Trump o Khamenei: il derby che non c’è
Questo intervento nasce come un tentativo – senza alcuna presunzione di bacchettare nessuno – di replicare agli articoli pubblicati in questi giorni sul Corriere della Sera da Ernesto Galli della Loggia e da altri editorialisti della testata, da Luciano Fontana a Federico Rampini, da Antonio Polito a Massimo Franco. Scrivo semplicemente come una persona che prova a ragionare con la propria testa, senza tifoserie e senza automatismi ideologici, e che fatica a riconoscersi nella cornice binaria proposta da questi commentatori: un mondo diviso tra “noi” e “loro”, tra Occidente e anti‑Occidente, tra Washington e Teheran. Una cornice che, a mio avviso, semplifica e distorce la complessità del quadro internazionale e che, soprattutto, rischia di oscurare tragedie ancora in corso, come quella di Gaza, progressivamente espunta dal discorso pubblico in nome di un presunto “ritorno alla normalità” che non trova riscontro nei fatti.
Le violazioni dei diritti umani in Iran non sono opinioni, ma fatti documentati. I rapporti delle Nazioni Unite, dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani, di Human Rights Watch e delle principali organizzazioni indipendenti descrivono un regime che reprime donne, dissidenti, minoranze, oppositori politici. Le proteste del 2022 già avevano mostrato al mondo la brutalità di un apparato di sicurezza che non tollera alcuna forma di dissenso. L’Iran è una teocrazia autoritaria, e nessuno dovrebbe avere difficoltà a dirlo con chiarezza. Ma questa verità non ne cancella un’altra: gli Stati Uniti, pur essendo una democrazia formale, esercitano un potere imperiale sempre più incoerente con i valori che proclamano. La loro postura in Medio Oriente, soprattutto dopo il 7 ottobre, ha accentuato una dinamica di escalation che non offre alcuna prospettiva politica credibile.
La presenza militare nel Golfo si è rafforzata, le basi sono state potenziate, le opzioni militari restano “sul tavolo”. Parallelamente, Washington continua a sostenere Israele in una guerra che ha prodotto un numero di vittime civili senza precedenti nella storia recente della regione. Indagini giornalistiche indipendenti e dati verificati da organismi internazionali mostrano che la stragrande maggioranza dei morti a Gaza sono civili, in larga parte donne e bambini. Le stime più accreditate parlano di oltre duecentomila tra morti e feriti, diretti e indiretti, pari a più del dieci per cento della popolazione della Striscia. Non si tratta di propaganda: sono numeri che emergono da fonti ufficiali, da rapporti delle Nazioni Unite, da analisi indipendenti. Eppure, mentre ci appassioniamo all’ultimo fronte geopolitico – la protesta in Iran, il confronto con gli Stati Uniti, il rischio di un nuovo conflitto regionale – la tragedia di Gaza scompare progressivamente dal radar mediatico.
La stampa governativa e gran parte dell’informazione mainstream parlano di “tregua”, di “pace fragile”, di “fase post‑bellica”, come se la popolazione civile non continuasse a morire ogni giorno sotto le macerie, per fame, per mancanza di cure. La rimozione è diventata parte integrante della narrazione: si sposta lo sguardo altrove per non vedere ciò che contraddice l’idea di un ordine occidentale fondato sui diritti umani. È un meccanismo noto: si enfatizza il nemico esterno – l’Iran, la sua teocrazia, le sue milizie – per evitare di guardare alle responsabilità dell’alleato principale, gli Stati Uniti, e alla crisi profonda della loro credibilità morale.
La provocazione “è più grave il velo o un genocidio?” è retorica, certo, ma serve a mettere in luce un doppio standard che esiste davvero. L’Iran viene giudicato per ciò che è; gli Stati Uniti per ciò che dicono di essere. E questo produce un effetto distorsivo: la critica all’Iran diventa un dovere morale, mentre la critica agli Stati Uniti viene spesso derubricata a antiamericanismo o ingenuità geopolitica. Ma la geopolitica non è un derby. Non si tratta di scegliere un “padrone” più simpatico. Non si tratta di tifare per Washington contro Teheran, né di romanticizzare l’Iran come alternativa morale all’ordine americano. Si tratta di riconoscere che né gli Stati Uniti né l’Iran rappresentano oggi un modello credibile di ordine internazionale giusto, stabile e coerente con i diritti umani. La domanda corretta non è “per chi dobbiamo tifare?”. La domanda corretta è: quale ordine internazionale vogliamo, e quali attori sono oggi in grado di costruirlo senza doppi standard e senza violazioni sistematiche dei diritti umani?
La risposta, per ora, è scomoda: nessuno dei due poli in campo offre una prospettiva credibile. E proprio per questo, ridurre il dibattito a un tifo geopolitico è un modo per evitare la complessità, per non affrontare le contraddizioni dell’Occidente, per non vedere ciò che accade davvero sul terreno. Condannare la repressione iraniana è necessario. Condannare le responsabilità americane nelle tragedie del Medio Oriente (e non solo) è altrettanto necessario. Ma soprattutto, è necessario rifiutare la logica binaria che trasforma la politica estera in una scelta tra due mali, uno dei quali sarebbe “meno peggiore” per definizione. La politica internazionale non è un derby. E un giornalismo maturo dovrebbe ricordarlo ogni giorno.
Renato Fioretti
Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute
30/1/2026










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