto alla minaccia cinese, segnando un ripiegamento strategico. Le radici di questa svolta affondano nel post Guerra Fredda, quando la strategia del neocon Wolfowitz sancì il passaggio degli alleati a rivali economici. Oggi, Washington unisce protezionismo (dazi universali al 10% legati all’allineamento geopolitico) e militarizzazione dei confini, esortando gli alleati a maggiori responsabilità. Mentre critiche interne temono un indebolimento della deterrenza globale,  Trump rivendica una «liberazione» dell’esercito dalla cultura «woke» e un ritorno allo «spirito guerriero» domestico. Una riformulazione imperiale della Dottrina Monroe che ridefinisce gli equilibri globali.

In un mondo segnato da crescenti tensioni geopolitiche e dalla ridefinizione degli equilibri globali, la strategia di ripiegamento strategico degli Stati Uniti verso l’emisfero occidentale assume contorni sempre più definiti. È evidente che Washington sta ricalibrando le sue priorità verso una difesa più concentrata sugli interessi nazionali e sull’egemonia nel proprio «cortile di casa».

Gli ultimi sviluppi nella politica estera americana, con le continue rivendicazioni su aree come lo stretto di Panama e la Groenlandia, unitamente alle pressioni economiche su alleati storici, confermano una tendenza che sta rimodellando gli assetti internazionali. Mentre la Cina espande la sua influenza globale e l’Europa ricerca una maggiore autonomia strategica, l’amministrazione Trump sembra perseguire con determinazione una visione che richiama esplicitamente la Dottrina Monroe in chiave contemporanea. Enunciata dal presidente James Monroe nel 1823, quando le nuove repubbliche latinoamericane appena indipendenti temevano il ritorno delle potenze europee, alla fine del secolo la dottrina divenne strumento per l’espansione statunitense nel continente.

L’approccio della dottrina Monroe 2.0, che unisce protezionismo economico e riduzione dell’impegno militare oltre oceano, solleva interrogativi sul futuro della governance multilaterale e sugli equilibri di potere nel XXI secolo. Questa rinnovata enfasi sull’egemonia regionale non è però un’improvvisa virata, ma l’attualizzazione di una visione strategica le cui radici affondano in un snodo storico cruciale. Ossia a quando, alla fine della Guerra Fredda, gli alleati politici e militari degli Stati Uniti divennero ufficialmente i suoi rivali economici.

James Monroe, ritratto da John Vanderlyn nel 1816. Foto Wikimedia Commons. Licenza CC0 1.0.
James Monroe, ritratto da John Vanderlyn nel 1816. Foto Wikimedia Commons. Licenza CC0 1.0.

Nel settembre 1989, quando la tenuta del blocco sovietico manifestava evidenti segnali di cedimento, il direttore della Cia William Webster dichiarò che, con il graduale superamento della logica bipolare che aveva caratterizzato la Guerra fredda, «gli alleati politici e militari dell’America sono ora i suoi rivali economici».

Il concetto fu ribadito pubblicamente all’interno del Defense Planning Guidance per il quinquennio 1994-1999, elaborato dagli strateghi del Pentagono e adottato formalmente dall’amministrazione Bush il 16 aprile del 1992 in una versione ben più smussata ed edulcorata rispetto alla bozza originaria datata 18 febbraio e pervenuta per vie traverse al New York Times. In confronto alla versione iniziale, il testo definitivo si esprimeva con toni ben più diplomatici, pur lasciando chiaramente trasparire la volontà statunitense di riconoscere un ruolo meramente accessorio nella gestione delle crisi future sia a organizzazioni internazionali quali l’Onu sia ai Paesi alleati.

Uno dei passaggi di maggiore rilievo ravvisabili nel documento iniziale e puntualmente espunti da quello finale era destinato ad assumere una valenza straordinariamente profetica, perché poneva in evidenza la necessità del ricorso preventivo alla forza militare come strumento di eliminazione di minacce individuate esplicitamente o identificate come possibili. Nell’ottica degli autori del Defense Planning Guidance del 1992, gli esorbitanti livelli di indebitamento e la posizione pesantemente deficitaria in termini di commercio con l’estero richiedevano il mantenimento di spese militari elevate. Motivo: nel contesto post Guerra fredda, la sicurezza degli Stati Uniti sarebbe venuta a dipendere dalla soverchiante superiorità militare rispetto a qualsiasi competitore o coalizione di competitori.

La bozza originaria del documento segnava un’inversione delle priorità rispetto al periodo immediatamente successivo alla fine della Seconda guerra mondiale. Al tempo, tramite il Piano Marshall e la sua speculare versione giapponese, gli Usa avevano definito la loro strategia di controllo della stabilità internazionale su basi economiche e non militari. Nel nuovo scenario rivoluzionato dal crollo dell’Unione Sovietica, viceversa, «l’impressione che l’ordine mondiale continua a essere garantito dagli Stati Uniti sarà un importante fattore di stabilizzazione», specie per «convincere i potenziali concorrenti che non hanno bisogno di svolgere un ruolo più attivo o di adottare un atteggiamento più assertivo per difendere i loro legittimi interessi».

Il Muro di Berlino davanti alla Porta di Brandeburgo nel febbraio 1979, ai tempi della Guerra fredda. Foto Ad Meskens / Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 4.0.
Il Muro di Berlino davanti alla Porta di Brandeburgo nel febbraio 1979, ai tempi della Guerra fredda. Foto Ad Meskens / Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 4.0.

Vale la pena ricordare che uno dei principali artefici del Defense Planning Guidance fu Paul Wolfowitz, che in qualità di sottosegretario alla Difesa ed esponente di punta dell’ala neoconservatrice aveva guardato con favore alla catena di spedizioni punitive a scopo dimostrativo effettuate nel corso degli anni Ottanta (Grenada, Libia, Panama). Wolfowitz identificava proprio nella prosecuzione dell’aggressivo modus operandi sdoganato dall’amministrazione Reagan la chiave di volta per consentire a Washington di preservare la propria supremazia geopolitica. Predominio che era ormai dipendente dalla speciale ed esclusiva facoltà di attingere dalle risorse mondiali in maniera virtualmente illimitata attraverso l’espansione continua del potere d’acquisto monetario garantita dall’emissione di titoli.

Lo scorso 5 settembre, a oltre un trentennio di distanza dalla formalizzazione della «Dottrina Wolfowitz», il sito Politico scriveva che la bozza della National Defense Strategy per il 2025, giunta sulla scrivania del segretario alla Guerra Pete Hegseth alla fine di agosto, attribuisce la priorità alla tutela degli interessi statunitensi nell’emisfero occidentale rispetto alla gestione della «minaccia cinese». Lo avrebbero confidato all’influente quotidiano ben tre funzionari statunitensi con accesso al testo completo, in cui si delinerebbero i contorni di un «ripiegamento strategico» in pieno stile.

L’inversione di rotta dovrebbe trovare riscontro anche in altri due documenti chiave di imminente pubblicazione. Vale a dire il Global Posture Review, che definisce il posizionamento delle forze militari statunitensi a livello planetario, e il Missile Defense Review, che illustra la collocazione dei vari sistemi statunitensi di difesa aerea e fornisce raccomandazioni circa il loro rischieramento. Secondo le fonti raggiunte da Politico, «i tre documenti saranno interconnessi in molti modi. Entrambi sottolineeranno la necessità di esortare gli alleati ad assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza, mentre gli Stati Uniti concentreranno gli sforzi in teatri di più stretta prossimità».

Le rivelazioni formulate dalle «gole profonde» tratteggiano uno scenario già disegnato all’interno di un altro documento fondamentale, la User’s guide to restructuring the global trading system redatta dall’economista Stephen Miran, pubblicata lo scorso novembre dalla Hudson Bay Capital e assurta a testo di riferimento per l’amministrazione Trump. Secondo Miran, che l’attuale governo intende piazzare nel consiglio direttivo della Federal Reserve, Washington dovrebbe portare avanti una linea d’azione particolarmente aggressiva, che colleghi politiche commerciali e sicurezza nazionale, avvalendosi anzitutto dei dazi come strumento di pressione nei confronti dei partner.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, con il segretario generale del Partito comunista cinese, Xi Jinping, il 29 giugno 2019 al vertice del G20 di Osaka, Giappone. Foto Public Domain.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, con il segretario generale del Partito comunista cinese, Xi Jinping, il 29 giugno 2019 al vertice del G20 di Osaka, Giappone. Foto Public Domain.

Nello specifico, l’economista pone l’accento sulla necessità di procedere con un innalzamento dell’aliquota tariffaria media universale al 10% (oltre tre volte quella precedente), ma attraverso l’applicazione di dazi cuciti su misura per ogni raggruppamento di Paesi, da definire sulla scorta di indicatori riguardanti non soltanto il commercio, ma anche la sicurezza nazionale. Washington dovrebbe quindi valutare se lo Stato in questione applichi una politica tariffaria e non tariffaria discriminatoria nei confronti degli Stati Uniti; se supporti i tentativi della Cina di aggirare i dazi tramite la riesportazione; se favorisca l’elusione delle sanzioni da parte della Russia; se ottemperi ai suoi impegni in ambito Nato; se i suoi leader votino contro gli Stati Uniti in sede Onu…

L’entità del dazio da applicare a ogni scaglione verrebbe così a dipendere dal grado di allineamento dei Paesi che ne fanno parte ai dettami e agli interessi statunitensi, come chiarito da Scott Bessent già un semestre prima che Trump lo nominasse segretario al Tesoro. In sintesi, Stephen Miran suggerisce l’instaurazione di meccanismi premiali, che assicurino ai Paesi maggiormente inclini ad accogliere le istanze di Washington la possibilità di passare a una fascia tariffaria meno opprimente. Gli Stati più accomodanti otterranno tariffe inferiori e adeguate garanzie di sicurezza, a differenza di quelli recalcitranti che perderanno l’ombrello militare Usa e saranno chiamati a sostenere l’onere dei dazi statunitensi attraverso la svalutazione monetaria.

Nel suo studio, Miran non lascia adito a dubbi. «Unire un muro tariffario a un ombrello di sicurezza è una strategia ad alto rischio» scrive, «ma se funziona offre grandi vantaggi». Lo si evince dagli accordi commerciali assai penalizzanti imposti dall’amministrazione Trump a Giappone, Corea del Sud e Unione Europea. Intese che, come spiegato di recente dal segretario al Tesoro Bessent in televisione, impegnano le controparti a riciclare gran parte dei surplus accumulati mediante l’export verso gli Usa in investimenti in aziende statunitensi.

I capitali in entrata, ha affermato Bessent, andranno a costituire una sorta di «fondo sovrano» a cui il governo attingerà per promuovere la reindustrializzazione del Paese focalizzata quantomeno nei settori critici. Il segretario al Tesoro parla esplicitamente della necessità di promuovere il «de-risking» dell’economia statunitense, colmando le lacune in materia di approvvigionamento e produzione emerse plasticamente durante la crisi pandemica. Ne consegue che, qualora trovassero conferma in documenti ufficiali, le indiscrezioni riportate da Politico andrebbero a delineare un radicale cambiamento di rotta rispetto alle traiettorie strategiche seguite dagli Stati Uniti nell’ultimo quindicennio, sotto governi sia democratici sia repubblicani. Orientamento condiviso, peraltro, anche dalla prima amministrazione Trump (2017-2021), la cui National Defense Strategy collocava la deterrenza contro la Cina in cima alla scala delle priorità del Pentagono.

Donald Trump con il cappellino Maga il 19 marzo 2016. Foto Flickr. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 2.0.
Donald Trump con il cappellino Maga il 19 marzo 2016. Foto Flickr. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 2.0.

Elbridge Colby, coautore della National Defense Strategy per il 2018 e principale artefice della bozza resa nota da Politico, sembra quindi aver abbandonato il suo tradizionale approccio sino-centrico per approdare alle posizioni sposate dal vicepresidente J.D. Vance, che intende ridurre drasticamente l’esposizione militare e geostrategica degli Stati Uniti. «I tradizionali impegni assunti dagli Stati Uniti vengono ora messi in discussione» avrebbe riferito una delle tre fonti interpellate da Politico. Secondo quanto riportato dal Washington Post la National Defense Strategy in via di definizione investirebbe il Pentagono del mandato di «assegnare la priorità agli sforzi volti a sigillare i nostri confini, respingere le forme di invasione tra cui la migrazione di massa illegale, il traffico di stupefacenti, il contrabbando, la tratta di esseri umani e altre attività criminali, e deportare gli stranieri illegali in coordinamento con il Dipartimento della Sicurezza Interna».

Questo mutamento d’approccio si colloca alla base di diverse prese di posizione e provvedimenti concreti assunti dall’amministrazione Trump: dalle rivendicazioni su Groenlandia e Panama, alle ambizioni annessioniste nei confronti del Canada; dalla mobilitazione della Guardia Nazionale a sostegno delle forze dell’ordine a Washington e Los Angeles e dell’Immigration and Customs Enforcement in Oregon, alla militarizzazione del confine con il Messico; dallo schieramento di navi da guerra e caccia F-35 nei Caraibi e al largo delle coste venezuelane con lo scopo ufficiale di combattere il narcotraffico, al taglio dei fondi previsti dal programma di sostegno militare ai Paesi baltici…

Non va neppure dimenticato l’ordine esecutivo, firmato durante il primo giorno di servizio, in cui  incaricava il Northern Command di contribuire a «sigillare i confini e mantenere la sovranità, l’integrità territoriale e la sicurezza degli Stati Uniti respingendo forme di invasione, tra cui l’immigrazione illegale di massa, il traffico di stupefacenti, il contrabbando, la tratta di esseri umani e altre attività criminali». Secondo un anonimo funzionario raggiunto da Military Times, «proteggere il confine rappresenta la massima priorità per la base elettorale, e forse anche per i moderati. Quindi il mutamento [descritto nella National Defense Strategy, nda] è in linea con gli impegni assunti». Un segno inequivocabile che il fulcro degli sforzi statunitensi sta spostandosi verso l’emisfero occidentale, conformemente a una riformulazione attualizzata della Dottrina Monroe di cui la bozza della National Defense Strategy giunta per vie traverse a Politico evidenzia gli aspetti fondamentali.

Il tema è stato toccato anche durante il cosiddetto «Liberation Day dell’esercito», presentato lo scorso 30 settembre a Quantico dal presidente Trump dinnanzi a una platea composta da 800 alti ufficiali delle forze armate statunitensi, recatisi in loco dietro convocazione del segretario alla Guerra Pete Hegseth. Nel suo discorso introduttivo all’evento, Trump ha posto l’accento sulla necessità di risvegliare lo «spirito guerriero» dell’esercito, e di temprarlo all’interno dei confini nazionali. «È giunto il momento» ha affermato Trump «di distogliere l’attenzione da Kenya o Somalia, perché c’è un nemico più insidioso fra di noi […], da combattere prima che diventi incontrollabile». Un nemico incistato nelle città degli Stati Uniti indicate apertamente da Trump come «terreno di addestramento per l’esercito».

L’inversione di rotta è stata preannunciata dai licenziamenti del vecchio presidente del Joint Chiefs of Staffs, il generale Charles Q. Brown Jr., e del capo delle operazioni navali, ammiraglio Lisa FranchettiConfermato da Hegseth a Quantico una volta concluso l’intervento di Trump, il nuovo corso contempla anche una riduzione del 10% del numero di generali e ammiragli, con un picco del 20% per quanto riguarda gli ufficiali a quattro stelle, oltre alla ridefinizione delle linee dei comandi combattenti degli Stati Uniti. I tagli verterebbero sull’eliminazione delle strutture «superflue» e si inseriscono in un radicale cambio di registro rispetto al passato.

Copertina del libro “American Crusade” di Pete Hegseth (Hachette Book Group).
Copertina del libro “American Crusade” di Pete Hegseth (Hachette Book Group).

«È quasi impossibile» ha dichiarato Hegseth, «modificare alla radice una cultura con le stesse persone che hanno contribuito a crearla o ne hanno addirittura tratto beneficio. A un’intera generazione di generali e ammiragli è stato ordinato di ripetere a pappagallo la folle fallacia che “la nostra diversità è la nostra forza”». Si va dunque verso l’eradicazione della cultura woke impostasi sotto l’amministrazione Biden, da promuovere anche mediante epurazioni selettive – il segretario alla Guerra ha apertamente invitato gli ufficiali dissenzienti a rassegnare le dimissioni – e la destrutturazione sistematica dei meccanismi premiali intesi a promuovere l’inclusione e al raggiungimento di quote razziali e di genere. Non solo. Il segretario alla Guerra intende anche revocare i programmi dedicati alla diffusione di «distrazioni ideologiche», come il cambiamento climatico.

Il merito, ha sottolineato Hegseth, va recuperato come criterio supremo di selezione del personale militare, il quale sarà chiamato d’ora in poi ad adeguarsi a severi regimi in materia di dieta e allenamento, a conformare il proprio aspetto a precisi canoni estetici (niente barbe o capelli lunghi) e a sottoporsi a regolari controlli di altezza e peso. «È del tutto inaccettabile vedere generali e ammiragli grassi aggirarsi nelle sale del Pentagono e guidare i comandi in tutto il mondo» ha tuonato il segretario alla Guerra.

Quella che l’amministrazione Trump ha battezzato «giornata di liberazione per l’esercito» ha suscitato non poche perplessità e critiche. Anzitutto perché l’innalzamento strutturale degli standard atletici stride pesantemente con il progressivo deterioramento qualitativo dei cittadini statunitensi in età arruolabile, tale da aver indotto il Pentagono ad abbassare i requisiti minimi pur di conseguire gli obiettivi di reclutamento prefissati. Allo stesso tempo, la svolta annunciata da Hegseth richiede un netto cambiamento di abitudini ormai consolidate in seno alle forze armate.

Le obiezioni di maggiore rilevanza attengono tuttavia agli aspetti dottrinali. Come evidenzia il Washington Post, un certo livello di dissenso «durante il processo di stesura [della National Defense Strategy, nda] è normale, ma il numero di funzionari preoccupati per il documento, così come la profondità delle loro critiche, è insolito». Il nuovo presidente del Joint Chief of Staffs Dan Caine, in particolare, avrebbe «condiviso le sue impressioni negative con i vertici del Pentagono nelle ultime settimane […], cercando di mantenere la National Defense Strategy ancorata alla preparazione dell’esercito per scoraggiare e, se necessario, sconfiggere la Cina».

Giacomo Gabellini

24/10/2025 https://krisis.info/

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