Di fronte all’«ansia smisurata» dei giovani, il potere sceglie ancora una volta la repressione
di Faïza Zerouala*
In Francia, mentre gli studenti delle scuole superiori si mobilitano per ottenere migliori condizioni di studio in un contesto privo di prospettive, la risposta brutale dell’esecutivo ha alimentato la rabbia. Le questioni sollevate dal movimento restano di bruciante attualità.
L’annuncio dato mercoledì 7 ottobre dal ministro dell’Interno Laurent Nuñez – relativo alla sospensione provvisoria dell’uso di granate stordenti «nell’ambito del movimento studentesco» – per quanto sia innanzitutto una mossa di comunicazione, segna un primo cambio di rotta da parte del governo. È probabile che la riunione svoltasi la sera precedente all’Eliseo abbia giocato un ruolo in tal senso.
Come di consueto, Emmanuel Macron ha fatto sapere di essersi irritato per l’inflessibilità marziale mostrata fino a quel momento dal primo ministro Sébastien Lecornu e da Laurent Nuñez. È lecito attendersi un cambio di tono da parte dell’esecutivo, che potrebbe concretizzarsi con la dichiarazione del primo ministro prevista per la serata di mercoledì 7 ottobre.
Tuttavia, questo iniziale cambiamento nella comunicazione non deve oscurare una verità semplice, emersa dall’accettazione – o addirittura dall’incoraggiamento – di una gestione dell’ordine pubblico priva di moderazione durante le prime tre settimane del movimento studentesco: da quando è salito al potere, il macronismo ha risposto costantemente con la forza alle contestazioni. A prescindere dall’età dei manifestanti.L’esempio più emblematico – il peccato originale del macronismo nel suo rapporto con i giovani – rimarrà il trattamento riservato ai ragazzi di Mantes-la-Jolie (Yvelines). Siamo nel dicembre 2018 e molti studenti delle scuole superiori in tutto il Paese si mobilitano contro Parcoursup, ma soprattutto contro le riforme della scuola secondaria e dell’esame di maturità promosse da Jean-Michel Blanquer, allora ministro dell’Educazione nazionale.
Alcuni licei vengono bloccati per protestare contro queste riforme, accusate di esacerbare le disuguaglianze. Di fronte alle barricate erette dai giovani davanti a un liceo della città, la risposta è immediata. Le forze dell’ordine fanno uso di lanciatori di proiettili di gomma (flash-ball) e gas lacrimogeni. I giovani vengono fermati e radunati. Costretti a inginocchiarsi con le mani sulla testa, vengono ripresi da un poliziotto che commenta: «Ecco una classe che sa stare composta». Al momento del rilascio dal fermo di polizia, diversi ragazzi avevano confidato a Mediapart il trauma subito.
Da allora, una barriera è caduta: i movimenti giovanili vengono affrontati con la stessa violenza che ha caratterizzato vari movimenti sociali, dai Gilet gialli alle manifestazioni contro la riforma delle pensioni del 2023.
Il potere usa il pugno di ferro quando si tratta di movimenti che nascono nei quartieri popolari. In questo caso, la mobilitazione è partita da un liceo di Créteil (Val-de-Marne), come sottolineato da Le Bondy Blog. I social network e una rabbia covata per mesi, se non per anni, hanno fatto sì che la protesta si diffondesse in altri istituti dell’Île-de-France e, successivamente, nel resto del Paese.A ben guardare, non c’è nulla di particolarmente radicale nelle rivendicazioni di chi sta protestando. Questi studenti sono stanchi di dover studiare in condizioni precarie. Gli insegnanti assenti non vengono sostituiti, le classi restano sovraffollate, mancano sedie e sapone nei bagni, e i soffitti degli edifici scolastici crollano. Gli edifici stessi sono scarsamente isolati e talvolta fatiscenti: gli studenti soffocano per il caldo durante le ondate di calore e tremano per il freddo in inverno.
«Un insieme di proteste»
Anche Parcoursup alimenta il malcontento, a causa del suo funzionamento giudicato aleatorio e arbitrario. La piattaforma è stata aspramente criticata da insegnanti, studenti, genitori e sindacati fin dalla sua entrata in funzione; tuttavia, il governo continua a difendere questo spietato sistema di selezione.
Interpellato da Mediapart, la sociologa Camille Peugny, studioso delle disuguaglianze sociali, ritiene che il governo stia ora pagando il prezzo delle sue scelte politiche. Il movimento attuale è, a suo avviso, il risultato di riforme attuate «senza concertazione né fondi aggiuntivi. Ciò si è tradotto concretamente in orari scolastici insostenibili e in una riorganizzazione continua da un anno all’altro, come nel caso dello spostamento delle prove dell’esame di maturità».
A questo si aggiunge la pressione della selezione tramite Parcoursup o, più avanti nel percorso di studi, tramite la piattaforma “Mon master”; un sistema che genera «un’ansia smisurata» nei giovani già a partire dal primo anno delle scuole superiori, sottolinea la sociologa.
Camille Peugny evidenzia inoltre una particolarità di questo movimento. A differenza delle mobilitazioni storiche incentrate su disegni di legge nazionali, come il CPE (*Contrat première embauche*) o la riforma dell’esame di maturità, gli studenti dei licei esprimono qui una «somma di proteste che, pur essendo molto locali, si rivelano condivise in un gran numero di istituti».
Tali rivendicazioni non sorprendono nessuno, dato che la diagnosi è stata formulata più e più volte dagli attori del mondo dell’istruzione. Anche le risorse destinate all’università sono carenti. E, ancora una volta, il potere reprime la contestazione latente, arrivando persino a violare il principio dell’autonomia universitaria, che in linea di massima riserva al rettore o alla rettrice il potere di richiedere l’intervento delle forze dell’ordine nel campus. Ad esempio, agenti di polizia sono entrati nell’università di Besançon (Doubs) senza l’autorizzazione del rettore, oppure nei locali della Sorbonne-Nouvelle a Parigi.
Un numero di fermi senza precedenti
Tuttavia, il governo tace sui problemi strutturali del sistema scolastico nazionale e non accenna nemmeno a una risposta soddisfacente. La sua unica analisi? I giovani sarebbero manipolati «dagli *Insoumis* e dai loro intermediari dell’estrema sinistra». È evidente il divario tra la banalità delle rivendicazioni degli studenti liceali e la violenza esercitata contro di loro dal potere.
Camille Peugny ritiene che il potere adotti una dottrina di ordine pubblico brutale per scoraggiare un movimento definito «molto pacifico», caratterizzato solo da violenze marginali. Il numero di fermi è senza precedenti, ha sottolineato il sociologo Sebastian Roché. Di fatto, al 5 ottobre erano state poste in stato di fermo oltre 5.000 persone, di cui 4.400 minorenni. Solo nella giornata di mobilitazione del 6 ottobre sono stati registrati 488 fermi.
Dal canto suo, il sociologo Cédric Moreau de Bellaing, specialista dell’istituzione di polizia e docente presso l’École normale supérieure, ricorda che «i movimenti studenteschi, sia liceali che universitari, non hanno mai beneficiato di un trattamento particolarmente più indulgente da parte delle forze dell’ordine». Essi vengono anzi «screditati dalle istituzioni preposte all’ordine pubblico, a differenza dei gruppi professionali che avanzano, ad esempio, rivendicazioni salariali».
L’attuale gestione dell’ordine pubblico è caratterizzata innanzitutto da quella che il sociologo definisce una «crescente insofferenza verso le aggressioni alle persone», senza che ciò comporti necessariamente una diminuzione della violenza. In sintesi, i cassonetti bruciati durante i blocchi giustificherebbero l’uso della forza, «senza alcuna moderazione». Anche se minorenni, i manifestanti sono ritenuti «responsabili delle proprie azioni e, di conseguenza, delle loro ripercussioni».
Egli sottolinea come sia «ormai prassi cercare di collegare la violenza agita a una possibile violenza subita in precedenza, quasi che il fatto che la violenza sia in realtà una contro-violenza la rendesse necessariamente legittima». La gestione di tali manifestazioni è considerata efficace quando i disordini vengono «rapidamente sedati, o addirittura prevenuti ancor prima che abbiano inizio».
Tuttavia, le mobilitazioni studentesche sono meno codificate. Ciò aumenta, di fatto, «la probabilità che si verifichi un’ampia gamma di interventi di polizia, compreso l’uso di armi cosiddette a forza intermedia, come i lanciatori di proiettili di difesa (LBD) o le granate di dispersione».
I manifestanti vengono ritenuti dalle forze dell’ordine «responsabili delle proprie azioni e quindi delle conseguenze che ne derivano, anche quando si tratta di minorenni», conclude Cédric Moreau de Bellaing.
I blocchi dei licei si sono trasformati in «violenze urbane», secondo la definizione del Ministro dell’Interno. Una qualificazione che legittima la repressione. Nel 2023, le rivolte seguite alla morte di Nahel Merzouk hanno dato luogo alla stessa repressione senza freni. I giovani razzializzati dei quartieri popolari ne hanno pagato il prezzo più alto.
Come se ogni espressione della gioventù dovesse essere soffocata sul nascere. Come se la sua rabbia fosse sinonimo di turbamento dell’ordine pubblico e i suoi momenti di festa rappresentassero un rischio da contenere immediatamente.
In realtà, la sua stessa presenza nello spazio pubblico è diventata sospetta, che si tratti di condividere rabbia o gioia. Nemmeno la festa sfugge a questa logica per cui occupare lo spazio diventa sospetto. A Yardland, festival afrobeat che attira un pubblico particolarmente giovane, quest’estate due giovani donne sono state vittime di un fermo violento. Anche la gioia collettiva deve essere imbrigliata. A giugno, il potere ha impedito ai tifosi del PSG di festeggiare la vittoria dei loro campioni.
Non appena i giovani escono dagli schemi prestabiliti, bisogna ridurli al silenzio. Chi governa non sa più dialogare con i giovani. E, ogni volta, ha prevalso un’unica risposta: il manganello.
*da Mediapart.fr
traduzione a cura di Salvatore Palidda
Note di Salvatore Palidda:
Nel 2019 avevo pubblicato su Médiapart : https://blogs.mediapart.fr/salvatore-palidda/blog/040519/pourquoi-la-police-francaise-est-devenue-la-plus-violente-d-europe-occidentale
… e anche qui https://www.statewatch.org/media/documents/analyses/no-342-france-police-violence.pdf
… ora abbiamo la conferma che diventa esempio da imitare per le polizie dei regimi dispotici (fascisti stile Trump) come quello italiano : massacrare le proteste … è la prospettiva inaugurata nel 2001 al G8 di Genova che poi riprende la storia dei massacri dei manifestanti fra cui quello del Bava Beccaris … vedi https://www.multimage.org/libri/25-anni-dal-g8









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