AD una dichiarazione di guerra all’Italia dei poveri e al sud?

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di Loretta Mussi

Comitato nazionale contro ogni Autonomia Differenziata – Tavoro nazionale NO AD

Il 17 febbraio 2025 il Ministro per le riforme Calderoli ha presentato il Disegno di legge recante delega al Governo per la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni. Si persiste nella negazione del ruolo del Parlamento e, di nuovo, si demanda al governo la determinazione dei Lep per 12 gruppi di materie. Il DDL è stato approvato dal Consiglio dei Ministri.
I tempi sono strettissimi e i lavori si fonderanno sui “contributi istruttori” del CLEP (Comitato per la definizione dei Lep) e della CTFS (Commissione tecnica per i fabbisogni standard) conservandone l’orientamento. Il DDL infatti non tiene conto della sentenza 192/24 della Corte Costituzionale mentre i lavori per la futura determinazione dei Lep son stati condotti in modo tali che essi, ridotti al minimo, non potranno garantire su tutto il territorio nazionale la tutela uniforme dei diritti civili e sociali, ammesso che vedano la luce.

Si ricomincia, quindi, da capo. I 12 “settori organici di materie”, per i quali attuare la determinazione dei Lep, (“livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”), art. 117 Costituzione sono: 1) Istruzione; 2) tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, valorizzazione dei beni ambientali; 3) Tutela e sicurezza del lavoro; 4) ricerca scientifica e tecnologica e supporto all’innovazione nei settori produttivi; 5) alimentazione; 6) ordinamento sportivo; 7) governo del territorio; 8) porti e aeroporti civili; 9) grandi reti di trasporto e di navigazione; 10) ordinamento della comunicazione; 11) produzione, trasporto e distribuzione naturale dell’energia; 12) tutela e valorizzazione dei beni culturali, promozione e organizzazione di attività culturali.

Per i Lep, ammesso che siano determinati, non è stata prevista copertura finanziaria che ne garantisca l’attuazione, come richiesto dalla Corte costituzionale, quindi saranno praticamente inattuabili e inesigibili, o rinviati a tempo indeterminato fintantoché le regioni non abbiano le risorse necessarie. Ma, da dove arriveranno le risorse, soprattutto per il mezzogiorno, che dal nuovo titolo V è stato addirittura cancellato, e sul quale si accumulano omissioni e ritardi più che decennali? Cosa succederà al Sud dove mancano anche le infrastrutture di base (scuole, ospedali, strutture per l’assistenza agli anziani, strade, tram e metropolitane, bus e pullman, ferrovie…) per rendere possibile l’attuazione dei Lep? Che accadrà alle regioni piccole e povere, come il Molise, la Basilicata e l’Umbria che sono in via di spopolamento e colpite da un grave declino economico? Si ricorda, peraltro, che l’attuale Governo ha dato una robusta sforbiciata alla perequazione infrastrutturale nell’ambito della legge di bilancio 2024, tagliando ben 4,6 miliardi, tagliando cioè risorse che erano destinate prevalentemente al Sud.

Il finanziamento dell’autonomia differenziata e dei Lep avverrà attraverso le risorse proprie delle regioni e, soprattutto, attraverso la compartecipazione al gettito dei tributi erariali maturati sul proprio territorio (Irpef, Ires, Iva), sulla base di quanto definito nelle intese negoziate con il governo. Questo potrebbe valere, forse, per le regioni ricche ma non per quelle povere, del sud e le isole.

Ciò potrà difficilmente funzionare. Perché? Se il trattenimento delle tasse fosse pari al 90% del gettito, come avviene con le Regioni a statuto speciale e come richiesto inizialmente, guarda caso, proprio dalle tre regioni che per prime hanno richiesto l’AD, si avrebbe una sottrazione di soldi allo Stato centrale e alle sue politiche di spesa e anche alle altre Regioni, oltre a non rispettare quanto definito dal Fondo di Perequazione. Il caso dell’IRPEF, l’imposta più importante per gettito in Italia (180 mld anno) e che contribuisce a finanziare la sanità (che rappresenta il 75-80% dei bilanci regionali), è emblematico. Il 40% di questo gettito viene da Veneto (41,2 miliardi), Lombardia (106,3 miliardi) ed Emilia-Romagna (43 miliardi), che costituiscono il 40 % del bilancio dello Stato. Anche se togliamo l’ER che ha ritirato la sua richiesta di AD, sarebbe comunque alta la quota di miliardi che uscirebbero dal bilancio dello Stato per entrare in quello delle richiedenti, due per ora.

Di conseguenza continuerebbe a non essere applicato l’Art. 119 della Costituzione, che prevede l’istituzione di un fondo perequativo per i territori con minor capacità fiscale per abitante. Inoltre lo Stato perderebbe il controllo su una parte significativa del bilancio pubblico.

Tra l’altro, c’è chi critica il criterio delle compartecipazioni per coprire il fabbisogno derivante dai LEP, cioè dall’AD, ritenendolo valido solo nel primo anno. Questo perché, se in seguito una regione spendesse meno per i LEP, l’eccesso di compartecipazione rimarrebbe nelle sue mani, sottraendo risorse al finanziamento di altri beni e servizi o alla possibilità che le regioni non richiedenti l’AD, possano finanziarsi. Avremmo lo spreco in alcune regioni e la penuria in altre. A tal proposito si ricorda che le tasse statali che un cittadino/a produce servono a rispondere ai bisogni della collettività su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dal luogo di residenza: “La pretesa di trattenere il gettito fiscale generato sul proprio territorio è un’argomentazione inaccettabile, del tutto infondata, inconsistente e pericolosa” dice il prof. Giannola, Presidente SVIMEZ.

L’autonomia competitiva ed appropriativa (alla fine i ricchi si foraggerebbero anche con le tasse degli altri e dei poveri), piomberebbe come una mazza sul resto del paese, non differenziato, e soprattutto sul nostro Mezzogiorno le cui condizioni sono peggiorate proprio col regionalismo avviato nel 2001 che ha accelerato le disuguaglianze territoriali e sociali che sono sotto i nostri occhi. Tutti gli indicatori sociali ci ricordano che oggi, in Italia, un bambino o una bambina che nasce al Sud e nelle zone più disagiate ha meno scuole, meno opportunità, meno aspettativa di vita del suo/a coetaneo/a che ha la fortuna di nascere nella parte più ricca.

Questo perchè le risorse, nell’ultimo quarto di secolo sono state distribuite ai comuni in modo profondamente disuguale, facendo aumentare le differenze preesistenti, non solo tra Nord e Sud del Paese, ma anche tra aree depresse ed aree più avanzate dello stesso Centro-Nord. La carenza di risorse ha riguardato funzioni fondamentali e concrete per 51 milioni di cittadini e 6700 comuni di 15 regioni a statuto ordinario: istruzione, servizi sociali, trasporto pubblico locale, asili nido, polizia locale, rifiuti. L’assenza e la connivenza dello Stato sono state enormi.

Sono 14 i miliardi sottratti al Sud negli ultimi 10 anni per il pagamento delle prestazioni sanitarie che i cittadini meridionali hanno dovuto fare al Nord, causa mancanza di servizi nella propria terra.
Mancano almeno 100 miliardi di spesa sociale, mentre ogni anno al Sud vengono sottratti circa 60 miliardi di finanziamenti che gli spetterebbero, come confermato anche da Istat e dalla Corte dei conti. “I valori della spesa sociale pro capite si dimostrano estremamente sperequati. Infatti, vanno dai 584 euro di Trento, ai 244 euro del Veneto, fino a scendere agli 83 euro della Campania, ai 54,1 della Calabria, ai 66 euro dei Comuni della Puglia”.
L’Istat rileva che quasi il 30% dei Comuni del Mezzogiorno non offre agli anziani il servizio di assistenza domiciliare. Al Centro i Comuni che non offrono questo tipo di assistenza sono invece meno del 15%. E sono meno del 10% al Nord, dove, peraltro, vengono erogati assegni di cura e buoni agli anziani non autosufficienti nel 70% dei Comuni. Della mancanza di asili nido al Sud è risaputo.
Conseguentemente anche la speranza di vita alla nascita della popolazione residente nelle regioni del Sud è più bassa. Mentre la media italiana è di 80,5 anni per i maschi e di 84,8 per le femmine, al Sud scende molto. I valori massimi si hanno nella provincia autonoma di Trento, dove la speranza di vita è di 81,9 anni, per i maschi e 86,3, per le femmine. Il valore minimo della speranza di vita si ha in Campania, sia per i maschi (78,8 anni), sia per le femmine (83,1 anni).

Sempre secondo dati l’Istat del 2023, Il tasso di occupazione nel Nord (69,4%) è di 21 punti superiore a quello del Mezzogiorno (48,2%) e il tasso di disoccupazione nelle regioni meridionali (15,0%) è circa tre volte quello del Nord (4,6%).
La disoccupazione giovanile in Italia è la più alta d’Europa: Campania (53,6%), Sicilia (53,6%) e Calabria (52,7%) sono fra le regioni europee con il più alto tasso di disoccupazione giovanile fra i 15 e i 24 anni. Lo rivela Eurostat, che inserisce le tre regioni del Mezzogiorno negli ultimi 10 posti su 280 regioni monitorate nel 2018 in tutta l’Unione, dove la media è del 15,2%. Alle giovani e ai giovani meridionali non resta che andar via.

In Italia vi sono 5,6 milioni di poveri assoluti e 15 milioni di poveri relativi – cioè “impoveriti”.
La spesa storica ci dice che al Sud vengono assegnati circa 13.000 euro annui pro capite, 3700 euro in meno che al Nord, per recuperare i quali occorrerebbero tra i 70 e 100 miliardi.
La Lombardia ha un sistema ambientale più favorevole nonostante gli inquinamenti diffusi rispetto ad alcune aree del Sud come Foggia e Taranto.
Gli effetti negativi di questo squilibrio sociale ricadono ancora di più sulle donne che si trovano in uno stato crescente di precarietà e sottoccupazione.

Questo gap enorme non potrà essere superato nemmeno attraverso il fondo di perequazione descritto all’Art. 119 del Titolo V, da cui è scomparso il riferimento ai “bisogni” delle regioni, (era presente nel vecchio Titolo V), come criterio per l’assegnazione delle risorse: “la legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante. …Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni”.

Del resto, la volontà di finanziare e garantire realmente il fondo di perequazione non c’è mai stata come risulta da un esempio molto eloquente che mostra come ogniqualvolta i rappresentanti delle regioni si trovano in Commissione bilancio per concordare la perequazione, questa non viene fatta oppure viene gestita al ribasso. L’esempio si riferisce ad un episodio avvenuto in commissione parlamentare di attuazione del federalismo fiscale (seduta del 30/04/2015) per decidere i criteri di riparto del fondo di solidarietà comunale per l’anno 2015. Giancarlo Giorgetti, che ne era Presidente, chiese all’allora Direttore generale del Dipartimento delle finanze del Ministero dell’economia: “Sicuramente avrete nel vostro sistema la capacità di produrre questo tipo di dati, per cui vi pongo la seguente domanda. Se applicassimo non il 20 per cento, ma il 100 per cento della perequazione e non stabilizzassimo al 45,8 per cento, quale sarebbe l’effetto di una perequazione piena del sistema che abbiamo così faticosamente costruito? I dati probabilmente sarebbero scioccanti, magari ce li fate avere in modo riservato o facciamo una seduta segreta, come avviene in Commissione antimafia”. La perequazione dunque, per i Comuni poveri, non è mai esistita, con la scusante che non poteva essere realizzata senza determinazione dei Lep.

Ma l’AD non porterà vantaggi nemmeno al Nord perché anche nelle regioni cosiddette ricche potrebbero esserci difficoltà di finanziamento per soddisfare i diritti sociali in tutti i territori. Ci riferiamo alle periferie delle grandi città, alle zone montane, alle sacche di povertà sparse, ma anche ad aree molto vaste come nel caso della regione Piemonte che già ora non riesce a garantire il diritto alla salute e le prestazioni sociali in un’ampia parte del suo territorio.
Inoltre, il finanziamento dell’autonomia differenziata avverrà, come sappiamo, attraverso la compartecipazione al gettito dei tributi erariali maturati sul proprio territorio. Se le risorse così recuperate non bastassero, non sarà possibile il ricorso allo Stato. Quindi i servizi non verranno erogati oppure si ricorrerà alla privatizzazione come sta già succedendo per la sanità ma anche per le strutture per anziani che sono, quasi completamente, in mano ai privati.
Un altro aspetto, sempre trascurato, riguarda la spesa per la macchina amministrativa che dovrà essere realizzata e gestita dalle regioni differenziate, compresi i controlli e i contenziosi. Si tratta di un’altra fetta di spesa sottratta all’erogazione vera e propria delle prestazioni.

I contratti, non più collettivi nazionali, saranno regionalizzati, con notevole diminuzione della forza contrattuale. Le prime vittime saranno i lavoratori del Nord che si troveranno a competere con gli altri Stati Ue, spesso con tassazione e salari miseri, e, probabilmente, anche con i loro concittadini del Sud. Peggioreranno le condizioni anche per quanto riguarda la regolamentazione del lavoro e la sicurezza, gli standard ambientali. Mentre le aziende si troveranno a competere nel territorio nazionale e globale con adempimenti moltiplicati per ciascuna regione in cui operano e producono, con abbassamento dell’efficacia produttiva e della capacità di competere.

Sarà tutto il Paese a doversi confrontare con l’abbassamento dei livelli delle prestazioni ovunque si risieda, con la diffusione di forme di assicurazione privata e di welfare aziendale, con la privatizzazione dei servizi, con l’accentuazione delle differenze sociali. Si determineranno inoltre squilibri e carenze nell’organizzazione economico/finanziaria dello stato e delle stesse regioni con aumento della precarietà e delle povertà, ma anche della conflittualità.

È per riequilibrare le diseguaglianze, ritenute insopportabili per la tenuta stessa dell’UE, che l’Italia ha ricevuto un prestito molto sostanzioso, il PNRR. Ora sappiamo che probabilmente anche questa opportunità è stata dissipata, che il prestito è stato usato in modo non trasparente e le risorse sono state distribuite in modo iniquo. (Al mezzogiorno, secondo i criteri stabiliti, dovevano spettarne circa il 65%, invece la cifra si fermerà a meno del 40%). Povertà che si aggiunge a povertà, perché la restituzione graverà tutta sui ceti popolari e meno abbienti, mentre i vantaggi andranno ai piccoli poteri economici e politici locali.

Anche il PNRR entrerà in quel regionalismo appropriativo e antisolidale, che privilegerà i territori ricchi e le borghesie mercantili. Gli effetti più gravi per i ceti colpiti saranno sul lavoro, sulla salute, sull’ambiente, sulla vita quotidiana all’insegna dell’individualismo, della competizione e dell’egoismo sociale.

Prima di concludere va detto che le regioni si sono rivelate un concentrato di gestione del potere e di clientele da parte dei cosiddetti “governatori”. Con l’AD l’accentramento regionale sarà anche più pericoloso dell’accentramento burocratico statale, con la mortificazione dei Comuni che saranno esposti all’arbitrio della Giunta regionale di turno. Mentre Il passaggio in esclusiva alle Regioni del coordinamento della finanza pubblica regionale li priverà di meccanismi di partecipazione trasparenti e condivisi necessari allo svolgimento delle funzioni proprie.

I costi per gli interventi sociali non sono stati mai considerati dalla nostra classe politica come investimenti sul benessere della popolazione e come spesa sociale indispensabile, da far rientrare nei parametri dell’economia (come dovrebbe essere anche per la spesa sanitaria), ma come misure per attutire la povertà. Proprio i servizi sociali, i bisogni delle persone, l’istruzione, la prevenzione primaria, la salute della popolazione, la tutela dell’ambiente dovrebbero essere i parametri-guida dell’economia. Anziché essere considerati un peso e una spesa, dovrebbero diventare i mezzi trainanti di un’economia alternativa al mercato capitalistico che ci sta soffocando. Invece si fa il contrario investendo su armi, tecnologie e produzioni che sono lesive della persona e che distruggono gli equilibri ecologici e la natura.

Dall’attuale governo possiamo aspettarci solo il peggio, come vediamo di settimana in settimana, di giorno in giorno. Le opposizioni e il fronte progressista dovrebbero scrollarsi di dosso l’obbrobrio del Titolo V o, come diceva G. Ferrara “quel capolavoro di insipienza giuridica”. Dovrebbero tornare ai principi fondamentali della Costituzione prima che sia definitivamente distrutta dall’abbraccio tra Premierato e Autonomia differenziata.
E tornare a lavorare concretamente per l’attuazione degli Art. 2 …adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale, Art. 3 …rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, Art. 4…riconoscere a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

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