La povertà come scelta politica (succede in Inghilterra, ma non solo)

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Attacco a White Hall” potrebbe suonare come il titolo di un ennesimo “action movie” dove il protagonista è il classico eroe complessato a causa di un qualche tipo di stress post traumatico e che si riscatta salvando la nazione dalla minaccia di un qualche terrorista eccentrico. Qui, il canovaccio in salsa British è però diverso: i cattivi stanno dentro i palazzi dell’amministrazione di governo Britannico (indicata genericamente come, appunto, White Hall) e i buoni sono quelli che bombardano i policy maker a suon di articoli su rinomate riviste scientifiche.

L’arma detonante sganciata su Parliament Square il 22 novembre scorso è un editoriale di Lancet Public Health, intitolato “Poverty is a political choice[1]. I toni adottati dallo “spin-off” di Lancet dedicato alla Salute pubblica sono tutt’altro che moderati.  Basti, per capire, leggere questo: ‹‹…the post-war social contract is broken. The UK Government is changing the values on wich society is based – from social protection to social hardship as a route to social reengineering.›› (“Il contratto sociale post bellico è rotto. Il Governo Britannico sta cambiando i valori su cui si basa la società – dalla protezione sociale al disagio sociale come strada per la reingegnerizzazione sociale”).

Ma con chi o con cosa ce l’ha, precisamente, Lancet Public Health? Con la povertà. Quella consapevolmente procurata: la povertà come scelta politica! Il Lancet Public Health rompe gli indugi editoriali dopo la pubblicazione dello Speciale Rapporto delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani, del novembre 2018. Proprio nelle conclusioni del Rapporto[2], infatti, si legge che in UK: ‹‹la povertà è una scelta politica. L’austerità potrebbe aver facilmente risparmiato i poveri, se vi fosse stata la volontà politica››.Firmato: Prof. Philip Alston[3].

In breve, sulla base del Rapporto Speciale UN, l’editoriale ricorda che:

  • quelli senza casa sono aumentati del 60% dal 2010,
  • il ricorso alle banche del cibo è quadruplicato dal 2012,
  • il 60% di coloro che si trovano in stato di povertà, vive comunque in famiglie dove almeno una persona lavora (la cosiddetta in-work poverty),
  • due milioni e mezzo di persone vivono (sopravvivono) con redditi che non vanno oltre il 10% in più rispetto alla poverty line, e in quanto tale sarebbero “ad una crisi di distanza” dalla povertà…

…e “circa un bambino britannico su cinque sotto i quindici anni vive in una casa dove i genitori hanno problemi a mettere il cibo in tavola”, twitta – proprio mentre sto scrivendo – il British Medical Journal, che non vuole restare indietro nella crociata a difesa del welfare state… [4]

Ma tornando all’editoriale del Lancet, il costo dell’austerità sarebbe stato scaricato dalle politiche britanniche in modo non proporzionale sui poveri, sulle donne, sui disabili, i pensionati, i migranti, senza alcun tipo di valutazione di impatto. Inoltre, sul fronte della precedentemente citata “reingegnerizzazione[5] sociale”, lo sviluppo di un welfare state digitale avrebbe portato ad una digitale esclusione. Tanto per essere chiari: ‹‹un sistema di machine learning  può essere capace di battere a scacchi un umano, ma potrebbe non essere altrettanto abile a risolvere importanti malattie sociali quali la povertà›› (cit. trad.)[6]. Insomma, il Lancet denuncia qualcosa di più di un problema sociale, economico, organizzativo.

Il Lancet denuncia la rottura del contratto sociale post-bellico, di cui l’NHS è (era?) il riferimento più riconoscibile; denuncia lo smantellamento dei servizi  pubblici; denuncia il mutamento degli stessi valori costitutivi della società britannica, interpretando le azioni politiche come pericolose addirittura per l’identità sociale e culturale nazionale. Denuncia il tradimento delle idee liberali di Beveridge[7]! Il problema non è più economico (sostenibilità del Welfare), è identitario[8], e si risolve attraverso la strenua ed insistita difesa dei valori e dei principi costitutivi del tessuto sociale Britannico da un’aggressione costante, deliberata ed aporofoba da parte della volontà politica.

Si, aporofoba: perché è facile interpretare l’attacco a White Hall perpetrato dalla rivista di Richard Horton[9] come la solita critica dati-alla-mano ai modelli neoliberisti ed ai loro effetti sulle gestioni del debito e sulle disuguaglianze. Tuttavia, in questo caso, il fenomeno culturale sotto accusa sembra travalicare i confini dell’economia (e della Gran Bretagna). Ecco perché ho deliberatamente citato il concetto di “aporofobia”. Per chi non mastica[10] abitualmente greco classico, la parola è formata dal termine greco ἄπορος (áporos), cioè povero, senza disponibilità di mezzi, e dal suffisso “fobia” del latino scientifico, a sua volta derivante dal greco ϕοβία.  Si tratta in realtà di un neologismo dal significato di “paura, ripugnanza o avversione verso i poveri”[11]. Il neologismo, eletto come “parola dell’anno 2017” in Spagna dalla filosofa valenziana Adela Cortina[12], esprime un atteggiamento ostile da parte di coloro che popolano la società del benessere verso coloro che esprimono malessere nel poter accedere a beni e servizi, di consumo o sociali.

Il concetto va oltre a quello più stringente di razzismo verso i migranti, e richiama il disprezzo verso chi, essendo povero, non ha niente da offrire (ma solo da chiedere… )[13], e va quindi in qualche modo emarginato dalla possibilità di essere oggetto delle politiche socio economiche. Secondo la filosofa, l’aporofobia sarebbe una vera e propria sfida per la società democratica[14]. A tal proposito, nell’aprile scorso, il Presidente dell’associazione 21 luglio Carlo Stasolla così commentava sul blog[15] del Fatto Quotidiano questo nuovo odio nei confronti dei poveri: … lo respiriamo nell’aria camminando sui marciapiedi, prendendo i mezzi pubblici o facendo la fila negli uffici; lo vediamo radicarsi leggendo i giornali e guadando talk show, e moltiplicarsi navigando sui social o ascoltando le invettive di alcuni politici.”

L’autore del post attraverso i dati Eurostat segnala l’incremento della povertà in Europa, e in particolare in Grecia e in Italia. Più recentemente, l’ultimo rapporto Benessere Equo e Sostenibile (BES) dell’ISTAT ci racconta che le più recenti informazioni disponibili sulla povertà forniscono segnali di peggioramento nel 2017, quando l’incidenza di povertà assoluta, basata sulla spesa per consumi, è pari al 6,9% per le famiglie (da 6,3% nel 2016) e all’8,4% per gli individui (da 7,9%). L’incidenza della povertà assoluta aumenta prevalentemente nel Mezzogiorno sia per le famiglie (da 8,5% del 2016 al 10,3%) sia per gli individui (da 9,8% a 11,4%), soprattutto per il peggioramento registrato nei comuni Centro di area metropolitana (da 5,8% a 10,1%) e nei comuni più piccoli fino a 50mila abitanti (da 7,8% del 2016 a 9,8%). La povertà aumenta anche nei centri e nelle periferie delle aree metropolitane del Nord.”[16]

Ok, c’è un problema povertà. Ma tutto questo per dire cosa? Il ragionamento, almeno fino a questo punto, ci ha portato ad approcciare il concetto di povertà in due direzioni:

  • prima, come una scelta politica i cui effetti tenderebbero a ridefinire l’identità sociale attraverso i mutamenti nel sistema dei valori e dei principi di riferimento, così come sostenuto dal Lancet Public Health;
  • poi, quasi come “categoria filosofica”, o più semplicemente come una chiave di lettura socio culturale dei cambiamenti in atto nelle società, a seguito degli effetti della crisi economico finanziaria e dei problemi migratori, secondo quanto illustrato dalla filosofa Cortina.

Insomma, tutto questo serve a dire che dobbiamo sviluppare la nostra capacità non solo di analisi, ma anche di vera e propria attenzione, verso alcune dinamiche del nostro tempo, sempre più preoccupanti. Riportando infatti il tutto a casa nostra, quello che secondo il Lancet Public Health vale per l’NHS, vale anche per il SSN: difendere un sistema delle cure pubblico e universalistico vuol dire, qui come in Inghilterra, mantenere eretto il baluardo simbolico (e fisico!) contro il disgregamento di un tessuto sociale sempre più fragile, sempre più minacciato da certe involuzioni culturali di cui l’aporofobia, il disprezzo dei più deboli, è uno degli effetti più allarmanti.

P.S.‹‹The object of government in peace and in war is not the glory of rulers or of races, but the happiness of the common man.›› W. Beveridge, Social Insurance and Allied Services (The “Beveridge Report”) (2 December 1942)

Giacomo Galletti. Abitualmente operativo presso l’Agenzia regionale di sanità della Toscana, ma qui in libera uscita…

Bibliografia

  1. Editorial. Poverty is a political choice. The Lancet 2018; 3(12):PE555 http://dx.doi.org/10.1016/S2468-2667(18)30243-3
  2. Statement on Visit to the United Kingdom, by Professor Philip Alston, United Nations. Special Rapporteur on extreme poverty and human rights. London, 16 November 2018
  3. (@Alston_UNSR), docente presso la New York University School of Law (@nyulaw, 40 Washington Sq. South, New York, NY 10012).
  4. Food insecurity in UK is among worst in Europe, especially for children, says committee. BMJ 2019364:l126 doi: https://doi.org/10.1136/bmj.l126
  5. Se come me avete difficoltà a pronunciare “reingegnerizzazione sociale”, potete usare il concetto di “reimplementazione in senso informatico della società” che va bene uguale, ma che rende evidente la differenza con il più auspicabile “reimplementazione in senso sociale dell’informatica”. Ci tengo peraltro a precisare che personalmente detesto il termine “implementare”, ma in questo caso ho voluto evitare ardite circumlocuzioni alternative.
  6. Citazione tradotta (dall’articolo).
  7. “…è oggi probabilmente difficile concepire William Beveridge […] come un liberale anziché un socialista […]. Eppure Beveridge concepiva il suo progetto di welfare state universale come una realizzazione al tempo stesso legittima inevitabile dell’idea liberale di società.” Z. Bauman (Le nuove povertà, Castelvecchi, 2018).
  8. “Il concetto di welfare statesi basa sull’idea che lo Stato abbia l’obbligo e il dovere di garantire il ‘benessere’ (welfare) e non soltanto la mera sopravvivenza, a tutti i cittadini, ovvero un’esistenza dignitosa, secondo gli standard di una data società in una determinata epoca.” Z. Bauman (Le nuove povertà, Castelvecchi, 2018).
  9. L’attuale editor-in-chief di Lancet, la cui frase di intestazione del profilo Twitter (@richardhorton1) è: “welcome to a permanent attack on the present.”
  10. …o chi avendolo masticato in passato non abbia tuttavia un Rocci sotto mano…
  11. Blog.terminologiaetc.it: origine e significato di aporofobia
  12. @ACortinaPantion, benché da noi sentire parlare di povertà da una che di cognome fa Cortina possa far sorridere…
  13. “…proclamando che una vita decente e degna di essere vissuta doveva essere assicurata in qualsiasi momento a tutti i cittadini “come un diritto”, indipendentemente dal loro contributo alla ricchezza, l’idea di pubblico benessere consentiva […] di separare la sussistenza dal contributo produttivo “socialmente utile”…” Z. Bauman (Le nuove povertà, Castelvecchi, 2018).
  14. Aporofobia, el rechazo al pobre : un desafío para la sociedad democrática. Barcelona 2017, Paidós (Estado y sociedad).
  15. Soffriamo di aporofobia, la paura dei poveri. Ilfattoquotidiano.it, 24.04.2018
  16. Benessere equo e sostenibile in Italia. BES 2018; cap-04

Giacomo Galletti

30/1/2019 www.saluteinternazionale.info

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