Il welfare che divora il futuro

«La fiscalità generale – scrive tra l’altro Gennaro Pezzurro – non può più reggere da sola l’impatto dell’invecchiamento mascherato da disabilità. Serve separare nettamente la Previdenza/Anziani dalla Disabilità/Inclusione. Se non facciamo questo, se non sblocchiamo questo “inganno immobile”, continueremo a essere un Paese che sacrifica i suoi figli più fragili sull’altare di un equilibrio politico che non possiamo più permetterci»

C’è un termine tecnico che gli economisti usano nei corridoi dei Ministeri, quando credono di non essere ascoltati: Path Dependence, ossia “dipendenza dal percorso”. Significa che le decisioni prese trent’anni fa sono diventate una gabbia d’acciaio, un binario morto da cui il treno Italia non riesce a uscire, anche se vede il muro in fondo alla galleria.
Se leggete l’analisi impietosa di «Orizzonti Politici», intitolata Pattern di spesa nel sistema di welfare in Italia, capite che non siamo di fronte a un errore di calcolo. Siamo di fronte a una scelta politica precisa, reiterata e cinica. Un sistema, dicono gli analisti, “impossibile da cambiare”. Oggi proviamo a smontare questo “impossibile”.

L’Italia non spende poco per il sociale. Spende male. Malissimo. Siamo in linea con la media europea per spesa totale, ma se aprite il cofano del bilancio statale, trovate una “distorsione funzionale” mostruosa. Da una parte c’è un “gigante obeso”: la spesa per vecchiaia e superstiti. Assorbe quasi tutto. Dall’altra ci sono i “nani denutriti”: la spesa per famiglia, abitazione e disabilità in età attiva.
I dati del Rendiconto Sociale INPS e le serie storiche ISTAT ci raccontano questa storia dal 2000 a oggi. La spesa previdenziale e assistenziale è esplosa, ma ha seguito una direzione a senso unico: la tutela dell’anziano. Le tasse di tutti — l’IVA che pagate sulla spesa, l’IRPEF che vi tolgono dalla busta paga — non servono a creare servizi per il futuro. Servono a tappare i buchi del passato. Guardiamo dunque i numeri, quelli che fanno male.
La voce più grossa dell’assistenza alla disabilità è l’indennità di accompagnamento. Vale circa 14 miliardi di euro l’anno. Sulla carta, serve alle persone con disabilità grave, ma nella realtà? Oltre il 75% di questi 14 miliardi finisce a persone over 65. Abbiamo trasformato — in silenzio — un diritto civile in un ammortizzatore sociale per la longtermcare [“assistenza a lungo termine”] degli anziani. Lo Stato usa questi soldi per finanziare indirettamente le badanti, perché non ha il coraggio o la forza di costruire un sistema di RSA e assistenza domiciliare pubblico degno di questo nome. E intanto, per le persone con disabilità tra i 18 e i 64 anni che vorrebbero e potrebbero lavorare o studiare, restano le briciole: appena 5 o 6 miliardi di spesa diretta INPS.

Ma perché non cambia nulla? Perché il welfare italiano è vittima del suo stesso elettorato. Gli anziani sono tanti, votano, e sono organizzati. Toccare le loro rendite è un suicidio politico. Le persone con disabilità giovani e le loro famiglie sono frammentate, stanche, spesso invisibili. Il risultato è un sistema bloccato dalla paura di perdere voti.
E qui si apre la voragine tra Stato e Territorio. Lo Stato centrale (INPS) si occupa di staccare gli assegni per gli anziani (uguali per tutti, da Bolzano a Trapani). Ai Comuni, invece, è stato scaricato il “barile” dei servizi per le persone con disabilità giovani e i bambini (assistenza a scuola, trasporto, centri diurni). Ma i Comuni non hanno soldi, se è vero che dati ISTAT sulla spesa sociale da parte dei Comuni stessi sono una sentenza di condanna: la spesa per gli anziani a livello locale crolla (tanto ci pensa l’INPS con l’accompagnamento), La spesa per le persone con disabilità con meno di 65 anni 65 cresce, ma “a macchia di leopardo”. Ovvero, una persona con disabilità al Nord riceve servizi per 5.000 euro l’anno. al Sud, spesso, non arriva a 1.000. È la cosiddetta “lotteria della nascita”: se nasci con disabilità nel posto sbagliato, il tuo “welfare” è la tua famiglia. Fino a quando regge…

Se dunque la diagnosi è che il sistema è “impossibile da cambiare” a causa delle resistenze politiche, la cura deve essere uno shock strutturale. Non servono più soldi (che non ci sono), serve “cambiare le tubature” dove scorrono.
La chiave è nel Decreto Legislativo 62/24, attuativo della Legge Delega 227/21. Parla di Progetto di Vita, ma attenzione, se rimane sulla carta, sarà l’ennesima beffa. Per renderlo sostenibile e reale, bisogna avere il coraggio di fare tre cose:
° Dobbiamo smettere di spendere a compartimenti stagni: oggi l’INPS paga la pensione, l’ASL paga la riabilitazione, il Comune paga l’assistente. Tre portafogli che non si parlano. La soluzione è unificarli. Prendiamo quei 5-6 miliardi che lo Stato già spende per gli under 65, uniamoli ai fondi locali e diamoli in gestione al progetto della persona.
° I LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni), non possono essere “raccomandazioni”: devono essere vincoli di bilancio. Lo Stato deve dire: «Caro Comune, o garantisci questi servizi minimi al disabile giovane, o io intervengo e ti commissario». Solo così si rompe la disuguaglianza territoriale.
° Bisogna dire la verità al Paese: la fiscalità generale non può più reggere da sola l’impatto dell’invecchiamento mascherato da disabilità. Serve separare nettamente la Previdenza/Anziani (da finanziare magari con assicurazioni integrative o fiscalità dedicata) dalla Disabilità/Inclusione (che deve essere la priorità per il futuro produttivo del Paese).
Se non facciamo questo, se non sblocchiamo questo “inganno immobile”, continueremo a essere un Paese che sacrifica i suoi figli più fragili sull’altare di un equilibrio politico che non possiamo più permetterci.
La domanda, quindi, non è se possiamo farlo, la La domanda è: c’è qualcuno, disposto a rischiare il posto per farlo?

di Gennaro Pezzurro Genitore di una persona con disabilità.

19/1/2026 https://superando.it/

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