Cuba: cultura della dignità
Cuba non produce cultura per intrattenere o per “esibire”: produce cultura per vivere, per pensare, per resistere e per trasformare.
di Fernando Buen Abad
Dal suo trionfo del 1° gennaio 1959, la Rivoluzione cubana si è prefissata non solo di trasformare le strutture politiche ed economiche del paese, ma anche di rifondare la cultura nazionale dalle radici. Lungi dal concepire la cultura come un ornamento o un lusso elitario, il processo rivoluzionario cubano la considerò come un campo di battaglia identitario, come un territorio decisivo nella contesa per il senso, la coscienza e l’emancipazione. Essi presupponevano “di essere colti per essere liberi”, e non si trattava solo di un annuncio perché condensava una strategia etica di emancipazione. Ci ha educato con la sua prospettiva critica semiotica, come contributo della Cuba rivoluzionaria alla cultura, intesa non come “ornamento” dello spirito erudito, ma come forza materiale per la trasformazione dei cuori e delle teste.
Nel pensiero rivoluzionario, in particolare in quello di Martí, la cultura è riconosciuta come luogo per la rivoluzione delle soggettività. Cuba ha assunto questa premessa come una politica statale. La Rivoluzione non solo ha riformato le scuole, insegnato l’alfabetizzazione o generalizzato l’accesso all’arte: ha riorganizzato l’intero sistema di produzione e di circolazione simbolica per metterlo al servizio del popolo. Questa riorganizzazione non era neutrale: implicava una lotta frontale contro i codici coloniali, borghesi e capitalistici del consumo culturale. La campagna per l’alfabetizzazione del 1961, ad esempio, non fu un atto filantropico ma un gesto profondamente semiotico: milioni di cubani impararono a leggere e scrivere non solo le parole, ma il mondo; Diventarono politicamente alfabetizzati, scoprendo nella lettura uno strumento di coscienza. Attraverso il linguaggio si accede a un nuovo modo di essere soggetto: il soggetto rivoluzionario.
Rivoluzionare le istituzioni culturali con un’architettura popolare di senso è una delle conquiste più notevoli della Rivoluzione, artefice di un’istituzionalità culturale solida, critica e organica: l’Istituto Cubano di Arte e Industria Cinematografica (ICAIC, 1959), la Casa de las Américas (1959), il Consiglio Nazionale della Cultura (1961), l’UNEAC (1961), il Ministero della Cultura (1976). Tra le altre organizzazioni, hanno fondato un apparato controculturale nel senso di spazi di egemonia alternativa per combattere l’alienazione simbolica capitalista. L’ICAIC, ad esempio, è un laboratorio di forme, generi e discorsi, con figure come Tomás Gutiérrez Alea e Santiago Álvarez, che hanno prodotto un cinema critico-umanista, esteticamente sperimentale e politicamente impegnato. Ogni film è una storia insurrezionale, un atto comunicativo volto a riconfigurare la percezione del popolo.
Da parte sua, la Casa de las Américas non solo promuove il pensiero progressista continentale, ma ha creato una rete di intellettuali ribelli che vedono in Cuba non un’utopia congelata, ma un laboratorio in costante trasformazione. Vi hanno vissuto, tra gli altri, Mario Benedetti, Eduardo Galeano, Roque Dalton, Haydée Santamaría, Roberto Fernández Retamar, Abel Prieto. Il gesto semiotico della Casa è chiaro: rendere visibile l’invisibile, creare una controsfera pubblica di fronte all’imperialismo culturale. Cuba come morale nella sua cultura rivoluzionaria. La sua semiotica rivoluzionaria non è solo statale o istituzionale. Cuba stessa, come nazione, come simbolo, è un segno di trasformazione nell’immaginario mondiale. La figura del Che, la voce di Silvio Rodríguez, la poesia di Nicolás Guillén, i saggi di Fidel, le scuole d’arte della Rivoluzione, i festival culturali del Terzo Mondo, l’internazionalismo pedagogico, medico e artistico, hanno configurato un’immagine culturale di Cuba che sfugge all’esotismo tropicale ed entra nella categoria del simbolicamente sovversivo.
In questa logica, la canzone poetica, la Nueva Trova, il cinema politico, il teatro di comunità, la danza contemporanea, i laboratori letterari nei quartieri e nelle fabbriche, il lavoro di promozione culturale nelle carceri o nelle aree rurali, erano pratiche culturali profondamente semiotiche e trasformative: lavora con i codici della vita quotidiana, riconfigura il sensibile, denaturalizza la borghesia stabilita e abilita nuove forme di soggettività rivoluzionaria. È opera del Ministro della Cultura, Alpidio Alonso-Grau.
È una battaglia di simboli. Nessun progetto culturale emancipatore sfugge al conflitto. La storia della Rivoluzione cubana è anche la storia di una guerra simbolica senza tregua, condotta contro gli immaginari dell’imperialismo. Da Miami e Washington, dalle multinazionali dei media e dello spettacolo, cercano di ridurre Cuba a una caricatura: dittatura, miseria, arretratezza, repressione. Un “significato” negativo di Cuba viene fabbricato quotidianamente come l’antitesi della modernità capitalista. Questa operazione semiotica borghese cerca di svuotare l’esperienza cubana di contenuto rivoluzionario, presentandola come un fallimento. E falliscono ogni giorno. Di fronte a ciò, la cultura rivoluzionaria ha risposto con creatività, autocritica, vitalità popolare e senso storico. Non è una cultura statica o dogmatica. Le istituzioni culturali cubane hanno attraversato dibattiti interni, tensioni e trasformazioni. Ma hanno mantenuto un orientamento generale: difendere la cultura come diritto, come bene comune, come pratica di emancipazione. L’applauso per la cultura cubana è un consenso globale.
Cuba e la sua rivoluzione mondiale irradiano un senso umanista. Il suo contributo culturale non si limita alla sua geografia. L’internazionalismo cubano è stato anche culturale. Migliaia di artisti, scrittori, registi e musicisti si sono formati sull’isola. Gli editori cubani hanno pubblicato il meglio del pensiero critico latinoamericano. Cuba ha sostenuto progetti culturali in Africa, Asia e America Latina, senza chiedere nulla in cambio. Ha promosso festival, reti intellettuali, forum, incontri. Questo gesto, radioso, costituisce un evento semiotico di portata storica: per la prima volta una piccola isola riesce a creare una rete transnazionale di significati alternativi al neoliberismo.
È anche la nostra, la cultura cubana che è stata, è e continuerà ad essere un’ispirazione di segni di emancipazione per i popoli del mondo. In tempi di nichilismo, di mercificazione totale e di impoverimento simbolico, l’esperienza culturale della Cuba rivoluzionaria conserva un valore profondamente sovversivo. Il suo più grande insegnamento semiotico non è solo nelle sue realizzazioni tecniche o estetiche, ma nella sua profonda concezione della cultura come arma di liberazione collettiva. Cuba non produce cultura per intrattenere o per “esibire”: produce cultura per vivere, per pensare, per resistere e per trasformare. Chi attacca la cultura cubana con cliché anticomunisti rivela non solo ignoranza, ma paura: paura di un popolo che, in mezzo alla carestia, ai blocchi e alle campagne di odio, ha dimostrato che un altro senso della vita è possibile. E quella cultura non è solo un riflesso, ma un motore della storia.
2/6/2025 https://www.telesurtv.net/










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