Dizionario della lotta: la pace venezuelana significa anche unità

I contadini venezuelani marciano a Caracas in difesa della sovranità e chiedono la liberazione del presidente Maduro e della First Lady Cilia Flores, il 16 gennaio 2026. Foto: inti_venezuela.

di  Fernando Buen Abad

Oggi, dopo l’invasione imperiale yankee e il rapimento del presidente uscente, la pace in Venezuela ha cessato di essere un’idea ingenua associata al semplice silenzio delle armi o alla stabilità amministrativa garantita dall’ordine eredità. Da quel punto di rottura storica, la pace viene resa come una conquista politica, etica e culturale, inseparabile dalla sovranità e dalla coscienza popolare. La rivoluzione bolivariana, emergendo da questo trauma collettivo, non solo resistette a un’aggressione concreta, ma inaugurò anche orizzonti senza precedenti per pensare alla pace come a un processo storico, a una prassi trasformativa e a un antagonismo attivo di fronte alla violenza strutturale del capitalismo imperiale.

Un’invasione del genere non era solo un episodio militare o un atto di forza isolato; Era la manifestazione netta di una logica imperiale che concepisce i popoli come oggetti amministrabili e i loro governi come pezzi usa e getta. Il rapimento del presidente, più che un’interruzione istituzionale, è stato un tentativo di dirottare la volontà popolare, un messaggio rivolto a tutta l’America Latina: la democrazia è tollerabile solo finché non mette in discussione l’architettura del potere globale. In questo contesto, parlare di pace senza smantellare le condizioni che rendono possibile l’aggressione sarebbe stato una forma di complicità. La rivoluzione bolivariana comprese che la pace non poteva continuare a essere un valore astratto separato dalle reali relazioni di forze.

Da allora, la pace ha iniziato a essere definita come la capacità collettiva di resistere in unità senza riprodurre la logica del boia, di difendere la vita senza sottoporla al ricatto della dominazione. Non è una pace passiva o contemplativa, ma una pace in disputa, costruita affrontando le cause materiali e simboliche della violenza. L’imperialismo yankee non ha sempre bisogno di bombardare per distruggere; basta imporre blocchi, sanzioni, narrazioni criminalizzanti e asfissia economica che trasformano la vita quotidiana in un silenzioso campo di battaglia. Di fronte a questa guerra diffusa, la rivoluzione bolivariana propone una pace attiva, consapevole e organizzata.

Questo nuovo significato di pace rompe con la tradizione liberale che la riduce a un equilibrio istituzionale o al consenso tra le élite. La pace rivoluzionaria è, soprattutto, giustizia sociale in movimento. Non può esserci pace dove la fame è indotta, dove la salute è una merce o dove l’istruzione è un privilegio. La rivoluzione bolivariana porta alla teoria politica latinoamericana l’idea che la pace non si negozia dalla debolezza né venga implorata dall’aggressore; Si costruisce rafforzando il soggetto popolare, ampliando i diritti e democratizzando il potere. In questa tonalità, la pace cessa di essere una fine lontana e diventa un metodo di lotta.

Questa esperienza venezuelana dimostra che l’imperialismo teme i popoli organizzati più degli eserciti convenzionali. Ecco perché l’aggressione è diretta contro la moralità collettiva, contro la memoria storica e contro la capacità di immaginare futuri diversi. La rivoluzione risponde con una pedagogia politica, con la comunicazione popolare e con un’etica della solidarietà che sfida l’individualismo imposto. La pace, qui, è anche una battaglia culturale, che contesta il buon senso che naturalizza la dominazione e presenta la resistenza come un atto d’amore per la vita.

In questo orizzonte, la pace viene ridefinita come sovranità integrale. Non solo sovranità territoriale, ma anche sovranità economica, alimentare, tecnologica e comunicativa. Ogni dipendenza imposta è una crepa attraverso cui la violenza imperiale si insinua. Ogni capacità recuperata è un atto di profonda pacificazione, perché riduce la possibilità di ricatto e sottomissione. La rivoluzione bolivariana comprende che un popolo dipendente è un popolo permanentemente minacciato, e che una pace duratura richiede una vera autonomia per decidere il proprio percorso.

Nella dialettica della lotta bolivariana, questa nuova pace non è conciliante con l’ingiustizia. Non cerca di armonizzare interessi inconciliabili né di nascondere il conflitto sotto il linguaggio della neutralità. Si presume che esistano contraddizioni storiche tra impero e popolo, tra capitale e vita, tra dominazione ed emancipazione. La pace rivoluzionaria non elimina queste contraddizioni per decreto, ma le affronta da una razionalità diversa, dove la violenza non è glorificata, ma né accettata come destino inevitabile. Si tratta di spostare la guerra dal terreno militare a quello politico, culturale e morale, dove il popolo organizzato ha vantaggi decisivi.

Dopo il rapimento presidenziale, il Venezuela ha imparato che l’istituzionalità è forte solo quando è sostenuta da un soggetto popolare consapevole. La pace, quindi, non è più affidata agli intermediari, ma viene distribuita come una responsabilità collettiva. Ogni comune, ogni consiglio, ogni spazio di partecipazione diventa un nucleo di pace attiva, perché rafforza il tessuto sociale che l’imperialismo cerca di frammentare. La pace cessa di essere centralizzata e diventa capillare, ogni giorno, difesa dal basso.

Questo contributo della rivoluzione bolivariana trascende i confini nazionali. Propone ai popoli del mondo una lettura critica della pace come categoria politica dirottata dai vincitori della storia. Di fronte alla “pace” dei cimiteri, alla “pace” dei mercati e alla “pace” dell’obbedienza, il Venezuela propone una pace con il conflitto, con la memoria e con un progetto. Una pace che non si inginocchia davanti all’aggressore né rinuncia alla giustizia per evitare la punizione.

Così, il nuovo significato di pace in Venezuela nasce da una ferita aperta dall’invasione imperiale, ma si trasforma in una fonte di pensiero e azione emancipatoria. Non è una pace ingenua o sconfitta, ma una pace che sa difendersi, che sa di essere storica e che sa di essere incompleta finché ci sarà un solo popolo soggiogato. In quella coscienza risiede il suo potere dialettico, la pace come lotta permanente per la dignità, l’autodeterminazione e la vita piena, di fronte a un impero che può offrire silenzio e ordine imposti solo a pochi.

3/2/2026 https://www.telesurtv.net/blogs

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