Pace e giustizia terrorizzano il potere

Michael Nagler

Per costruire un movimento potente a favore della pace e della giustizia, la gente comune deve prima capire che ci troviamo in una situazione di emergenza.

A metà degli anni ’50, a Berlino si rappresentò una versione teatrale de “Il diario di Anna Frank”. Quando si alzò il sipario, nessuno si mosse. Il pubblico era sbalordito. Era troppo presto dopo gli eventi. L’orrore del nazismo era finito, ma i segni erano ancora visibili ovunque. Per la maggior parte dei tedeschi, la ferita era ancora troppo fresca.

Quando mi trovavo a Heidelberg, circa 40 anni dopo, assistetti a una lettura del romanziere Jakov Lind, che durante la guerra si era nascosto ed era riuscito a sfuggire alla persecuzione degli ebrei nei Paesi Bassi e persino in Germania. Il suo discorso verteva interamente sulla letteratura. Non fece mai riferimento alla sua straziante esperienza (cosa che apprezzai). Alla fine uno degli studenti tedeschi lo provocò dicendo: “Ci racconti com’era sotto quei tedeschi (unter den Deutchen)”. Se ricordo bene, Lind non abboccò all’amo. Ciò che mi colpì fu il tentativo di quello studente, perfettamente comprensibile e perfettamente legittimo, di dissociare radicalmente se stesso e la sua generazione dalle atrocità ancora abbastanza recenti.

Pace e giustizia

Ci sono elementi di questa situazione che possono esserci utili oggi. Dopo tutto, se siamo perfettamente sinceri, anche noi abbiamo commesso alcune atrocità. Non mi riferisco tanto alla situazione climatica, che riceve la maggiore attenzione, quanto alle rivelazioni contenute in un recente libro del mio amico Jim Douglass, “Martyrs to the Unspeakable” (Martiri dell’indicibile), sugli omicidi di John F. Kennedy, Robert F. Kennedy, Martin Luther King Jr. e Malcom X. Riassumendo la sua recente intervista con Douglass sul libro, Robert Ellsberg ha concluso che i quattro brutali omicidi sono stati compiuti “per eliminare coloro il cui messaggio di pace e giustizia minacciava la sicurezza nazionale”.

Direi che anche la “giustizia” è secondaria. King, ad esempio, ha fatto molto per la giustizia razziale, ma è stato ucciso solo un anno dopo aver pronunciato il suo potente discorso di denuncia della guerra del Vietnam alla Riverside Church di New York. Allo stesso modo, JFK è stato molto probabilmente ucciso a causa della sua famosa apertura di rispetto e cooperazione con Krusciov (immaginate cosa avrebbe potuto fare quella cooperazione per il mondo!).

E in tono più leggero, ma comunque piuttosto convincente, potremmo considerare il satirico “Report From Iron Mountain”di Leonard Lewing del 1967, che descrive la “minaccia” della pace all’ordine prevalente, cioè allo stato di sicurezza nazionale. Questo libro è stato protetto dall’essere preso troppo sul serio dalla fantasia e dall’umorismo. È un metodo consolidato nel tempo. Pensate alle favole di Esopo e La Fontaine. Ma il libro sottolinea un punto molto serio, ovvero che tutto, dalla nostra economia al senso della vita per molte persone, dipende dalla guerra. L’élite che controlla l’ordine attuale, sia essa al governo, nell’esercito o addirittura nel mondo della criminalità, è terrorizzata dalla pace.

A questo fatto oscuro contrapponiamo l’osservazione di Sant’Agostino nella “Città di Dio”. Qui scrive che “anche a livello di valori terreni e temporali, nulla di ciò di cui possiamo parlare, desiderare o finalmente ottenere è così desiderabile, così gradito, così buono come la pace… La pace è così universalmente amata che il suo stesso nome suona dolce all’orecchio”.

Ci troviamo quindi nelle mani di un gruppo di persone che stanno guidando la civiltà nella direzione esattamente opposta al nostro desiderio più profondo. Sono in grado di esercitare un potere sproporzionato rispetto al loro esiguo numero. Controllano la narrativa che influenza il pensiero della maggioranza. Di conseguenza, controllano il nostro destino. Come dichiara il Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, un testo dell’antica India, “come sono i nostri pensieri, così sono le nostre azioni; come sono le nostre azioni, così è il nostro destino, sia esso buono o cattivo”.

Se non tutto è perduto, è perché, come disse William Cullen Bryant, «la verità schiacciata a terra risorgerà». Cioè, c’è un potere intrinseco nella verità che prima o poi verrà fuori, anche se abbiamo fatto del nostro meglio per nasconderlo. E, naturalmente, gli uomini che agiscono contro il proprio interesse sono molto più vulnerabili di quanto possano sembrare. Nel “Re Lear” di Shakespeare, il malvagio Edmund dice: “Dove non potevo essere onesto, non sono mai stato coraggioso”. Questa tensione si manifesta infatti in un fenomeno per il quale ora abbiamo un nome e prove scientifiche: il “danno morale”, il danno interiore che causiamo a noi stessi quando facciamo del male agli altri.

E forse è proprio qui che risiede il segreto profondo: non esistono “gli altri”. Per convincere la gente comune di questa profonda verità sarebbe necessario un cambiamento completo di paradigma. Un cambiamento così radicale non è impossibile; è già successo in passato, e io raccomando di trovare il modo di farlo, attuando al contempo misure più pratiche e a breve termine per elevare l’immagine dell’uomo e la comprensione umana, in modo che tali atrocità diventino sempre meno pensabili.

Dopo tutto, attingeremo alla realtà fondamentale della nostra stessa natura, identificata da Agostino e mobilitata, nel nostro tempo, da Gandhi. Sappiamo che le persone possono sollevarsi in gran numero di fronte alle emergenze, e non solo per protestare, ma per ricostruire, per aiutare gli altri anche a rischio di mettersi in pericolo (vedi il libro di Rebecca Solnit, A Paradise Made in Hell). La domanda è: come possiamo rendere le persone consapevoli che siamo in una situazione di emergenza?

Paradossalmente, sostengo che possiamo farlo rendendoci consapevoli della sacralità della vita e della dignità dell’essere umano. Nella nostra parte dello Stato, non molto tempo fa sono comparsi cartelloni pubblicitari con immagini di navi statunitensi armate di cannoni e lo slogan “Vita, libertà e ricerca di coloro che la minacciano”. In altre parole, dimenticate la felicità. Io dico: No! Cogliete la felicità, ma sappiate che essa non deriva dall’infliggere sofferenza, bensì dall’alleviarla, non dall’alienare, bensì dall’unire. In altre parole, dal sapere cosa significa essere un essere umano.

19/12/2025 https://serenoregis.org

Questo articolo è stato prodotto dal Metta Center for Nonviolence

Fonte: Waging Nonviolence, 15 dicembre 2025

Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis

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