La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile. Ilan Pappé

di Marco Pondrelli

Leggere il libro di Ilan Pappé mentre si guardano le immagini che quotidianamente arrivano da Gaza può risultare spiazzante. È difficile immaginare la fine di uno Stato genocidario all’apice della sua potenza, eppure questa è l’analisi proposta da Pappé, che nella prefazione chiarisce: “sebbene io sostenga la visione di un unico Stato democratico per Israele e Palestina, il mio non vuole essere un appello perché si arrivi alla fine di Israele. Da storico, evidenzio che la fine di Israele sembra essere cominciata” [pag. 13]. L’Autore non parla quindi come attivista, ma come accademico, sottolineando che non è in discussione il “se” questo accadrà, bensì il “quando”.

Questa fine è preannunciata da una serie di crepe nelle fondamenta dello Stato, che non possono più essere ignorate. Occorre sgombrare il campo da un equivoco: non è la questione palestinese ad essere divisiva. Come scrive Pappé: “nella società ebraico-israeliana è emerso un certo consenso: lo status quo – invivibile per i palestinesi – è il miglior accordo sul tavolo per Israele” [pag. 37]. I problemi per la società israeliana arrivano dall’ideologia messianica nata con i rabbini Kook e Ovadia, “che nel lungo termine non potevano tollerare in un unico Stato né la presenza degli ebrei laici né dei palestinesi con pari diritti” [pag. 52]. La prima delle sette crepe individuate dall’Autore è quella che egli definisce contrapposizione fra lo Stato di Israele e lo Stato di Giudea.

Senza riassumere tutti i sette punti, vale la pena sottolineare come la causa palestinese stia acquisendo sempre più visibilità e sostegno a livello globale. Basti pensare alle grandi manifestazioni in Italia, così come alle proteste negli Stati Uniti, a cui hanno partecipato molti ebrei, segno evidente di una crisi profonda dell’ideologia sionista.

C’è poi la crepa economica, ancora nascosta sotto il tappeto, ma che l’Autore denuncia con dati significativi: “oltre il 20 per cento degli israeliani vive sotto la soglia di povertà, mentre il 77 per cento delle 500 persone più ricche del Paese rientra tra i miliardari” [pag. 66]. La crisi descritta da Pappé è quindi complessiva e profonda, toccando anche ambiti prima considerati pilastri della forza israeliana, come l’efficienza dell’esercito e dello Stato.

Accanto a queste fragilità interne, l’Autore evidenzia la grande forza e vitalità del movimento palestinese, chiamato a unirsi e a riformarsi: “se ci sarà una rivoluzione a livello organizzativo, il movimento palestinese sarà in grado di coordinare la costruzione di un nuovo futuro per la Palestina del dopo-Israele, anziché limitarsi a contestare lo Stato israeliano” [pag. 109].

Il nuovo Stato che nascerà, secondo Pappé, dovrà collocarsi in un’ottica radicalmente diversa da quella attuale. L’Autore sostiene che lo stesso concetto di Stato-nazione risulti insufficiente per affrontare la complessità dei futuri scenari. In un’ottica post-vestfaliana, vengono recuperati gli studi di Ussama Makdisi, che contestano la visione occidentale del settarismo come problema intrinseco alla società del Mashreq [i Paesi arabi a est dell’Egitto], mostrando come fosse invece un sistema sociale pluralista. I problemi, secondo Pappé, derivano dall’imposizione forzata del modello occidentale dello Stato-nazione.

Prima di delineare i contorni della nuova entità destinata a nascere, è necessario che alle crepe interne della società israeliana e alla lotta dei palestinesi si uniscano le pressioni internazionali. Gli Stati Uniti, con il loro sostegno a Israele, giocano un ruolo cruciale, come mostrato anche durante la guerra dei 12 giorni con l’Iran. Tuttavia, anche all’interno della società americana i problemi aumentano, e la potente lobby filo-israeliana deve fare i conti con un’opinione pubblica meno accondiscendente. L’Autore osserva: “è difficile sapere se i BRICS […] o qualsiasi altro gruppo che già domini la scena politica del Sud Globale rimarranno così come sono. Ma qualunque forma assumano, la Palestina del dopo-Israele ne farà parte” [pag. 198].

Il libro si chiude con un ipotetico diario dell’Autore ambientato nel 2048, che descrive la Palestina del futuro. È doloroso leggere queste pagine, considerando la realtà odierna del territorio, ma allo stesso tempo il testo rappresenta un’ancora di speranza per chi non si rassegna e continua a lottare contro l’ultimo lembo di colonialismo ancora presente. La lettura di Pappé invita a riflettere profondamente sul presente e sulle possibilità di un futuro diverso, offrendo strumenti analitici e prospettive per chi desidera comprendere le dinamiche complesse di Israele e Palestina.

1/11/2025 https://www.marx21.it/

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