O la miniera o la vita: l’imperialismo necropolitico di Trump in Africa
di Monica Quirico
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Media come “The Guardian” e “The New York Times”, ONG e l’Internazionale progressista hanno segnalato un radicale cambiamento nella strategia USA per combattere l’HIV in Africa. Il PEPFAR (Piano di emergenza presidenziale di aiuti contro l’AIDS), che in oltre venti anni ha salvato 25 milioni di vite nel continente africano, viene ora convertito in arma di ricatto per mettere le mani sui suoi preziosi minerali. Pochi giorni dopo il suo insediamento, Trump ha sospeso il PEPFAR per poi riattivarlo, ma con pesanti limitazioni e palesando la volontà di passare a un regime di partnership con i singoli paesi finalizzato all’estrattivismo. La svolta ha provocato le dimissioni del direttore scientifico del Piano, Mike Reid, docente dell’Università della California, il quale ha dichiarato: “Non volevo lavorare per un’amministrazione che sembrava subordinare servizi essenziali per salvare vite ad accordi sui minerali. […] Non penso che questi piani debbano servire interessi economici o commerciali”. Il ricatto degli USA suona particolarmente criminale alla luce dell’impatto sui paesi africani della Guerra del golfo: l’aumento dei prezzi del carburante e di altre voci di spesa fa apparire irrealistica l’aspettativa che essi possano mantenere il livello di prestazioni sanitarie raggiunto negli ultimi anni. Lo smantellamento del piano di assistenza USA può costituire un vero e proprio de profundis per le politiche sanitarie africane.
L’Internazionale progressista riporta, in un Briefing significativamente intitolato “Medicine in cambio di minerali” (https://progressive.international/wire/2026-04-27-pi-briefing-no-11-medicine-for-minerals/en/), che funzionari USA hanno avvertito le autorità dello Zambia: i fondi per contrastare l’HIV potrebbero essere condizionati all’accesso alle miniere di rame del paese. È inoltre trapelato un memorandum del Dipartimento di Stato che rivela come sia stata valutata l’eventualità di interrompere la fornitura di medicinali contro l’HIV, la tubercolosi e la malaria per forzare il governo dello Zambia a concedere lo sfruttamento delle miniere. I negoziati con lo Zimbabwe si sono arenati dopo che gli USA hanno preteso anche l’accesso ai dati sanitari della popolazione. Nei “partenariati sanitari” bilaterali – i cui contenuti sono sottratti al controllo democratico – con il Kenya e altri paesi la salute delle persone sembra essere l’ultima preoccupazione: prima vengono gli accordi sullo sfruttamento dei minerali, l’utilizzo dei porti e la sicurezza militare. I minerali strategici sono il fulcro della politica imperialistica dell’amministrazione Trump, come esplicitato da Rubio. L’Internazionale progressista parla della costruzione di un'”infrastruttura estrattivista” per assicurare agli USA il controllo delle catene globali di approvvigionamento; per competere con la Cina,
naturalmente, ma anche per la vecchia logica che, all’interno della divisione globale del lavoro, confina il sud del mondo nel ruolo di passivo erogatore di risorse umane e naturali, con buona pace del “progresso” che era stato garantito (sempre nella cornice ferrea di uno sviluppo ineguale). L’ipocrita retorica umanitaria degli aiuti e della cooperazione ha ceduto il passo al linguaggio da gangster della necropolitica: vive chi può pagare, coerentemente del resto con il sistema sanitario vigente negli Stati Uniti stessi e con i progetti immobiliari concepiti sui cadaveri di oltre 70.000 (verosimilmente 100.000) palestinesi.
Lo sfruttamento imposto ai paesi africani non si limita all’estrattivismo, prevedendo altresì la loro disponibilità ad accogliere migranti espulsi dagli Stati Uniti, come le persone originarie del Perù e della Colombia che sono state deportate a Kinshasa (la Repubblica democratica del Congo è uno dei paesi più ricchi di minerali).
A maggio si terrà a Nairobi il summit “Partenariati franco-africani per l’innovazione e la crescita”, a ricordarci che i compassati leader europei non sono certo meno avidi dello psicopatico che siede alla Casa Bianca; i movimenti sociali del paese stanno preparando un contro-summit panafricano (https://pasai2026.com/#about) per resistere al saccheggio imperialista dell’Occidente. Scrivono gli organizzatori – tra cui figura il Partito comunista marxista del Kenya – che il summit “non è un gesto di buona volontà, né una piattaforma per un partenariato paritario. Si tratta di un’offensiva di ricolonizzazione imperialista sotto nuove spoglie, mascherata da diplomazia ambientale e riforma finanziaria. Questo vertice emerge sulla scia della ritirata militare e diplomatica della Francia dall’Africa occidentale, dove le rivolte antiimperialiste hanno espulso le truppe coloniali dal Mali, dal Burkina Faso e dal Niger. L’imperialismo francese si sta ora rivolgendo all’Africa orientale, con il Kenya come principale porta d’accesso”. Viene inoltre ricordato come l’Africa, pur essendo responsabile dell’emissione di appena il 2-4% delle emissioni globali di carbonio, debba sopportare le peggiori conseguenze del cambiamento climatico: siccità, carestie, desertificazione. Nel 2024 le proteste contro la legge finanziaria lacrime e sangue imposta al Kenya dal Fondo monetario internazionale sono state represse brutalmente, con Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia che si sono ben guardate dallo stigmatizzare la violenza delle autorità.
L’appello degli organizzatori del summit organizzato dal basso contro il colonialismo green e il militarismo riguarda tutte le forze – nel sud come nel nord del mondo – che si battono per la giustizia climatica e la pace.
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