Il server chiamato “Paranoia”: venticinque anni di autonomia digitale sotto attacco

Un dossier ricostruisce la storia di Autistici/Inventati, dalle reti antagoniste degli anni Novanta alla designazione terroristica degli Stati Uniti. In gioco non c’è soltanto il futuro di A/I, ma il diritto di costruire infrastrutture del dissenso fuori dal controllo degli Stati e delle Big Tech.

Per capire perché la più grande potenza mondiale abbia deciso di utilizzare contro un piccolo collettivo italiano di hacker uno degli strumenti costruiti per combattere il terrorismo internazionale bisogna tornare indietro di venticinque anni. Precisamente al 3 marzo 2001, quando una decina di persone si riunirono nell’hacklab LOA di Milano intorno a un vecchio computer comprato da una banca per 15 mila lire e assemblato con pezzi di recupero. Quel server venne chiamato “Paranoia”. Un mese dopo entrò in rete. Nasceva Autistici/Inventati.

È da questa storia che prende le mosse il dossier Il server chiamato “Paranoia”. Difendere Autistici/Inventati prima del 25 settembre 2026, testo originariamente pubblicato in inglese da Sabot Media e tradotto in italiano da The BlackWave Collective. Non è soltanto una ricostruzione della storia di A/I. È un documento politico sull’autonomia della comunicazione e, soprattutto, permette di comprendere la natura dell’attacco che il governo degli Stati Uniti ha sferrato il 26 agosto contro il collettivo italiano.

La distanza tra quel computer assemblato in un hacklab e la macchina dell’antiterrorismo statunitense racconta molto del mondo nel quale siamo entrati. A/I nasce da un ambiente fatto di radio libere, BBS, hackmeeting, centri sociali, reti anticapitaliste e sperimentazioni tecnologiche che avevano intuito con grande anticipo una questione oggi decisiva: chi possiede l’infrastruttura attraverso la quale comunichiamo possiede una parte enorme del potere sulla nostra comunicazione.

Internet non era ancora diventato il gigantesco territorio commerciale che conosciamo. Facebook, X e Instagram non esistevano. Google era appena nata. Eppure quegli hacker avevano già compreso che affidare la comunicazione dei movimenti esclusivamente ai provider commerciali avrebbe significato accettare dipendenza economica, sorveglianza e possibilità di censura.

L’idea alla base di Autistici/Inventati era quindi radicalmente politica: costruire infrastrutture proprie. Non un nuovo centro destinato a sostituire quelli precedenti, ma una proliferazione di server autonomi, perché nessun sequestro e nessuna retata potessero interrompere contemporaneamente la comunicazione di tutti. Da quella intuizione nasceranno posta elettronica, siti, mailing list, chat, Noblogs, condivisione di file, streaming e altri servizi costruiti senza pubblicità e senza estrazione commerciale dei dati.

Una piccola infrastruttura materiale dietro una grande idea: la comunicazione non deve necessariamente appartenere a qualcuno.

Ed è precisamente questa storia che rende grottesca, ma allo stesso tempo terribilmente seria, la decisione americana di classificare Autistici/Inventati come “Specially Designated Global Terrorist”.

Il dossier mostra infatti come la storia di A/I sia anche la storia dei tentativi di controllarla. Dopo il G8 di Genova del 2001, quando alcuni suoi militanti contribuirono alla costruzione del media center attraverso cui circolarono immagini e testimonianze delle violenze commesse dalle forze dell’ordine, l’infrastruttura divenne un punto di riferimento per migliaia di attivisti. Quelle reti indipendenti permisero che la narrazione delle giornate di Genova non rimanesse monopolio delle questure e dei grandi media.

Poi arrivarono gli interventi giudiziari, i sequestri, le pressioni sui provider.

Nel 2004 la polizia, su ordine della Procura di Bologna, entrò nella server farm di Aruba che ospitava A/I e copiò il contenuto dei dischi. Il collettivo scoprì soltanto quasi un anno dopo ciò che era accaduto. Un’indagine apparentemente rivolta verso una singola casella di posta aveva potenzialmente compromesso migliaia di account e comunicazioni appartenenti a decine di migliaia di persone.

Quell’episodio produsse una delle intuizioni più importanti della storia di Autistici/Inventati: il Piano R*.

Replica, ridondanza, resistenza. I servizi vennero distribuiti su server collocati in paesi differenti, i dati crittografati, le informazioni identificative ridotte al minimo. Se una macchina fosse stata sequestrata, un’altra avrebbe potuto continuare a funzionare. Se un provider fosse diventato ostile, il servizio avrebbe potuto spostarsi.

La repressione diventava architettura.

È forse questa la chiave più interessante dell’intero dossier. Ogni attacco subito da A/I non produce semplicemente una difesa, ma conoscenza. Il sequestro insegna a decentralizzare. La sorveglianza insegna a crittografare. La censura insegna a replicare. La dipendenza da un provider insegna a distribuire l’infrastruttura. La vulnerabilità diventa sapere collettivo.

Ed è proprio per questo che l’attacco arrivato dagli Stati Uniti è diverso dai precedenti. Washington non sta cercando semplicemente di sequestrare un server. Sta cercando di colpire l’ecosistema che permette ai server di continuare a esistere.

La designazione statunitense congela beni sottoposti alla giurisdizione americana e impedisce generalmente a cittadini e società statunitensi di fornire fondi, beni o servizi ad A/I. Ma il potere delle sanzioni americane va molto oltre i confini degli Stati Uniti. Banche, società tecnologiche, registrar, servizi cloud e provider europei possono decidere di interrompere autonomamente ogni rapporto per paura di esporsi alle conseguenze del sistema sanzionatorio.

È la repressione attraverso il mercato.

Non occorre mandare la polizia nella sala server quando si può convincere una banca a chiudere un conto, un registrar a sospendere un dominio, un provider a rescindere un contratto. Non occorre vietare formalmente un’associazione in Europa quando è possibile renderla economicamente e tecnologicamente radioattiva.

Ed è qui che la vicenda Autistici/Inventati supera definitivamente Autistici/Inventati.

Il dossier individua con grande chiarezza il possibile effetto politico della designazione: trasformare l’incertezza stessa in strumento di controllo. Un utente potrebbe domandarsi se utilizzare una mail A/I lo renda sospetto. Un giornalista potrebbe evitare di contattare una fonte. Un ricercatore potrebbe rinunciare a consultare un archivio. Un provider potrebbe chiudere preventivamente un servizio. Una banca potrebbe bloccare una transazione senza che nessun tribunale abbia accertato alcun reato.

Non serve arrestare migliaia di persone. È sufficiente produrre intorno a loro una sfera di paura.

Ed è questo uno degli aspetti più moderni della repressione contemporanea: lo Stato stabilisce la categoria del nemico, ma delega a soggetti privati una parte del lavoro necessario a isolarlo. Banche, piattaforme, provider, società di pagamento e dipartimenti di compliance diventano terminali di un sistema di controllo nel quale il confine tra coercizione pubblica e potere privato diventa sempre più difficile da individuare.

Il paradosso è enorme. Proprio mentre una parte crescente della nostra vita politica e sociale viene consegnata a poche gigantesche corporation tecnologiche, viene colpita una delle esperienze che per venticinque anni ha provato a dimostrare concretamente che un altro modello è possibile.

A/I non profila gli utenti per venderli agli inserzionisti. Non costruisce algoritmi per catturare attenzione. Non trasforma le relazioni politiche in dati commerciali. Non chiede alle persone di consegnare continuamente la propria identità a una multinazionale. È antifascista, anticapitalista e antimilitarista e non ha mai preteso di essere politicamente neutrale. Ma avere un orientamento politico non significa essere responsabili di ogni parola scritta e di ogni azione compiuta da chi utilizza un server.

È precisamente questa distinzione che la designazione americana rischia di cancellare.

Se fornire una mail crittografata equivale a condividere ciò che il suo utilizzatore farà in futuro, se ospitare un blog equivale ad assumersi la paternità politica di ogni contenuto pubblicato, se tutelare l’anonimato può essere trasformato in occultamento e se rifiutarsi di profilare gli utenti diventa elemento di sospetto, allora non è più soltanto A/I a essere sotto processo.

Lo sono potenzialmente tutti gli strumenti che consentono di comunicare fuori dalla supervisione statale e aziendale: provider indipendenti, VPN, social federati, archivi militanti, piattaforme di posta cifrata, editori radicali, progetti di software libero.

È questa la posta in gioco che Il server chiamato “Paranoia” permette di vedere.

La strategia trumpiana contro gli Antifa non mira soltanto a reprimere singoli comportamenti. Sta tentando di costruire una categoria politica del nemico abbastanza elastica da comprendere organizzazioni, movimenti, mezzi di informazione e persino infrastrutture tecnologiche. Con Autistici/Inventati viene compiuto un ulteriore salto: dalla criminalizzazione del dissenso alla criminalizzazione delle condizioni materiali che rendono possibile il dissenso.

Non soltanto chi protesta. Anche chi gli permette di comunicare. Non soltanto chi scrive. Anche chi ospita ciò che viene scritto. Non soltanto il movimento. Anche il server.

Per questo il dossier che pubblichiamo merita di essere letto e diffuso. Perché raccontare la storia di Autistici/Inventati significa impedire che sia il Dipartimento di Stato americano a scriverla al posto nostro.

Ventacinque anni dopo la nascita di Paranoia, la questione posta da quella piccola macchina costruita con pezzi di recupero è diventata ancora più urgente. Chi deve possedere gli strumenti attraverso cui una società comunica? Gli Stati? Le multinazionali? Oppure possiamo ancora costruire infrastrutture comuni, autonome, non commerciali e sottratte alla sorveglianza permanente?

La risposta che arriva da Washington è brutale: costruire infrastrutture per chi dissente può essere trattato come terrorismo.

La nostra dovrebbe essere altrettanto chiara: l’autonomia non è terrorismo, la privacy non è complicità, l’antifascismo non è terrorismo. E costruire spazi nei quali sia ancora possibile comunicare senza consegnare ogni parola agli Stati o alle corporation è oggi una delle forme più concrete della libertà.

Il primo server si chiamava Paranoia. La rete che dobbiamo costruire intorno ad Autistici/Inventati si chiama solidarietà e complicità

Server called Paranoia ITA_compressed Download

1/9/2026 https://www.osservatoriorepressione.info

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