Trump, l’Iran e la sconfitta dell’Occidente
di Marco Pondrelli
Nel giorno in cui in Russia si celebra la Giornata del Cosmonauta, dedicata al primo volo nello spazio di Jurij Gagarin, la realtà ci riporta bruscamente sulla terra. Le minacce roboanti di Donald Trump si sono sgonfiate nel giro di pochi giorni. Altro che apocalisse: resta il dubbio se gli Stati Uniti abbiano mai avuto davvero una strategia, o se abbiano semplicemente improvvisato.
Non è nemmeno chiaro se Washington abbia seriamente preso in considerazione l’uso del nucleare. Ma una cosa è evidente: la profondità storica e politica dell’Iran è stata completamente ignorata. Parliamo di una civiltà millenaria nata quando gli Stati Uniti non esistevano e quei territori erano occupati dai nativi.
La tregua reggerà? Difficile crederlo. Le condizioni per una pace reale non ci sono. Netanyahu non mostra alcuna intenzione di fermarsi, e sarebbe ingenuo ridurre tutto alla sua sopravvivenza politica: qui siamo di fronte a una strategia precisa, quella di destabilizzare il Medio Oriente.
Sul fronte opposto, Trump potrebbe già essere alla ricerca di un diversivo. Le elezioni di metà mandato si avvicinano e il fallimento iraniano pesa. Non è da escludere un nuovo fronte, magari contro Cuba, utile più alla propaganda interna che a una reale strategia internazionale.
Dentro questo caos, però, emergono alcuni punti chiari.
Primo: il ruolo di Russia e Cina. La convergenza tra Mosca, Pechino e Teheran — che tanto spaventava Brzezinski — oggi è realtà. La Cina, in particolare, non solo ha sostenuto l’Iran, ma ha anche contribuito alla costruzione della tregua attraverso il Pakistan. Risultato: Pechino si rafforza come attore globale, mentre Washington arretra. Quando Trump arriverà in Cina a metà maggio, lo farà in una posizione di evidente debolezza. E mentre gli Stati Uniti arrancano, la Cina consolida anche le relazioni con Taiwan, segno di una capacità diplomatica che l’Occidente sembra aver perso.
Secondo: l’Iran non è affatto il Paese arretrato che ci raccontano. Questa guerra ha smascherato una narrazione comoda ma falsa. Teheran ha dimostrato capacità militari, industriali e tecnologiche tutt’altro che trascurabili. La tregua non è arrivata per caso: gli Stati Uniti si sono trovati in difficoltà, con pochi missili intercettori e basi militari duramente colpite. E il fatto che l’Iran continui a rilanciare le proprie condizioni dimostra che non si sente affatto sconfitto.
Ancora più evidente è il fallimento della propaganda sul fronte interno iraniano. L’idea che la popolazione voglia un regime change e il ritorno dello shah è, oggi più che mai, scollegata dalla realtà. Anche qui, il problema è sempre lo stesso: l’Occidente guarda, ma non capisce. Racconta, ma distorce. Vale per la condizione delle donne, vale per le minoranze religiose (e ricordiamo che il regime sionista ha bombardato una sinagoga a Teheran), vale per tutto ciò che non rientra nella narrazione dominante. E mentre in Italia si protesta contro l’Iran (e purtroppo lo fa anche la sinistra), nessuno si permette di criticare l’Arabia Saudita o il Qatar (tantomeno al Parlamento europeo).
Terzo: gli Stati Uniti escono sconfitti. Se Israele continua a puntare sulla destabilizzazione, Washington esce da questa crisi senza risultati, senza una strategia chiara e con una credibilità ulteriormente erosa. Trump voleva ridisegnare il Medio Oriente, ma si ritrova con una sconfitta militare e una base interna in rivolta.
Le parole del generale Fabio Mini su ‘il fatto quotidiano’ del 10 aprile fotografano bene la situazione: Gli Stati Uniti non stanno trattando, stanno traccheggiando per riprendere fiato e spostare armi e uomini da un teatro operativo all’altro. Sanno già di non avere i mezzi per sostenere un altro teatro di operazioni ovunque nel mondo. E la guerra in Ucraina non è finita, il Medio Oriente è in fiamme, l’artico, il Pacifico e il Sud America sono ad alto rischio e gli stretti di Hormuz, Suez, Malacca, Taiwan, Panama sono tutte presidiate da forze americane con sempre minore autonomia logistica e quindi strategica.
Forse andrebbe aggiornata la celebre frase di Clemenceau: la guerra è troppo importante per essere lasciata ai politici (spesso milite esente). E se a questo si aggiungono le fragilità economiche e sociali interne, il quadro diventa ancora più inquietante: la crisi è sistemica.
Quarto: la guerra non è finita. Pensare il contrario è un errore. Le posizioni restano distanti e il rischio di una nuova escalation è reale. Ma c’è un dato che non può essere ignorato: l’Iran, nonostante i danni subiti, esce rafforzato. E questo cambia gli equilibri. A posteriori, la scelta di Trump appare per quello che è stata: un azzardo mal calcolato. Qualche ingenuo (o in malafede) continua a parlare di “esportazione della democrazia”. La realtà è sotto gli occhi di tutti: l’Occidente esporta oltre alla guerra la crisi economica.
Quinto: l’Unione europea è, ancora una volta, irrilevante. Silenziosa, divisa, incapace di incidere. L’Europa non solo non conta, ma sembra non accorgersene. Continua a raccontarsi come un modello mentre scivola lentamente in un declino che è economico, politico, militare e culturale.
Nel frattempo, gli Stati Uniti — in difficoltà — iniziano a scaricare il peso della crisi sugli alleati.
12/4/2026 https://www.marx21.it/










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